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Il mio '68 di Marisa Rodano

Il mio '68 di Marisa Rodano

1968/2008 - "Nel 1968 avevo 47 anni, ero, insomma, come avevano cominciato a dire i ragazzi “matusa”..."

Bartolini Tiziana Mercoledi, 25/03/2009 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Giugno 2008

Nel 1968 avevo 47 anni, ero, insomma, come avevano cominciato a dire i ragazzi “matusa”. Ero però stata coinvolta nei prodromi del movimento fin dal ’67, nell’occupazione della Università di Roma, la Sapienza. Era la prima occupazione di un’Università ed era stata provocata dall’aggressione dei fascisti a uno studente, Paolo Rossi, picchiato e ferito gravemente sulle scale della Facoltà di Lettere, durante una campagna elettorale per l’elezione degli organismi rappresentativi universitari: Paolo, coetaneo dei miei ragazzi, figlio di un amico carissimo, il pittore Enzo Rossi, morì a seguito delle percosse ricevute senza riprendere conoscenza. Quella occupazione fu un avvenimento assolutamente inedito e straordinario: lezioni sospese, ragazzi e ragazze che – tra lo scandalo e le polemiche dei benpensanti – mangiavano e dormivano nelle aule, assemblee permanenti. Fu così che mi trovai gettata a capofitto in quella occupazione: incontri di parlamentari, docenti, studenti, assemblee, manifestazioni, persino la partecipazione, talora con l’incarico di presiederle (io, che pur essendo vicepresidente della Camera, non ero neppure laureata) a riunioni, “allargate” ad assistenti e incaricati nonché ad esterni, del Consiglio di Facoltà di Lettere, prassi inaudita in un tempo in cui i Consigli di facoltà erano rigidamente riservati ai pochissimi docenti ordinari, cioè titolari di cattedra. Fu per me un’esperienza sconvolgente. Di occupazioni ne avevo viste molte: fabbriche, presidiate dagli operai in lotta contro i licenziamenti o nel corso di vertenze sindacali, case invase dai senza tetto, terre rivendicate dai contadini senza terra. Ora era un nuovo soggetto che entrava in campo, non un soggetto sociale, ma politico, le cui motivazioni non erano rivendicazioni economiche: era una nuova generazione che si affacciava sulla scena. L’occupazione a Roma era cominciata per protesta: il problema della connivenza delle autorità accademiche con i gruppi neofascisti e la richiesta delle dimissioni del rettore Papi (un gruppo di studenti rocciatori, calandosi a corda doppia dal tetto del rettorato, vi aveva dipinto in caratteri giganti “via Papi”), si intrecciavano all’attacco contro la mancata vigilanza delle forze dell’ordine e di conseguenza contro il ministro dell’Interno, Amintore Fanfani. Ma ben presto divenne l’occasione per una battaglia di massa contro la proposta di legge di “riforma” dell’università presentata dal ministro Luigi Gui, ritenuta da studenti, incaricati, assistenti gattopardesca e insufficiente. Via via si sarebbe trasformata in una battaglia contro l’autoritarismo, le rigide gerarchie, per il potere studentesco... Insomma quegli occupanti, già allora, come sarebbe avvenuto l’anno successivo, volevano cambiare tutto. Negli anni seguenti le occupazioni sarebbero dilagate non solo nelle Università, ma nelle scuole, negli ospedali, alla mostra del cinema, persino nelle chiese. Tutta la società sarebbe entrata in ebollizione.



Il ’68 vero e proprio, l’ho vissuto da due diversi punti di vista. In primo luogo, come madre di figli che vi parteciparono: solidale e preoccupata al tempo stesso quando mia figlia Giulia ancora liceale si trovò coinvolta negli scontri sul piazzale della Sapienza, dove venne ferito Scalzone, o al momento dei fatti di Valle Giulia e, in seguito nelle mille manifestazioni di studenti e operai “uniti nella lotta”, in quelle per il Vietnam o contro i colonnelli greci. In secondo luogo, come dirigente nazionale dell’UDI, perché quel movimento contestava l’associazione delle donne, ritenuta, al pari delle strutture pubbliche, dei partiti, dei sindacati un’ “istituzione”, una realtà vecchia, repressiva, un simbolo dello status quo da abbattere.



Le ragazze del movimento studentesco, dal canto loro, rifiutavano l’idea di avere un problema di emancipazione: si sentivano protagoniste di quel movimento e perciò “uguali” ai loro compagni maschi. Proprio tra quelle giovani era più forte e radicale la contestazione del ruolo dell’UDI, che, invece voleva conquistarle, perché vedeva in esse la nuova leva di militanti che avrebbe potuto rilanciare la battaglia di emancipazione femminile. Il peso di questa preoccupazione è evidente nella relazione introduttiva all’VIII Congresso Nazionale dell’UDI, che si concludeva con un appello alle ragazze del movimento studentesco ad assumere organicamente il loro posto nel movimento di emancipazione: “E’ del tutto logico e giusto che le studentesse si trovino a fianco nella lotta con i loro compagni di scuola o coi loro colleghi di università, così come sarebbe assurdo in una fabbrica che le lavoratrici non compissero con gli altri lavoratori una comune esperienza sindacale.[….]. Ciò che noi chiediamo loro (alle studentesse) è di fare quel che ha fatto Carlos, l’atleta nero vincitore della medaglia di bronzo dei 200 metri alle olimpiadi che, dopo aver espresso la sua protesta sul podio della premiazione, è andato a sedersi tra il pubblico indossando l’abito delle genti africane. Amiche studentesse, indossate anche voi l’abito del vostro sesso; assumete su di voi, con la lucidità che vi viene dalla coscienza rivoluzionaria, la condizione femminile…”



Solo in seguito quelle ragazze si sarebbero accorte di essere state gli “angeli del ciclostile” o “le donne del capo”. Come ha scritto Luisa Passerini, “tutte le donne attribuiscono alla loro partecipazione al movimento studentesco un valore dirompente”, ma - cito da Ombre Rosse - “se il ’68 ha significato l’emergere di nuove esigenze, di nuovi contenuti, di nuovi valori e di nuovi comportamenti, la scoperta di una nuova libertà sessuale, il rifiuto della famiglia, lo stare assieme in modo diverso, la costruzione di una cultura alternativa, tutto questo è stato vissuto in modo contraddittorio non come liberazione, come elaborazione autonoma di nuovi modelli, come risposta ai propri bisogni. I compagni cambiavano e le donne subivano. Per le donne è stata una nuova forma di oppressione; un modello imposto da una concezione maschile di cui erano oggetto”. Rammento, in proposito, quanto mi disse una studentessa della facoltà di architettura di Venezia durante un dibattito: “noi dobbiamo essere sempre disponibili ai rapporti sessuali: se non ci stiamo, dicono che siamo inibite. Ma, poi, tocca a noi riempirci di pillole o abortire…”. Proprio la partecipazione a quel movimento, e non i nostri appelli, proprio la ribellione al maschilismo che lo connotava, avrebbe finito per aprire loro gli occhi e farle cambiare. Ma non le avremmo conquistate, sarebbero state loro a conquistare noi: sarebbero diventate le pioniere di un nuovo, inedito movimento, il femminismo e delle grandi battaglie degli anni successivi per il divorzio, l’aborto, contro la violenza sessuale. Ma, in nome della nuova libertà femminile, avrebbero continuato a criticare la politica di emancipazione dell’UDI, considerata a torto come omologazione delle donne agli uomini. L’esperienza delle grandi lotte operaie e della saldatura tra studenti e operai avrebbe introdotto il femminismo nel sindacato, tra le lavoratrici. Anche l’UDI avrebbe dovuto fare i conti col femminismo, aprirsi a nuove tematiche, modificare le sue modalità di lavoro. E’ stato insomma, il sessantotto, anche per le donne, uno spartiacque: nulla sarebbe stato più come prima.







Come eravamo”noidonne”







La protesta partì dall’Università. Da allora la scuola italiana è diventato altro. Era meglio prima o è stato un bene aver demolito le ‘sicurezze’ che scandivano le precedenti gerarchie ? Le donne cominciarono a capire che potevano essere protagoniste della loro vita. Che potevano decidere, essere autonome. Il femminismo sarebbe germogliato senza il movimento del ’68?







(Scrivi riflessioni e opinioni anche sul tuo’68 a: redazione@noidonne.org)







(24 giugno 2008)

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