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I centri antiviolenza sono luoghi della libertà : parola del CAV “Renata Fonte” di Lecce

I centri antiviolenza sono luoghi della libertà : parola del CAV “Renata Fonte” di Lecce

Sono le donne combattenti del centro antiviolenza “Renata Fonte di Lecce”; si muovono in gruppo per scardinare ogni pilastro su cui si fonda la società patriarcale, che porta alla morte di tante donne. Al danneggiamento della qualità della vita di t

Giovedi, 14/06/2018 - Arrivano in gruppo, col sorriso sulle labbra, forti, energiche nonostante una giornata serrata che loro stesse raccontano: l’attesa dal tribunale di Lecce di una sentenza che grida giustizia. La giustizia per una donna che ha subito un notevole numero di violenze, visibili sul corpo e nella testa, è una ragione di vita, è la cannula che dalla bocca ti restituisce ossigeno. E loro che si costituiscono Parte civile per non lasciare nessuna donna da sola. Sono le donne combattenti del centro antiviolenza “Renata Fonte di Lecce”; si muovono in gruppo per scardinare ogni pilastro su cui si fonda la società patriarcale, che porta alla morte di tante donne. Al danneggiamento della qualità della vita di tante compagne, mogli, fidanzate che vivono nella propria casa il dramma della violenza domestica. Questo è stato detto durante il corso di formazione per docenti “Educazione in genere” fortemente voluto da alcune insegnanti dell’Istituto comprensivo Bonsegna Toniolo di Fragagnano e Sava (TA).
Prende la parola la presidente del CAV Maria Luisa Toto la quale afferma che non bisogna mai dimenticare che non violenza e legalità devono viaggiare insieme. La discriminazione di genere non è altro la più subdola e feroce violazione dei diritti umani. Fare del male a una donna perché donna. È agghiacciante.
L’uomo sia presso i carabinieri, polizia, tribunali, nega sempre la violenza, perché per lui è la normalità. “Non ho fatto nulla di male, signor giudice. Volevo rapporti con lei perché è mia moglie, o voleva o non voleva”. I casi, le testimonianze di un centro antiviolenza sono tantissimi, per questo una corsista ha chiesto se ci fosse un profilo preciso della donna maltrattata. “Non c’è un profilo preciso”, risponde la presidente, “tutte siamo coinvolte e tutte esposte a questo tipo di sopraffazioni. La cultura piena di stereotipi sessisti non ci lascia grandi margini di difesa. È da qui che dobbiamo partire. Una cultura che permette a una donna di essere umiliata, picchiata perché l’uomo la deve educare (come si fa con i cani ndr), perché in lui risuona l’idea che sia l’essere dominante, che ha potere sulla sua compagna, va rivoltata come un calzino”.
E la donna? Se l’uomo si sente in potere di fare e strafare su di lei, lei sente la vergogna della sua situazione, del suo essere svalorizzata giorno dopo giorno. A volte le sembra impossibile che stia accadendo proprio a lei. Si convince di valere sempre meno, fino a scomparire. “Sei uscita con quella poco di buono? Ma pensa alla casa piuttosto, hai una casa che fa schifo, non pulisci, hai fatto male questo o quello”. Si potrebbero raccontare mille casi del genere che tolgono stima di se stesse, entusiasmo, gioia di vivere. E che portano ad andare sempre più indietro fino alla depressione. Anche chi scrive non è stata immune da questi stati di sopraffazione e di umiliazione. Con frasi che sembrano carta copiativa, le stesse che dichiara la presidente Toto. E che portano nel pieno della violenza di lui che la tiene in pugno, che impaurisce con le sue frasi diffamatorie la vittima prescelta, la sua compagna di vita; è per questo che abbiamo tutte bisogno di aiuto e di rete. Rete che si deve fare con le donne stesse: loro conoscono il problema, lo affrontano con figure professionali mirate e preparate. I centri antiviolenza sono luoghi della libertà, che portano all’autonomia e autodeterminazione.
“Ci siamo formate con il procuratore antimafia Pier Luigi Vigna e non smetteremo mai di ringraziarlo. Lui ci diceva sempre che dovevamo entrare in quella zona grigia dove i giudici non entrano, perché impossibilitati a riconoscere il linguaggio della violenza di genere.” Un insegnamento grandioso. Che porta la donna a vincere su chi ha banalizzato il male. La donna che vuole sentire nell’aula di tribunale la parola “condanna” per il riconoscimento dei soprusi, per restituire dignità a ognuna, perché così lo Stato restituisce alla vittima il diritto di essere persona. E lui che aveva bisogno di una donna spaventata si trova di fronte a una combattente insieme a tante altre donne combattenti. Insieme si può.
Elena Manigrasso

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