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La manutenzione delle parole: perché è necessario aver cura della lingua - di Stefania Cavagnoli

La manutenzione delle parole: perché è necessario aver cura della lingua - di Stefania Cavagnoli

Questo articolo della professoressa Stefania Cavagnoli, ribadisce ancora una volta l'importanza del linguaggio corretto da un punto di vista del genere

Mercoledi, 10/10/2018 - di Stefania Cavagnoli

Come molte donne e uomini, ho letto con fastidio gli articoli che sono usciti in data 4 ottobre su alcuni quotidiani, con titoli gridanti, quasi a fare scalpore, sulla presa di posizione di politiche leghiste rispetto all’uso corretto della lingua italiana. Rendendola in questo modo scorretta.

Gli articoli portano il titolo: Addio a “presidenta” e “ministra”: il Palazzo rinnega e resetta la Boldrini, e ancora: Intestazioni femminilizzate dalla Boldrini: si cambia.

Il fastidio è causato sia dalla forma, che sempre è sostanza, sia dal contenuto.

La forma citata è sbagliata (a proposito?), e dimostra un’ignoranza della lingua italiana: “presidenta” non è una parola italiana (si chiamava così Michelle Bachelet, in Cile), mentre lo sono “la presidente” e “il presidente”. Le regole per la declinazione al femminile sono le stesse che servono per tutte le parole della nostra lingua, e che, se ci fossero ancora dubbi, sono state ricordate e specificate già nel 1987, nel testo di Alma Sabatini, oltre che in moltissime guide e documenti di amministrazioni pubbliche, di centri di ricerca e dell’Accademia della Crusca.

Ma anche il contenuto è sbagliato: la lingua non è cosa di Boldrini, è una ricchezza di tutte le persone che la parlano e la usano quotidianamente. Sono i/le parlanti che la modificano, la consolidano, la rendono condivisa.

E’ triste che sia necessaria (o lo sia stata) una azione politica e amministrativa, come quella che è stata realizzata ad opera della Presidente della Camera nel 2016. Ma evidentemente lo era davvero, necessaria.

La lingua, male utilizzata, propone quotidianamente discriminazioni e nasconde la presenza femminile. La lingua è il costrutto di una società, è la conseguenza di un ambiente, e di un modo di pensare. La lingua crea la realtà, e la descrive. La questione è quindi se, attraverso la lingua, ci interessa rappresentare la realtà attuale, in cui le cariche sono rappresentate da donne e uomini, o semplicemente continuare a riproporre una visione linguistica che non è reale. Una rappresentazione al maschile non descrive la realtà in cui viviamo, in cui una donna è la più alta carica del senato, in cui alcune donne sono a capo di un ministero, in cui nelle principali istituzioni europee e internazionali non sono solo gli uomini a dirigere.

Inoltre, molto spesso, attraverso un uso al maschile della lingua per cariche e professioni, si sostiene che le espressioni comuni siano frutto di regole grammaticali, e che l’intervento di femminilizzazione sia un andare contro le regole. Falso. Tale ipotesi si basa sull’idea dell’immaginario, che è al maschile, nella lingua italiana, per tradizione, storia e focus antropocentrico. Lo stesso vale per certi stereotipi e discriminazioni che non vengono nemmeno riconosciuti come tali.

La lingua è uno strumento di riconoscimento dei cambiamenti e serve per agevolare le modifiche della realtà.

Non reggono le motivazioni della caratterizzazione neutra delle cariche, che neutra non è ma è sempre al maschile. Non regge nemmeno la motivazione del “si è sempre detto così”. La lingua cambia e noi la usiamo sempre adattandola alla situazione, inserendo parole di lingue straniere, inventando neologismi e formule diverse dalla tradizione. Solo con l’uso del femminile si scatenano reazioni di pancia, nascoste dietro motivazioni che però non reggono. Perché?

Al fondo di tutte queste reazioni c’è un rapporto di potere. Evidentemente il maschile è considerato più importante, e lo dimostrano le donne che insistono ad essere chiamate nella denominazione delle loro funzioni come gli uomini. Implicitamente, e esplicitamente, attribuiscono quindi al genere maschile un potere maggiore rispetto all’uso del femminile.

La presa di posizione delle deputate leghiste è la dimostrazione che davvero il modello di riferimento è quello maschile. Contrariamente alle regole grammaticali, e contrariamente alla descrizione effettiva della realtà.

Se le donne non capiscono che la lingua è una questione sostanziale, e non marginale, per la parità e il cambiamento, la loro situazione non cambierà. La lingua è determinante, e dovremmo imparare a usarla in modo adeguato, curandola e rispettandola. Anche e a maggior ragione in Parlamento.

L'autrice è  docente di linguistica applicata

Università di Roma Tor Vergata

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