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 Il nuovo libro di Concita De Gregorio “Chi sono io?”

Il nuovo libro di Concita De Gregorio “Chi sono io?”

Sono soprattutto le donne a fotografare se stesse. Perché? Concita De Gregorio lo ha chiesto a cinque fotografe. La risposta ha rivelato sempre una ferita, un bisogno di guarigione, mai una vanità

“Ho cercato molti autoritratti, per molto tempo. Quelli che ho trovato sono quasi tutti femminili. Le donne fotografe si ritraggono sempre, quasi sempre. Gli uomini fotografi molto meno. È curioso. I fotografi non hanno bisogno di cercare la loro anima? Come mai voltano così di rado la macchina fotografica verso se stessi? Perché il lavoro sull’identità – chi sono io – è in fotografia un lavoro soprattutto femminile?”.
Muove da questi interrogativi il nuovo, avvincente libro di Concita De Gregorio pubblicato da Contrasto col titolo “Chi sono io? Autoritratti, identità, reputazione”, un’indagine serrata sulle motivazioni profonde che inducono (soprattutto) le fotografe a puntare l’obiettivo su di sé.
Come ha raccontato l’autrice durante l’affollata presentazione del volume, svoltasi in anteprima nazionale a Roma, al Maxxi, il 7 novembre scorso, l’idea del libro è nata da una visita fatta un sabato mattina in compagnia di Alessandra Mauro, direttrice editoriale della casa editrice Contrasto, alla mostra della fotografa americana Vivian Maier (1926-2009). La misteriosa bambinaia-fotografa usava dire “Io fotografo me stessa per trovare il mio posto nel mondo”, un’affermazione di carattere esistenziale di una semplicità disarmante, alla quale fa eco il titolo “Chi sono io?” del libro.
Infatti sebbene il volume sia dedicato alle donne fotografe, da Claude Cahun a Francesca Woodman, da Wanda Wulz a Cindy Sherman, da Diane Arbus a Nan Goldin, fino alle nuove generazioni, “Chi sono io?” non è tanto un libro di fotografia, quanto il racconto di un percorso, appassionato e sofferto, compiuto dalle donne per definirsi, per trovarsi. La fotografia, dunque, come forma di autoanalisi, terapia, cura, scoperta della propria identità.
Concita De Gregorio ricorda, ad esempio, il caso della fotografa surrealista Dora Maar (1907-1997), musa e amante di Picasso, che diceva “Ho centinaia di ritratti di Picasso ma nessuno è Dora Maar. Sono tutti Picasso”. Ma quando Dora Maar si fa l’autoritratto riesce finalmente davvero a vedersi? Oppure continua a guardarsi attraverso gli occhi di Picasso?
Il libro si interroga quindi sull’autorappresentazione e sull’identità, in rapporto all’idea che le donne hanno di se stesse e alle aspettative degli altri. Da qui deriva anche un’interessante riflessione su cosa distingua un autoritratto fotografico da un selfie. Probabilmente non il mezzo, ma l’intenzione: l’autoritratto lo si fa per conoscersi, il selfie per piacere agli altri e costruirsi una reputazione.
Come già aveva fatto nel suo progetto “Cosa pensano le ragazze” (2016), anche in questa occasione Concita De Gregorio è ricorsa per la sua indagine a lunghe conversazioni, in questo caso con cinque fotografe italiane tra i 30 e i 45 anni: Simona Ghizzoni, Anna Di Prospero, Moira Ricci, Silvia Camporesi e Guia Besana, i cui lavori fotografici sono riprodotti e commentati nel libro. Sono emersi così alcuni temi ricorrenti (il doppio, il corpo nudo, il tempo, il vestito rosso, la gravità e la leggerezza) ai quali Concita De Gregorio ha dedicato degli speciali approfondimenti.
Le biografie di tutte le fotografe citate e illustrate nel testo concludono il volume.

Didascalie
Guia Besana, Condition #10, “Under Pressure”, 2013. © Courtesy of Guia Besana
Silvia Camporesi, “Ofelia”, 2004 © Courtesy of Silvia Camporesi
Simona Ghizzoni, autoritratto, “In Between”, 2007. © Courtesy of Simona Ghizzoni





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