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"A mano libera", una porta spalancata - di Mirella Dalfiume

"Non ho mai visitato un carcere e nemmeno conosciuto persone che vi siano state rinchiuse o familiari di detenuti...."

Domenica, 03/09/2017 - Ho letto “A mano libera” durante le mie brevi vacanze estive, quindi nel mio tempo libero. Libero da impegni lavorativi, familiari, politici, di volontariato. Non ho mai visitato un carcere e nemmeno conosciuto persone che vi siano state rinchiuse o familiari di detenuti. La lettura di questo agile libretto è stata come spalancare una porta su un mondo sconosciuto, o piuttosto come sbirciare da una porta socchiusa dentro una realtà dolorosa, complessa, che spaventa.

Queste pagine intrise di lacrime e dolore ma anche di speranza e voglia di riscatto, mi hanno fatto riflettere su quanta distanza permane tra il vincolo della restrizione della libertà e l’obiettivo del reinserimento sociale. Tra l’aspetto punitivo e quello educativo.

Mi hanno colpito le testimonianze di quelle donne che proprio a Rebibbia, per la prima volta, hanno avuto la possibilità di studiare e lavorare e hanno conquistato una maggiore consapevolezza di sé e quindi, paradossalmente, un grado in più di libertà e dignità. La possibilità di studiare che per tante di noi era scontata, eppure non sempre ci ha protette da errori di valutazione. Quante donne colte e istruite sono rimaste vittime di relazioni sbagliate, di (non) amori violenti. Penso a Lucia Annibali, colta e affermata avvocatessa, con la vita ed il corpo per sempre segnati dallo sfregio dell’acido. Penso alla sua forza interiore e alla sua capacità di affrontare il dolore e di rinascere.

Ma anche la testimonianza della donna che ha reagito all’ennesima violenza di un uomo e per questo ora sta in carcere. E non riesco a non pensare che nel nostro paese chi ha molto denaro e può permettersi avvocati di grido riesce a farla franca o perlomeno ad ottenere attenuanti, sconti di pena eccetera.

Un pensiero solidale alle volontarie che per mesi hanno varcato la soglia del carcere per contribuire ad alleviare la “pena” offrendo ascolto e una opportunità in più nella direzione della libertà, se non dai muri e dalle sbarre, dalle proprie catene interiori e dalle proprie dipendenze.



Mirella Dalfiume

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