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Da badanti ad assistenti familiari - dossier

Da badanti ad assistenti familiari - dossier

Esperienze e analisi del lavoro di cura - Si prende cura dei nostri anziani, dei malati e senza di lei il nostro sistema sanitario sarebbe ormai al collasso, ma è una figura fragile. Chi sono le “badanti”?

Daniela Ricci e Iori Catia Mercoledi, 25/03/2009 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Dicembre 2007

Arriva dai Paesi dell’Est come turista e in pochi giorni è una clandestina senza identità. Come far emergere un fenomeno sommerso così diffuso? Come salvaguardare la qualità di un lavoro indispensabile, l’integrazione sociale delle donne che lo svolgono e al tempo stesso i bisogni e l’economia delle famiglie?



Sono in gran parte straniere le “assistenti familiari”, definite comunemente con il termine poco appropriato di “badanti”, occupate nell’assistenza di anziani e di persone non autosufficienti. Una marea di 500mila o forse 700mila donne (le cifre in questo caso non sono ufficiali così come il fenomeno in gran parte sotterraneo, complesso quanto molto diffuso) che si è estesa in ogni luogo d’Italia, dal più piccolo paese alla più grande metropoli, ha fatto ingresso nelle nostre case e si prende cura di noi, delle nostre famiglie, dei nostri anziani. Senza di loro oggi nel nostro Paese il sistema di assistenza sarebbe in seria crisi. La maggior parte di loro proviene dall’Est Europa e arriva in Italia regolarmente con un visto turistico che dura pochi giorni. In genere sono alla prima esperienza lavorativa e restano in media un anno nel nostro Paese. Il tempo di accantonare un gruzzolo che servirà a tamponare le difficoltà per le quali sono state costrette a partire, poi fanno rientro a casa. Secondo i dati raccolti circa la metà di loro sarebbe clandestina, ricattata e sfruttata da organizzazioni illegali prive di scrupoli che guadagnano sul traffico “di cura”. Le altre sono contattate attraverso conoscenti o parenti ma solo per una minima parte di loro il contatto con le famiglie avviene mediante un servizio pubblico o un’agenzia. Il lavoro è molto duro e chiede spesso un’assistenza continua agli anziani e ai malati, 24 ore su 24, in cambio di 700/800 Euro mensili. E quando si perde il lavoro si perdono anche la casa e i mezzi per vivere. Alcune Regioni hanno ratificato formalmente la figura dell’assistente familiare. Su questa base già da tempo in Italia si stanno svolgendo esperienze significative per sostenere le famiglie nelle spese legate al carico di cura, per l’avvio di percorsi formativi rivolti alla qualificazione del lavoro delle assistenti familiari e di progetti finalizzati a sollevare dall’isolamento le donne che svolgono questa attività. Ed è recente il riconoscimento della figura per contratto - in via di definizione mentre chiudiamo il servizio - e l’impegno della ministra Rosy Bindi ad istituire un Fondo nazionale non autosufficienza per sostenere le spese delle famiglie. Il fenomeno richiede tuttavia ulteriori approfondimenti e scelte che vanno ad intrecciare ambiti politici differenti, dal sociale al lavoro a quello dell’immigrazione. In queste pagine apriamo su questi temi un’ampia riflessione.





Il fenomeno e il contesto

IL PRIMO IMPIEGO DELLE DONNE IMMIGRATE

le donne immigrate come nuovo Servizio di cura familiare





Da sempre la prima occupazione delle donne immigrate è il lavoro di cura (ricomprendendovi dentro anche il lavoro di pulizia che ne è figlio) intesa in senso ampio, in quanto competenza ascritta ovunque al genere femminile e trasmessa dalle madri alle figlie di generazione in generazione. Perciò il baliatico, l’accudimento dei bambini, il lavoro domestico, da ultimo, la cura degli anziani e delle persone disabili, sono la “naturale” nicchia lavorativa di prima destinazione della immigrazione femminile. Quindi un sapere di cura e una disponibilità alla cura immediatamente spendibile sul mercato del lavoro occidentale senza particolari iter formativi che lo precedano, a costi relativamente bassi che si incrocia con le esigenze di aiuto di famiglie, ieri benestanti e oggi di tutti i ceti sociali. Il fenomeno delle “badanti” si inscrive perciò nello scenario mondiale della migrazione femminile esasperando in senso “etnico”un mercato del lavoro di cura, soprattutto a tempo pieno, che come sappiamo è ormai occupato essenzialmente da donne straniere. La sua connotazione presenta alcune caratteristiche importanti di novità. E’ esploso nell’arco di pochissimi anni raggiungendo dati quantitativi altissimi, vede una nuova immigrazione femminile dell’Est europeo con buona o alta scolarizzazione possesso di competenze professionali specifiche e di esperienze lavorative pregresse, è motivato da condizioni economiche collassate dal crollo del sistema sovietico che per quanto non siano da povertà estrema sono comunque schiacciate solo sui bisogni primari, si presenta in realtà familiari di tutti i ceti sociali e soprattutto in famiglie i cui membri conoscono solo la realtà del lavoro subordinato ed hanno solo l’esperienza “dalla parte dei lavoratori”. In particolare il fenomeno “badanti” risponde a una cultura (o dovere sociale) della domiciliarità resa sostenibile da un prezzo della cura ancora competitivo con i ricoveri residenziali, una esigenza di supporto domiciliare nei confronti di una grande età anziana sempre più bisognosa di assistenza tutelare, carenze del sistema di welfare impostato secondo un’ottica prestazionale e connessa essenzialmente ai bisogni biologici, una impossibilità/indisponibilità alla cura a pieno tempo da parte dei familiari, in particolare delle donne che, come già visto: se giovani, non riescono a conciliare il lavoro per il mercato con un surplus degli impegni di cura e comunque non sono più disponibili a farsi carico da sole di una assistenza ad alta intensità, se più anziane, hanno problemi di tenuta fisica e comunque non intendono impegnare il tempo ritrovato solo nella assistenza familiare





Nazionalità, culture, storie

UNA PLURALITÀ DI RUOLI, UN FENOMENO INGOVERNATO

secondo le stime ufficiali nel nostro Paese le assistenti domiciliari sono 500mila ma i dati del sommerso ne raddoppiano il numero



Chi sono le donne immigrate che vivono al nostro fianco: le nuove serve? I nuovi servizi alla persona? I nuovi sostituti familiari? Le quasi figlie? Le nuove donne di casa?

Il fenomeno delle assistenti familiari ci ha sorpreso impreparati; non è stato governato all’inizio e lo è poco tuttora; lo si sta inseguendo, in corsa; non è ancora diventato, insieme alle famiglie degli anziani che sostengono da sole l’affiancamento e il pagamento di tali figure, un punto rete dei welfare locali di cui sono co-partner e a cui consentono significativi risparmi.

La regolarizzazione del fenomeno avvenuta nel 2002 ha fatto registrare 702mila domande, di cui l’84% (590mila) per assistenza familiare o collaborazione domestica e il 16% per lavoro subordinato, di esse 321.000 domande da parte di donne (45,7%) e fra queste 233.000 (74%) di provenienza dall’Est europeo, di cui 90.000 ucraine, 65.000 rumene, 26000 polacche, 26000 moldave. Le iscrizioni all’INPS nel contratto colf (quindi regolari) per l’anno 2003 sono state 490.678 (l’8,5%° degli abitanti). Tuttavia nel Rapporto della Caritas veneta si parla del 68% di badanti non regolarizzate, un dato che va più che a raddoppiare i numeri sopra indicati.

La graduatoria generale delle prime 10 nazionalità presenti nel nostro Paese vede un netto predominio delle Ucraine e delle Rumene (48,3% delle regolarizzate), seguite dalle moldave.

L’aumento della immigrazione dai paesi dell’Est europeo nel periodo cha va dal 2002 al 2003 è stato del 754%. Le dimensioni del fenomeno nel sommerso registrano comunque oggi di nuovo, una presenza altissima di curanti straniere senza permesso di soggiorno in quanto la regolarizzazione ha sanato solo quel periodo lasciando pressoché inalterate le quote dei flussi migratori, ad eccezione dell’ultimo decreto del 2006 (15.000) che comunque non ha inciso significativamente sul problema. Si ritiene che oggi, in base ad alcune ricerche, non abbiano il permesso di soggiorno: il 77% delle assistenti familiari straniere (Censis); il 43% delle assistenti familiari straniere (Fondazione Andolfi). In sostanza tutte le stime coincidono, comunque, nel ritenere che le assistenti straniere non siano meno di 500.000 e in ogni Regione o zona la loro consistenza quantitativa supera di gran lunga gli investimenti dei servizi locali in atto sul versante della Assistenza domiciliare

Il profilo delle assistenti familiari straniere può essere diviso in tre categorie: le donne anziane, le donne giovani e le migranti pendolari.

Le donne più anziane (le più numerose) che per prime nel 2000 hanno affrontato il percorso migratorio, hanno un età compresa tra i 40 e i 55 anni; possiedono un buon titolo di studio - tra loro ci sono moltissime diplomate e molte laureate - e una professionalità ben definita in cui si identificano e che hanno esercitato fino al 1990/91 con esperienze di lavoro strutturato e di immigrazione. In genere sono sposate, con figli grandicelli; molte sono separate o con matrimoni fragili da cui intendono prendere le distanze utilizzando a tale scopo anche la scelta migratoria. Hanno, Infine, un progetto di guadagno con il massimo risparmio che considera le esigenze della famiglia allargata e che prevede un ritorno programmato.

Le donne più giovani che si stanno presentando dal 2002, hanno un’età che va dai 23 ai 33 anni, fresche di studi, spesso interrotti dopo il diploma, sono in genere nubili o già separate. con figli piccoli che vengono curati da parenti e con progetti matrimoniali di radicamento sociale e di non ritorno.

Le migranti pendolari, sostanzialmente le polacche, sono donne di varie età e scolarizzate che godono di una legislazione particolare in grado di consentire interessanti strategie di conciliazione in base a cui sulla stessa situazione di cura si possono alternare, nell’anno, due figure curanti in una ottica di mini-impresa (in genere amiche fra loro o della stessa famiglia).

Analizzando il contesto di provenienza delle donne ucraine e moldave possiamo constatare che molte di loro hanno lavorato nei Kolkotz, hanno vissuto nelle case “di fabbrica” in convivenze collettive; hanno fatto l’esperienza del regime sovietico (studio, lavoro e servizi per tutti ma senza libertà) e l’esperienza della perestroika (libertà ma crollo economico, mafia, lavoro di spaccio). Tante hanno vissuto il dramma di Cernobil dell’86 di cui hanno conosciuto le caratteristiche contaminanti solo dopo un mese (1600 agglomerati urbani sotterrati, 1.500.000 abitanti coinvolti, 15% delle zone agricole contaminate) mentre i loro padri o zii hanno vissuto la grande carestia del 1932/33 (6 milioni di morti) e l’esperienza dei gulag da cui molti non sono tornati. Per la prima volta affrontano questa dura esperienza della migrazione di massa al posto degli uomini: un vero e proprio esodo con conseguenze psico-sociali pesantissime, tenute a bada da rapporti telefonici e da pulmini itineranti (nella sola regione della Bucovina oltre 2mila pulmini fanno la spola settimanale con l’Europa di cui 700 con l’Italia).

Per quanto non “nostrane”, le “badanti” sono apprezzate comunque perché hanno la pelle bianca, quindi in qualche modo europee e perciò più vicine a noi per cultura e stili di vita rispetto alle donne che arrivano dal Sud del mondo. Sono poi in grado di meglio orientarsi rispetto alle nostre esigenze; sono in genere ben curate, ben scolarizzate e diverse provengono da professioni parasanitarie quindi già orientate all’assistenza.





I PASSAGGI CRITICI CONNESSI AL LAVORO DI CURA DA “BADANTE”

• La decisione di partire e gli ingaggi in loco

• La separazione dalla famiglia ma soprattutto lo strazio del distacco dai figli piccoli gestiti per telefono

• Un viaggio da strozzinaggio (specie se clandestine) con pulmini molto “polivalenti”

• L’arrivo nei nostri territori e il dramma della lingua

• Il ruolo ambiguo delle “badanti anziane” connazionali che sistemano a pagamento

• L’esperienza della solitudine, dello straniamento e della povertà estrema che incontra l’assistenza locale gestita in genere dalla Caritas in un contesto di umiliazione

• Il muoversi nei territori da invisibili e senza nessun luogo proprio

• L’arrivo nella nuova famiglia e l’esame di competenza da superare

• La voglia di tenerezza e di un affetto e il problema della lealtà coniugale





Nel curriculum: serietà, affidabilità, prontezza

UNA TAPPA DEL VIAGGIO DI RITORNO VERSO EST

la rappresentazione del lavoro di cura è un progetto a breve termine



Il lavoro di cura per le donne dell’Est è considerato come un periodo di passaggio in cui non si identificano professionalmente perché da sempre svolto gratuitamente in famiglia in aggiunta al vero “mestiere” per il quale hanno studiato e rispetto a cui si è definito il loro ruolo sociale. In tale ottica il fare la curante, a tempo pieno, ma anche a ciclo diurno, non è ritenuto una prospettiva a lungo termine anche in caso di rivisitazione del progetto migratorio, ma un lavoro da lasciare non appena possibile per altre scelte che non si identifichino con la casalinghità e che non richiedano la messa in ostaggio della propria libertà. La fatica più sentita riguarda la totalità di tempo da mettere a disposizione e la necessità di una convivenza forzata che, quando si aggiunge a pluripatologie pesanti con forti deterioramenti cognitivi, non regge nel tempo se non a gravi rischi per l’assistito e per la lavoratrice. Resta il fatto, comunque, che il lavoro di cura loro affidato è svolto generalmente con impegno, serietà ed affidabilità poiché loro possiedono una forte cultura familiare che ha rispetto ed attenzione verso gli anziani; hanno una chiara consapevolezza circa l’assolvimento dei compiti per cui si è pagati e possiedono una grande facilità all’apprendimento, sia per il livello di istruzione posseduto, sia in quanto le differenze culturali non sono disorientanti anche se va chiaramente riconosciuta l’esigenza di brevi percorsi formativi professionalizzanti.



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"CEDESI BADANTE

PREZZO DA CONCORDARE

CELL. 00/0000 TELEFONARE ORE PASTI"



AVVISO POSTO IN UN BAR DI PARMA APRILE 2005

(vicino all’Ospedale Maggiore)



senza commento

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A.A.A. soluzione familiare cercasi

RITRATTO DI FAMIGLIA IN UN INTERNO

che cosa conduce alla richiesta di aiuto per l’assistenza ad una persona cara, quali sono le aspettative e come ci si muove nel mercato del lavoro di cura?



Le famiglie italiane che si avvalgono delle lavoratrici curanti appartengono a tutti i ceti sociali: è la prima volta nella storia che famiglie operaie diventano datrici di lavoro con una serie di problemi e contraddizioni non preventivate. Le famiglie devono, da sole, gestire operazioni e procedure complesse (la ricerca, il contratto, l’addestramento) intrecciando passaparola e uffici che si muovono secondo logiche settoriali. Tendono a negoziare il contratto a volte in modo discutibile a causa sia della difficoltà in cui si trovano, sia di una fatica economica legata a situazioni che si prolungano (costi annui che ormai arrivano, con le sostituzioni, sui 15mila € a cui sommare quelli legati al funzionamento di una “casa aperta”) in presenza, soprattutto oggi, di lavoratrici sempre più consapevoli dei loro diritti e della loro strategica utilità. Molte famiglie di fatto non hanno altra scelta che quella di impiegare lavoratrici in nero (in particolare quelle che abitano in zone non”appetibili”, dalle lavoratrici regolari o che si presentano con situazioni molto pesanti alle spalle) con una serie di problemi a cascata che rendono la situazione a rischio o molto critica. Si stanno rendendo conto sempre più che la badante non è la soluzione di tutti i loro problemi per cui occorre continuare ad aggiungere sempre nuovi servizi di supporto o adottare la soluzione delle strutture protette a causa di aggravamenti terminali non più sostenibili a domicilio. Le famiglie cercano dalla badante innanzitutto una copertura temporale massima, disponibilità per tutte le esigenze che si presentano, amorevolezza, affidabilità, affetto. In sostanza, anche perché prese da sensi di colpa nei confronti di anziani delusi nelle loro aspettative, cercano una figura che li sostituisca e una sorta di servizio complessivo. La conoscenza della lingua, per quanto venga ritenuta importante, è un aspetto che la famiglia valuta in subordine al primo punto, pur dovendo sempre più registrare, soprattutto ad esperienza avviata, che si tratta di un elemento fondamentale per stabilire delle relazioni e dei “legami”. La competenza professionale o comunque un approfondimento di ciò che la badante sa realmente fare sul versante assistenziale e del governo della casa fa parte di un approfondimento successivo dopo aver considerato gli aspetti per così dire relazionali e di tipo etico legati innanzitutto a un saper “essere”. In sostanza i familiari ritengono di poter compensare le competenze mancanti legate al sapere e al saper fare assumendosi il carico di un accompagnamento lavorativo e formativo che si sta rivelando molto più pesante e complesso del previsto e che non può essere gestito solo secondo un’ottica del “fai da te”. Gli anziani hanno sempre sperato di essere assistiti dalla propria famiglia e dai propri figli (anzi figlie) ma si stanno rendendo ben conto che questa speranza non può più essere “coltivata”(anche perché i figli sono sempre meno) per quanto cerchino di “farsi curare poco” per non essere di peso. Nell’insieme gli anziani si stanno adattando alla cura delle badanti bianche, sebbene siano presenti fenomeni di resistenza, agiti in modi diversi e spesso sotterranei che, in certe situazioni portano a “consumare” una badante dopo l’altra. Sta di fatto che, generalmente, gli anziani partecipano troppo poco al percorso di scelta e decisionale che riguarda la persona con cui dovranno condividere il quotidiano anche perché la ricerca delle “badanti” è sempre fatta dai familiari in situazioni di emergenza. Ovviamente l’assenza di una esperienza della cura che avviene in situazione di convivenza fa sì che anche gli anziani non abbiano riferimenti a cui collegarsi per cui a volte passano da rapporti di tipo “padronale” e di controllo esasperato a rapporti di tipo genitoriale e familiare con una serie di complessità di cui oggi ci si comincia a rendere conto anche in funzione di necessari interventi mediativi da assicurare.





Le donne immigrate: cosa pensano di dover fare

COME CAMBIA IL PATTO DI CURA FRA LE GENERAZIONI

quali aspettative hanno le donne immigrate e che cosa ricevono?



In genere, soprattutto all’inizio o da parte di quelle che non si sono sufficientemente informate, le donne immigrate rispetto al lavoro di cura con anziani danno molta importanza a un saper stare che non contempla, tuttavia, tutte le difficoltà relazionali che esso richiede e gli investimenti da mettere in atto per quanto riguarda la costruzione di un legame che non può attingere a una storia in comune. Conta molto per loro uno “stare con” che, pur prevedendo un tempo “continuo”, non tiene conto né della stanchezza psicologica che sopravviene, né degli stimoli cognitivi, comunicativi, espressivi e di rinforzo/manutenzione della autonomia residua che dovrebbero essere assicurati e che sono tali da richiedere un impegno e una autoimprenditività che vanno ben oltre la casalinghità. E’ importante, poi, il “saper fare” che attinge dalla loro cultura familiare e dalla loro cultura femminile senza pensare che debbano essere “riconvertite” in quanto agite in un contesto diverso e senza mettere in conto che dovranno prendere in carico situazioni di pluripatologie, spesso non ancora diffuse nei loro paesi e che hanno bisogno di tecniche assistenziali ben precise. Non meno importanti sono ritenuti gli aspetti connessi a un rapporto lavorativo che comunque è di tipo sessuato e viene percepito come tale soprattutto dagli anziani maschi con problemi cognitivi (ma anche da altri) con una serie di criticità tanto più complesse in quanto gestite in grande solitudine. A fronte di questa nuova realtà si pongono comunque degli interrogativi di fondo: come può una società non essere in grado di onorare il patto di cura fra le generazioni e finire per comprare la cura dalle donne dei paesi poveri?

A quale prezzo affettivo le donne dei paesi poveri vendono la cura e l’accudimento ai bambini e agli anziani dei paesi ricchi sottraendo a se stesse e ai propri cari il diritto che viene riconosciuto agli altri? Quanto si potrà sensibilizzare e promuovere, almeno per le donne dell’est europeo (i cui paesi sono relativamente vicini) forme di conciliazione che consentano una presa in carico di un anziano da parte di due figure che si alternano nel lavoro di cura?

E infine: per quanto tempo sarà disponibile questa nuova generazione di curanti dalla pelle bianca, dai modi fini e con una buona istruzione? Per quanto tempo ci si potrà permettere una cura familiare che prevede un rapporto uno a uno?



Da badanti ad assistenti familiari

IL RUOLO DELLA COOPERAZIONE SOCIALE

la proposta di una cooperativa di utenti e di imprese per i servizi di assistenza domiciliare



Come accompagnare e sostenere la transizione dalla figura di “badante”, una lavoratrice autonoma, esclusa dalla rete dei servizi, spesso in situazioni di irregolarità, a quella di “assistente familiare”: una lavoratrice regolare, inserita in una comunità professionale e nella rete dei servizi? Una proposta in merito è stata avanzata dalla cooperazione sociale nel corso del convegno “Da badanti ad assistenti familiari: il ruolo della cooperazione sociale” organizzato a Reggio Emilia da Legacoop, Ceis, Consorzio Quarantacinque Legacoop Reggio Emilia, Consorzio Cooperative Sociali Quarantacinque in collaborazione con il Centro di Solidarietà di Reggio Emilia attivo nell'accoglienza e accompagnamento di migranti.

Lega delle Cooperative di Reggio Emilia e Consorzio Cooperative Sociali Quarantacinque hanno sviluppato nell’ultimo anno un’importante riflessione sul tema del rapporto tra badantato e cooperazione sociale in forza della loro partecipazione a due PIC Equal (Aspasia e Fuori Orario).

"La cooperazione sociale potrebbe avere un ruolo importante – afferma Ildo Cigarini, presidente di Legacoop Reggio Emilia – nella definizione di una figura professionale più strutturata come quella dell’assistente familiare. È possibile fondere le mutualità interne ed esterne attraverso la costituzione di cooperative di utenti capaci di rispondere al bisogno di assistenza delle famiglie e a quello sociale». Concorda con questa ipotesi Alessandro Corvino del Centro Studi Marco Biagi, esperto di legislazione del lavoro: "È ipotizzabile la creazione di una cooperativa di utenti, regolata sul modello delle cooperative di consumatori, che sia in grado di aggregare le famiglie e mettere in rete le competenze di altri soggetti". Il ruolo giocato dalla cooperazione sociale nell’innovazione di questi servizi secondo Loredana Ligabue, coordinatrice nazionale di Equal Aspasia è quello di "diventare espressione diretta della domanda territoriale di solidarietà, inclusione e servizi sociali per rinnovare i valori propri della cooperazione e rendendoli aderenti ai nuovi bisogni". E quale assetto potrebbero avere questi modelli, lo spiega Mauro Degola, segretario generale di Legacoop Reggio Emilia che prefigura "il superamento dell’attuale sistema dei flussi di ingresso, il sostegno all’emersione del lavoro nero tramite deduzioni e detrazioni fiscali, la creazione di una cooperativa di utenti che si occuperà di organizzare e qualificare il lavoro di cura e di supportare la famiglia negli adempimenti burocratici". La strada da percorrere è indubbiamente quella della legalità, come conferma Ramona Campari, segretaria nazionale Filcams Cgil "Le assistenti familiari vivono oggi ai confini dei diritti. La via d’uscita dall’irregolarità potrebbe avvenire passando attraverso il datore di lavoro impresa, un’impresa dove queste lavoratrici possano diventare protagoniste. Maria Chiara Acciarini, sottosegretaria di Stato alle Politiche per la Famiglia chiarisce l’impegno del Governo: "di dare una svolta alle politiche sia in tema di immigrazione che di servizi sociali" riconoscendo il ruolo di grande rilievo rivestito dalla cooperazione sociale della quale "andrebbero valorizzati gli interventi di semplificazione, aiuto e sostegno alle famiglie".



ESPERIENZE A CONFRONTO



L’incontro domanda-offerta

Il progetto “ELSA Politiche di empowerment delle lavoratrici straniere addette alla cura”, promosso a Forlì, Cesena e Svignano sul Rubicone, prevede l’inserimento dei nominativi che hanno superato un corso di formazione in una banca dati utilizzata dallo sportello di incontro della domanda e dell’offerta di lavoro. Rientrano nello stesso intervento le azioni di accompagnamento al lavoro di cura con la supervisione periodica del lavoro, il collegamento dell’assistente con la rete degli aiuti professionali, la pronta sostituzione in caso di abbandono, la mediazione dei conflitti e lo svolgimento di pratiche burocratiche. Una prima sperimentazione nell’ambito dei servizi per l’albo lavoratori, anagrafica anziani e incontro domanda/offerta è stata avviata nel dicembre 2003 dal Comune di Modena attraverso lo “Sportello Informanziani”, poi sviluppata, all’interno del progetto Madreperla, anche in diversi comuni della provincia modenese. Sono attivi a Parma, Fidenza, Borgo Val di Taro e Langhirano, presso le sedi dei Centri per l’Impiego, i “Centri Risorse”, servizi che operano in rete con gli altri soggetti pubblici e privati del territorio, fornendo un incrocio tra la domanda e l’offerta di lavoro e informazioni di carattere sanitario, abitativo, sociale, culturale, di socializzazione. Alle donne immigrate viene fornita inoltre l’opportunità di partecipare a specifici percorsi di formazione professionale e successivamente all’inserimento in uno specifico albo che riconosce e garantisce la professionalità raggiunta.



I percorsi di formazione

"Aspasia - Assistenza domiciliare anziani: sistema integrato di servizi a persone e imprese” è un progetto nazionale che si rivolge a vari soggetti: assistenti familiari e badanti, anziani e famiglie, cooperative sociali ed enti locali. Oltre a creare un sistema integrato di modelli per l'inclusione e a qualificare le professionalità delle badanti, il progetto intende favorire le sinergie tra gli attori del welfare locale e sviluppare una rete informativa tra istituzioni e soggetti del Terzo Settore con: la creazione di un database (Sportello Informanziani Professionale) di informazione e aggiornamento professionale continuo, l’apertura di centri locali polifunzionali che offrono servizi di incontro domanda/offerta, orientamento, counselling, tutoraggio e sostegno all’integrazione delle addette all’assistenza. Le aree coinvolte dalla sperimentazione sono tre: Emilia Romagna (Bagnolo), Puglia (Brindisi) e Sicilia (Ragusa). “ITER strumenti per la certificazione di percorsi femminili” mette in campo in Piemonte la formazione delle assistenti familiari straniere allo scopo di fornire competenze linguistiche e informatiche di base, ma anche competenze professionali (di cura, sanitarie e assistenziali) e prevede la creazione di un albo badanti al quale possono iscriversi le assistenti che hanno ottenuto la certificazione delle competenze.



L’emersione del lavoro nero

Con “Fuori Orario” l’impresa sociale in Emilia Romagna intende offrire non solo nuovi servizi all’interno di un sistema di welfare, ma anche un bacino di occupazione e sviluppo per l’imprenditoria. Tra gli obiettivi del programma: la costruzione di un modello integrato pubblico-privato di servizi assistenziali a domicilio forniti dalle imprese e cooperative sociali delle province di Modena e Reggio Emilia con la definizione di un sistema di incentivi a sostegno della domanda e dell’offerta ufficiale di assistenza privata e un quadro di azioni per la semplificazione burocratica a favore di coloro che intendono accedere al mercato regolare del servizio di cura attraverso le imprese cooperative; il potenziamento organizzativo della cooperazione sociale; la definizione di un piano sperimentale per l’emersione del lavoro nero nel settore dei servizi di cura e assistenza.



Il progetto 'Madreperla'

È stato realizzato nel corso del 2002-2003 su scala regionale grazie al sostegno del Fondo sociale europeo, Ministero politiche sociali e Regione Emilia-Romagna. La Provincia e il Comune di Reggio Emilia hanno affidato alla dott.ssa Ebe Quintavalla il coordinamento su scala locale che prevedeva l’apertura di un punto di incontro. Questo strumento “ha inteso rispondere – recita il documento progettuale – ai bisogni di socializzazione e di un luogo di riferimento per sé cercando di dare una risposta alle situazione di isolamento, di solitudine delle donne immigrate, soprattutto se impegnate nella cura a tempo pieno, ma anche al loro bisogno di creatività, ai loro interessi, alla costruzione di scambi culturali e di relazioni amicali”. Il Punto di incontro è stato fin dall’inizio una casa dove le donne immigrate si sono incontrate ma anche confrontate con le realtà locali, qui ha aperto lo Sportello di aiuto e auto-aiuto per affrontare e superare i momenti di difficoltà. La creazione del Madreperla è stata coordinata da un gruppo di lavoro composto da donne, in prevalenza dell’Est ma anche gruppi di volontariato e associazionismo locale, come la Caritas cittadina e un’operatrice del centro d’ascolto “Sintonia” della parrocchia di San Pellegrino. Nel corso dei primi incontri si è voluto portare alla luce il genere di rappresentazione del lavoro di cura svolta dalle donne immigrate, le richieste, i problemi e i bisogni espressi o inespressi all’interno della loro esperienza lavorativa ed è emerso con chiarezza che occorreva approfondire i bisogni delle donne immigrate e costruire un metodo di lavoro. Sono quindi emerse le linee guida che hanno caratterizzato il punto di incontro dove si possono svolgere attività di socializzazione e per il tempo libero, come festeggiare compleanni e ricorrenze significative. La struttura è dotata di un televisore corredato da antenna satellitare, lettore video e dvd; di una piccola biblioteca per rendere possibile la consultazione di vocabolari, manuali di italiano, ricettari di cucina locale e italiana, guide turistiche e guide ai musei. Si può telefonare ai propri famigliari con tessere di credito pre-pagate; utilizzare una postazione di videoscrittura e internet gratuito; confezionare abiti con la macchina da cucire. Ci si prende cura di sé nello spazio per il taglio dei capelli e la messa in piega e si può disporre di uno spazio cucina attrezzato. Qui si svolgono, inoltre, attività e corsi brevi inerenti, in particolare, il lavoro di cura e si ricevono informazioni e orientamenti su città, provincia e servizi territoriali.



(aprile 2007)



Reggio Emilia - LA NOSTRA CASA SI CHIAMA MADREPERLA

Una delle prime sperimentazioni in Italia sul “care” privato è stata avviata a partire dal 2002 nelle amministrazioni locali dell’Emilia Romagna attraverso il progetto Madreperla, sostenuto dal Fondo sociale europeo, Ministero politiche sociali e Regione Emilia-Romagna. Da questa esperienza è nato un modello di intervento per l’offerta di servizi nel campo della cura della persona che si compone di un sistema di qualificazione del lavoro dell’assistente familiare (percorsi formativi, accreditamento a garanzia delle persone anziane e delle loro famiglie, monitoraggio dell’operato presso il domicilio degli anziani) e di forme di tutela e integrazione sociale delle lavoratrici straniere. Si inserisce in questo contesto, l’apertura a Reggio Emilia di un punto di incontro denominato Madreperla, promosso da Provincia e Comune, coordinato da Ebe Quintavalla (che si ringraziano per aver messo a disposizione i dati e le testimonianze) e gestito da un gruppo di lavoro formato da donne, in prevalenza dell’Est, e gruppi del volontariato e associazionismo locale. Il Punto di incontro è la casa dove le donne immigrate si incontrano e si confrontano tra loro e con le realtà locali. Le donne che frequentano questa “casa” hanno richiesto, fin dai primi giorni, di organizzare corsi brevi per apprendere le tecniche di mobilizzazione, imparare qualche ricetta di cucina emiliana e perfezionare l’uso della lingua italiana parlata. Dentro la casa ha poi aperto “Carezze al telefono”, un supporto psicologico per le donne immigrate, creato in collaborazione con il settore di psicologia clinica dell’Ausl locale, che affronta il tema della genitorialità a distanza, allo scopo di mitigare le problematiche causate da un evento complesso e doloroso come la migrazione che provoca la rinuncia alla vita affettiva, sociale e di coppia. Dalle voci delle donne straniere arriva il racconto di questa esperienza.



Cercavamo una casa

Conversazione con Antonina Bota




Mi ricordo che fu proposto di cercare un nome, una denominazione diversa da Madreperla per il centro, in modo da riassumere la situazione di molte donne e l’obiettivo del progetto. Nonostante gli sforzi non abbiamo trovato un titolo più appropriato di Madreperla, un nome che abbiamo percepito come appropriato e famigliare. In quel periodo le donne vivevano una fase di insicurezza, l’essere nell’illegalità era un’ansia che conoscevano donne diverse per età ed esperienze personali, all’epoca con l’aiuto dei collaboratori della Provincia e del Comune di Reggio Emilia cercavamo di avvicinarci, di pensare a quali erano le nostre idee, i sogni, i piani per il futuro. Noi tentavamo con ogni mezzo possibile di portare un messaggio alle persone incaricate del progetto: volevamo migliorare la quotidianità difficile di molti concittadini. Qualche mese fa ho conosciuto Virna, è arrivata in Italia illegalmente, pagando una somma equivalente a tre mesi di stipendio in cambio di un posto di lavoro da badante. Cominciò a lavorare dopo sei settimane senza lavoro, Vira ha avuto la fortuna di non pagare un affitto in quel primo periodo grazie all’ospitalità di una generosa famiglia italiana dove lavorava una sua amica. Dopo quel primo periodo difficile Vira voleva sentirsi donna e sistemarsi i capelli ma era confusa dai prezzi dei parrucchieri italiani e cominciò a chiedere informazioni per sapere cosa facevano le altre “donne dell’Est”. Le raccontai del centro “Madreperla”, Virna fu affascinata dalle mie parole e mi disse di ringraziare tutti quelli che si impegnavano in questa attività. Sono contenta anche per Virna, che riuscì a risolvere i problemi che fanno parte della routine di ogni giorno. Per l’ennesima volta invece sento l’amarezza perché l’immigrazione illegale dall’est continua, anche se in silenzio senza il clamore che fa quella di “Lampedusa”, da Nord-est continua ad arrivare gente con la speranza di riuscire a sistemare la propria vita e garantirsi un dignitoso avvenire. Spesso mi domando dove vanno investiti tutti i soldi provenienti dai traffici di esseri umani… La corruzione è una piaga sociale che nel nostro paese si è diffusa in tutti i settori della politica, dell’economia e dei servizi sociali, passando per la scuola, l’università, la sanità, la cultura: le bustarelle ingoiano continuamente i guadagni degli emigranti che finiscono per non sapere quando potranno tornare definitivamente nella propria terra.



Lettera dall’Italia

di Marina Holych




"Quando mi sono laureata mia mamma era felice. Mi disse “Farai una vita meno faticosa della mia, sarà interessante e potrai vivere tra i tuoi libri”. Così fu per 17 anni. Facevo l’insegnante ed ero innamorata del mio lavoro. Non era facile ma mi dava molta soddisfazione. È crollato tutto... Meno male che mia mamma non sa come è cambiata la mia vita, a volte penso a voce alta 'Sarebbe molto dispiaciuta. Ma è morta prima che accadesse tutto ciò...' Perché siamo venute in Italia?

Dovevamo uscire, invadere strade e piazze, stare in piedi per settimane, mesi, tutto il tempo che occorreva per ottenere il rispetto dei nostri diritti, cambiare realmente il nostro paese. Mi rendo conto, però, che questa moltitudine di donne immigrate serve... ad aprire gli occhi. Qualcuno doveva fare questo passo, offrire una lezione alle generazioni future. Ma chi ha fatto questo passo? I più deboli o i più forti? I più deboli, o chi come me, non voleva accettare compromessi per diventare più forte?

Io in Italia ho scoperto molte cose. Ho conosciuto un’altra Italia, non quella dei libri, non solo la storia, i monumenti e l’arte. Ma anche i problemi dei ricchi, le lacrime dei famosi, la solitudine dei genitori con 4-5 figli. Poi l’incertezza dei giovani, la poca fede. Un’altra grande delusione è stata la legge Bossi-Fini, non ci credevo: una legge così in un paese democratico! Attraverso il lavoro di assistente familiare (badante) ho conosciuto il vero-altissimo prezzo della libertà. L’uomo libero non sa quanto è cara la libertà! Ho conosciuto meglio me stessa, le mie forze, le debolezze. Ho imparato la pazienza ed il coraggio, dire 'si' e 'no' in modo indipendente. So che da un giorno all’altro la vita può cambiare radicalmente, bisogna essere pronti e non mollare. Ho imparato a non avere paura di cambiare. Che ci sono parole, come solitudine e 'nostalgia-canaglia', disperazione e piacere che hanno significato diverso quando le trovi sul dizionario, rispetto a quando macinano il tuo cuore. Quanto è caro un saluto, un sorriso, una stretta di mano sincera... Il tempo trascorso in Italia mi ha aiutato a crescere, a diventare matura e indipendente. Come se avessi fatto un’altra università. L’università della vita come prova di resistenza. Non potrei mai (adesso, non prima) disapprovare una persona che si è addormentata su una panchina, 'sarà stanca - penso - non avrà la propria casa'. Così come chi mangia per strada 'avrà fame -mi dico- non avrà tempo per fermarsi'. So che ognuno di noi ha le sue ragioni, chi ride e chi piange, chi urla e chi sussurra. Così come quella che porta il burqa e quella che invece indossa la minigonna e ha l’ombelico scoperto. Ed è giusto così, ognuno ha le sue ragioni.

Rispetto a cinque anni fa, oggi sono un’altra persona. Più forte, matura, decisa e pratica. Ho perso tante cose alle quali tenevo eppure mi ritengo fortunata. Ho incontrato persone meravigliose, che mi hanno regalato amicizia, rispetto sostegno e comprensione. Gli voglio molto bene e prego per loro. Ringrazio tutti coloro che mi conoscono. Questa esperienza, ripeto, se non mi ha arricchito materialmente (come speravo) mi ha arricchito spiritualmente. Adesso scrivendo, sorrido. Sorrido a te, Italia".



Frammenti di vita



“Quando non c’era nulla ci chiedevamo dove potevamo andare, ho camminato per tutta la città. Giravo per scaldarmi i piedi, non potevo rientrare perché erano le ore libere. Così ho conosciuto ogni singolo angolo di questa città, ho sofferto la mancanza di un posto dove non ci si può fermare. Anche soltanto per andare in bagno dovevano andare in stazione perché lì era aperto. Molte persone si chiedono cosa hanno gli extracomunitari nei sacchetti di plastica che portano con sé, ma se uno esce tutto il giorno e non ha un luogo in cui ripararsi, cosa porta con sé? Un maglione per coprirsi se c’è freddo, una bottiglia d’acqua, un panino, un libro, un giornale da leggere. Quando stai un giorno intero fuori di casa non sai dove lavarti le mani, provi umiliazione e vergogna … I momenti liberi sembrano la vita da vagabondo fatta da persone che non vogliono fare i vagabondi”.



“Si, c’era bisogno del Madreperla perché prima l’unico punto di riferimento era il parco. Vengo qui per incontrare i miei amici, organizzare delle feste. Qui mi sento come a casa mia, è tranquillo, c’è la macchina da cucire se vogliamo qualcosa, c’è la televisione quando arriva una cassetta da casa con le nozze o un battesimo di nipotini. Veniamo qui e le guardiamo insieme”.



“Mi piace quando ci invitano a qualche festa, come al circolo Orologio. Certe volte finiamo a cantare con musicisti italiani. Al Madreperla abbiamo fatto bellissime visite guidate ai musei, poi sono venuti a raccontare la storia di Mantova, Bologna e Ferrara. Abbiamo fatto escursioni in città, un giorno mi piacerebbe fare visite serali, passeggiare, guardando le stelle… Quanto mi manca!”



“E’ difficile raccontare lo spirito e il valore di un posto fatto di cose semplici come festeggiare un compleanno o piangere senza provare vergogna”.



“Qui al Madreperla ho potuto riflettere sulla nostra condizione. Io credo che la migrazione dei popoli ci sia sempre stata. Dobbiamo cooperare insieme. Ci sono storie bellissime come quella di una donna che è tornata in Ucraina per le vacanze estive, si è portata con sé il suo anziano. Pensate, una badante e il suo vecchietto in ferie insieme. Lui è in carrozzina e ha visto le città dove siamo nate, ha incontrato il marito e i figli della signora che si prende cura di lui”.



“A Reggio quando ti prendono in casa diventi parte della famiglia. Per la mia signora io sono come una figlia… Certe volte quando torniamo a casa siamo felici e siamo tristi… Siamo felici perché torniamo dai nostri figli ma siamo anche tristi perché per qualche settimana ci allontaniamo dalle persone a cui vogliamo bene”.



(22 marzo 2007)



IL PROGETTO ASPASIA IN EMILIA ROMAGNA, PUGLIA E SICILIA



ASSISTENTE FAMILIARE: PROFILO PROFESSIONALE

Secondo il progetto Equal Aspasia da un'analisi dei profili di assistente familiare definiti dalla Regione Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Campania, Liguria, la figura professionale dell'assistente familiare, nella maggior parte dei casi rappresentata da donne, è un’operatrice di sostegno, integrazione e sostituzione delle funzioni di cura della famiglia, in grado di assistere le attività della vita quotidiana di una persona anziana fragile o, più in generale, di una persona temporaneamente o permanentemente priva di autonomia. L'assistente familiare collabora con la persona assistita e la sua famiglia e svolge la sua attività, a ore o in regime di convivenza, presso il domicilio della persona accudita. Il suo ruolo consiste nel facilitare, o sostituirsi, nelle attività di pulizia ed igiene della casa, pulizia ed igiene della persona, preparazione e somministrazione dei pasti, somministrazione di farmaci, sorveglianza e compagnia. Deve essere in grado di affrontare situazioni di bisogno attivando le risorse esistenti sul territorio e possedere una conoscenza dei servizi socio-sanitari territoriali in grado di fornire aiuto all'anziano.



“ASPASIA” INCLUSIONE E FORMAZIONE PER ASSISTENTI FAMILIARI

Sul ruolo e sulla funzione delle 500mila badanti che operano in Italia e sul loro rapporto con la rete territoriale dei servizi, interviene il progetto “Aspasia - Assistenza domiciliare anziani: sistema integrato di servizi a persone e imprese', nelle iniziative comunitarie Equal. Il percorso si è posto l’obiettivo di realizzare un sistema integrato di metodologie, modelli, tecnologie e servizi a supporto dell'inclusione sociale e della qualificazione professionale di badanti e assistenti familiari. Aspasia è promosso da una partnership formata da Anci Servizi e da consorzi della cooperazione sociale, come “Anziani e non solo”, “Madre Teresa di Calcutta”, “Quarantacinque”. Un network impegnato in Emilia Romagna, Puglia e Sicilia, nella sperimentazione territoriale di percorsi formativi a distanza, centri per le assistenti familiari, sportelli informativi per la popolazione anziana e servizi innovativi di domiciliarità integrata.



ASSISTENTI FAMILIARI, ANZIANI E FAMIGLIE

Sono quasi tutte straniere e operano spesso in modo irregolare e precario, le 500mila assistenti familiari che, nelle famiglie italiane, assistono anziani o persone non autosufficienti, con una prevalenza di giovani provenienti dall'Est Europa. Il 57% di loro (fonte: SDA Bocconi) è alla prima esperienza. In media, restano a lavorare nella stessa casa per oltre un anno. Il 57,7% è stato contattato attraverso conoscenti o parenti e solo il 15,5% tramite un'agenzia o un servizio messo a disposizione da enti pubblici. Nel 75% dei casi, assistono persone che hanno più di 75 anni. A questa figura professionale ricorre circa il 18,6% delle famiglie (in maggior misura al Mezzogiorno rispetto al Nord del paese). Si calcola, infatti, che il 75% degli anziani sia gestito dai figli. Appena il 2,5% degli over 65, nel 2002, ha ricevuto un'assistenza domiciliare integrata e il 2% è stato ricoverato in case di riposo. Nelle tre aree coinvolte dalla sperimentazione Aspasia, Emilia Romagna (Bagnolo), Puglia (Brindisi) e Sicilia (Ragusa), gli anziani non autosufficienti sono stimati, rispettivamente, in: 135.700, 105.819 e 121.826. Di questi, riceve un aiuto da personale a pagamento il 17% in Emilia Romagna, il 7% in Puglia e il 13% in Sicilia. Attualmente, le assistenti familiari sono, nelle tre regioni, 23.069, 7.185 e 14.729. E si stima un fabbisogno di persone di supporto, in termini di operatori equivalenti, di 68.529 per l'Emilia Romagna, 55.026 per la Puglia e 62.131 per la Sicilia.



NUOVE RISPOSTE ALLA CRESCENTE DOMANDA DI SERVIZI

"Sulle famiglie italiane grava, per varie cause tra cui l’invecchiamento della popolazione, l’aumento del carico assistenziale - ha spiegato la coordinatrice del progetto, Loredana Ligabue – attorno al quale è cresciuta molto la domanda di servizi e con essa ha preso corpo un vero e proprio mercato privato del lavoro di cura. E' una realtà di cui bisogna prendere atto e con la quale misurarsi per ricondurre l’offerta di modelli di servizi ad una logica di sistema e di continuità nell'assistenza all'anziano". Aspasia si rivolge a numerosi soggetti: assistenti familiari, anziani e famiglie, cooperative sociali ed enti locali. Oltre a creare un sistema integrato di modelli per l'inclusione e a qualificare le professionalità delle badanti, il progetto si pone l’obiettivo di favorire nuove sinergie tra gli attori del welfare locale e sviluppare una rete informativa tra istituzioni e soggetti del Terzo Settore.



GLI STRUMENTI

La prima fase del progetto, della durata di 30 mesi e che si concluderà a dicembre 2007, è stata di studio generale. Le fasi successive hanno previsto la creazione di diversi strumenti di utilizzo generale:



Il Sito Aspasia

Il portale di informazione e formazione per assistenti familiari (www.equalaspasia.it) contiene schede informative – vivere in Italia, lavorare in Italia, assistere un anziano -, notizie aggiornate quotidianamente, link, uno spazio di incontro e forum e un'area formazione contenente glossari specialistici, la connessione ad una piattaforma per la formazione a distanza contenente 23 unità didattiche, test, esercitazioni che spaziano dall'informatica, alla legislazione, a temi specifici di cura quali l'alimentazione, l'igiene personale, la mobilizzazione dell'anziano, le patologie dell'invecchiamento, la relazione e la comunicazione con l'anziano e la famiglia, come affrontare le emergenze e unità didattiche mirate allo sviluppo di imprenditorialità sociale e alla conoscenza delle funzioni e del ruolo della cooperazione sociale, con informazioni su contratti e normative. Il sito (in cinque versioni linguistiche: italiano, inglese, francese, spagnolo e russo) dispone, inoltre, di un'area riservata ai partner in cui viene documentato passo passo l’andamento del progetto e dove sono a disposizione del visitatore i documenti elaborati.



I corsi per assistenti familiari

I temi legati all’assistenza agli anziani vengono affrontati nei corsi per assistenti familiari, basati in prevalenza su modalità di formazioni a distanza e con l’ausilio di unità didattiche multimediali fruibili su DVD. I corsi, della durata media di 20/30 ore, hanno visto finora la partecipazione di 48 donne e un uomo. Complessivamente, in Emilia Romagna, Puglia e Sicilia, sono già state realizzate 138 ore di formazione, di cui 87 a distanza e 52 in presenza, In Emilia a Bagnolo in Piano, dieci donne hanno portato a termine il percorso formativo che si è chiuso nel dicembre scorso con la consegna degli attestati di partecipazione. Le “assistenti familiari diplomate” sono cinque italiane e cinque straniere provenienti da Paesi dell’Est Europa, sia disoccupate, sia operanti nel settore dell’assistenza. Alle donne straniere che ne hanno fatto richiesta è stata data la possibilità di accedere, tramite i computer della Biblioteca Comunale e con il supporto di un’operatrice, ad un corso di italiano multimediale che ha permesso di migliorare sensibilmente la loro conoscenza della lingua. A Brindisi, in Puglia, l’attestato è stato consegnato a quattordici partecipanti. L’elevata partecipazione di donne straniere ha reso utile integrare la formazione tecnica con un supporto all’apprendimento della lingua italiana, avvenuto – così come a Bagnolo – avvalendosi di un corso multimediale accessibile via web. L’ultimo corso a terminare è stato quello realizzato a Ragusa, in Sicilia, conclusosi il 19 gennaio scorso. Nel comune siciliano si sono “diplomate” sedici operatrici: sette italiane e nove straniere, provenienti da Polonia, Turchia, Albania, Azerbaigian, Nigeria, Tunisia, Romania. Sebbene la netta prevalenza fosse di donne straniere, ai corsi si è registrata un’alta partecipazione di donne italiane. Questo è un dato nuovo che evidenzia come, attraverso il processo in atto di regolarizzazione o di esplicitazione della funzione sociale di questo ruolo, sia stata data in generale maggiore attenzione, qualità e rilievo al lavoro di cura. E rappresenta un fattore determinante per alcune categorie di donne italiane dei distretti individuati in Emilia, Puglia, Sicilia, per le quali l’ostacolo più grande è rappresentato dalla difficoltà ad orientarsi al lavoro, in mancanza di politiche specifiche. E per le giovani donne con figli che hanno difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro e che iniziano ora a ricercare delle nuove opportunità proprio in questo ambito.



I centro servizi per le assistenti familiari

Al tema della formazione sono dedicati i Centri Servizi Aspasia per le assistenti familiari che sono stati aperti nelle tre regioni interessate dal progetto. Luoghi di orientamento e informazione per l’inclusione sociale e professionale, di formazione continua, tutoraggio, supporti specialistici, ma anche centri dell’attività di incontro tra famiglie e lavoratrici. In queste sedi, situate presso le sedi comunali dei diversi territori, sono stati istituiti gli Albi locali delle assistenti familiari, sia italiane sia straniere, fornite di attestato di partecipazione ai corsi di formazione. A Bagnolo in Piano il nuovo Centro Servizi Aspasia rivolto agli anziani, alle loro famiglie e alle assistenti, ha aperto il 16 gennaio scorso. Il Centro opera in stretta collaborazione con le assistenti sociali e si propone quale punto di riferimento unico sul territorio, in grado di rispondere a diverse esigenze, come raccogliere e distribuire le informazioni sui servizi per l’assistenza agli anziani e rispondere ai bisogni anche mantenendo l’anziano presso il proprio domicilio. Tra gli obiettivi anche quello di migliorare le capacità dei soggetti (anziani, famiglie, operatori impegnati nell’assistenza familiare) ad orientarsi rispetto ai propri bisogni attraverso opportunità qualificate di servizio, ma anche sostenere le iniziative e i progetti volti a migliorare la qualità dei servizi e l’integrazione fra assistenti familiari, famiglie e rete dei servizi territoriali. Un recente accordo tra il Centro servizi e i Servizi per l’impiego della Provincia di Reggio Emilia, consentirà di fornire alle famiglie che abbisognano di assistenza familiare i servizi di incontro domanda/offerta di lavoro.



(2 maggio 2007)



FONDO REGIONALE PER LA NON AUTOSUFFICIENZA: IN LIGURIA CRESCE LA RETE DEI SERVIZI



La Liguria apre un laboratorio di innovazione nei servizi sociali e socio-sanitari attraverso gli interventi di integrazione socio-sanitaria, il Fondo per la non autosufficienza e proposte innovative come l'Agenzia per la terza età.



Un patto assistenziale con chi si prende cura della persona anziana o disabile



La Regione Liguria ha approvato di recente il programma triennale per l'utilizzo del Fondo regionale per la non autosufficienza. Regione, Enti Locali, sindacati e Terzo settore hanno assunto un impegno comune che dovrà portare ad un incremento progressivo della rete dei servizi per la non autosufficienza e a favorire la permanenza dei malati nel proprio ambiente familiare. L’obiettivo atteso è un incremento dell’assistenza sulla popolazione ultra sessantacinquenne che va dal 4% del 2006 al 5,5% del 2007, per raggiungere il 7% del 2008. Il programma si propone di potenziare l’offerta domiciliare e residenziale, sanitaria e socio-sanitaria per le persone anziane e non autosufficienti e soprattutto di favorire l’interazione tra la rete dei servizi e il lavoro di cura svolto a domicilio dai familiari o da assistenti familiari con l’introduzione di una misura economica di sostegno alla permanenza a domicilio pari a 350 euro mensili. Il Fondo prevede uno stanziamento complessivo per il primo anno di 187.318.000 euro, di cui 7.100.000 assegnati ai distretti sociosanitari che gestiscono la nuova misura economica. L'accesso ai benefici concessi dalla Regione viene agevolato dal recente accordo tra la Regione Liguria e i medici di medicina generale sul Fondo per la non autosufficienza, con il quale è stata data piena attuazione alla delibera di Giunta 1106 del 2006 che ha definito termini e modalità di richiesta per ottenere la misura economica per la non autosufficienza, in applicazione della Legge regionale del 24/5/2006 n.12 "Promozione del sistema integrato di servizi sociali e sociosanitari" che ha istituito il Fondo Regionale per la Non Autosufficienza.



La figura dell’assistente familiare nel sistema integrato di servizi sociali e socio-sanitari



Fondo regionale per la non autosufficienza, inserimento della figura professionale di assistente familiare nel repertorio regionale delle professioni, regolarizzazione della posizione di badanti e assistenti familiari. Questi gli interventi che interessano più direttamente la figura delle assistenti familiari, contenuti nell’azione avviata dalla Regione Liguria per sostenere concretamente le famiglie nell'assistenza di anziani e persone non autosufficienti. In questo ambito rientra l'accordo programmatico siglato lo scorso aprile da Regione Liguria, Provincia e Comune di Genova, Organizzazioni sindacali, Sindacati dei pensionati Spi-Cgil, Fnp-Cisl, Uilp-Uil e Forum del Terzo settore. L'accordo prevede la realizzazione di interventi di orientamento professionale e formativi e la creazione di un albo degli/delle assistenti familiari che hanno seguito i percorsi di formazione, così da garantire una regolamentazione dell’accesso al lavoro di assistenza domiciliare e favorire le famiglie nella ricerca e nell'assunzione di assistenti familiari. Chi vuole intraprendere la professione di assistente familiare può seguire un corso di formazione di 300 ore (100 di teoria e 200 di pratica) e uno stage, al termine del quale viene rilasciata la certificazione dell’abilitazione professionale che consente di esercitare la professione e vedere tutelati i propri diritti contributivi e sindacali. Mentre le famiglie possono contare su un punto di riferimento certo, dove individuare le figure qualificate che meglio rispondono alle loro necessità. In base all'accordo viene favorita, inoltre, l'emersione del lavoro nero e l'accesso alla rete dei servizi per anziani e disabili in condizioni di fragilità e non autosufficienza alle fasce di popolazione oggi escluse dal sistema. Mentre l'attività dei soggetti firmatari viene coordinata da un comitato che si occupa anche della verifica del percorso di integrazione dei servizi e delle competenze riunite in rete. Sono i centri per l'impiego delle province a fornire l’elenco degli assistenti famigliari già formati alle famiglie interessate. Queste strutture si occuperanno, inoltre, dell’attività di aggiornamento delle schede professionali dei/delle lavoratori/ici con l'inserimento delle qualifiche e degli attestati formativi posseduti, allo scopo di favorire il loro accesso al mercato del lavoro. La parola d’ordine diventa, quindi: integrazione. Sia per gli interventi che sono già ben definiti sia per quelli che stanno prendendo forma. Come l’Agenzia per la terza età, struttura pensata da Regione Liguria e Università di Genova in grado di affrontare i problemi legati all'invecchiamento con proposte e interventi innovativi, alla quale affidare il ruolo di coordinamento tra i servizi sociali e sanitari.



Quale domanda di servizi assistenziali nell’indagine sulle famiglie?



Migliaia di famiglie in Italia si misurano con l’assistenza domiciliare alle persone anziane e non autosufficienti. La Liguria si pone tra le regioni più anziane d'Europa e può rappresentare uno dei più significativi esempi del fenomeno di invecchiamento della popolazione che sta attraversando l’intero territorio nazionale, come emerge dall’indagine conoscitiva sulle condizioni sociali delle famiglie in Italia, messa a punto nel mese scorso dalla commissione Affari sociali della Camera.

L’Italia dell’indagine è un Paese di uomini e donne con genitori anziani e sempre meno bambini. La dimensione media delle famiglie si riduce e aumentano in percentuale le persone nelle fasce di età più avanzate. Le strutture familiari si semplificano, si riduce il peso delle famiglie con cinque componenti e delle coppie con figli, mentre aumentano le persone sole e le coppie senza figli. Negli ultimi dieci anni gli anziani tra i 74 e gli 85 anni che vivono ancora in coppia sono passati dal 45,5% al 50,2% e si registra un aumento considerevole degli anziani e delle anziane che superano gli 85 anni con problemi di non autosufficienza.

L’Italia dell’indagine è un Paese che si regge delle donne, il 70% del carico familiare e domestico pesa sulle loro spalle. L'invecchiamento complessivo della popolazione e l'ingresso delle donne nel mercato del lavoro ha determinato la crescita di nuovi bisogni e una maggiore domanda di servizi assistenziali da parte delle persone e delle famiglie. Ma le risorse pubbliche destinate a fornire risposte adeguate ai bisogni, nonostante le misure introdotte quali il Fondo per la non autosufficienza, sono ancora poche. Il nostro Paese rispetto agli altri Paesi europei, sconta in questo ambito una forte arretratezza: l'Europa destina alle famiglie l'8,5 % della spesa sociale, contro il 4,4 % di quella italiana.

L'indagine sulle condizioni sociali delle famiglie si è proposta di verificare l'efficacia degli strumenti previsti dalla normativa vigente per il sostegno alle famiglie, ma anche di analizzare, più in generale, l'evoluzione del ruolo e delle condizioni sociali della famiglia in relazione ai cambiamenti economici, demografici e culturali intervenuti nella s

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