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La misoginia si combatte prima di tutto a scuola

La misoginia si combatte prima di tutto a scuola

Il dilagare di comportamenti sessisti e violenti nelle scuole. Un allarme da non sottovalutare

Giovedi, 07/03/2019 - In questo 8 marzo 2019 segnato da esternazioni tribali di gruppi politici ossimorici (i leghisti di Crotone!), dal mito dell’uomo forte al comando, dalla riproposizione della famiglia luogo naturale per le donne (per bene) e dei bordelli legali (per quelle per male, delle donne non si butta via niente, soprattutto per far cassa) io sarò in teatro, con i ragazzi di un istituto professionale.

Al mattino per le scuole e alla sera per la città, a Valdagno andrà in scena Manutenzioni-Uomini a nudo Young, progetto di formazione nelle scuole contro la violenza sulle donne nel quale, similmente alla versione per adulti, gli studenti portano in scena le risposte di loro coetanei a domande sulla sessualità maschile, la virilità, la percezione dei corpi e delle relazioni.

Il tutto accadrà a pochi chilometri da Verona, dove a fine marzo avrà luogo il mega incontro sulla famiglia tradizionale, benedetto dal meglio dei fondamentalisti nostrani ed europei. Una festa annunciata per celebrare il trionfo dell’amore, dell’incontro (esclusivamente) tra uomini e donne, dove pullulano i sorrisi, le carezze, il rispetto e l’armonia, come si può vedere dai video promozionali pieni di poesia e di riferimenti alla vita. Che bello.

A questi paladini romantici sfugge, però, la realtà della scuola italiana e dei giovani: faccio incontri e formazione da oltre vent’anni, da nord a sud sia nei licei così come nei professionali, e posso dire di aver visto decine di ragazzi e ragazze, così come i loro e le loro insegnanti, di mente aperta e curiosa, animati dal desiderio di imparare, e insegnare, la convivenza, il rispetto e i valori della nonviolenza per fermare il sessismo e la misoginia.

Ma mentirei se tacessi sul fatto che negli ultimi anni ho visto il rapido dilagare di molti, troppi comportamenti e contenuti violenti, sessisti e misogini nelle scuole italiane, alimentati dalla normalizzazione dell’hate speech che ormai è la cifra preponderante nei social, luogo dove i giovani apprendono la comunicazione e quindi anche le modalità di relazione tra pari.

Nelle oltre 5.000 risposte date dai giovanissimi al questionario che fa da base al copione della piece spiccano due verità: la prima è che la fonte prioritaria per avere informazioni sulla sessualità è l’internet del porno, per tutti e a partire dai 12 anni.

La seconda è l’equazione: “Sono un maschio, quindi più muscoloso di una femmina, quindi comunque più violento”. Un comune sentire, così come la convinzione diffusa che “chiamare ‘troia’ una che si veste in modo provocante non è insultarla perché se una ragazza si veste così se la va a cercare, (la violenza)”.

Certo i siparietti con le bambole gonfiabili nei comizi a dileggio della Presidente della Camera, l’uso di linguaggio e immagini da trivio sui giornali, in tv e nei social hanno nutrito i nostri figli e figlie già a partire dal tinello di casa, e quindi la scuola è sempre di più un luogo in difficoltà e impoverito nel suo ruolo educativo, laddove spesso le famiglie e le scuole hanno rotto il patto tra adulti di riferimento.

Far timbrare il badge in entrata e uscita a scuola potrà, magari, scongiurare il rischio di marinare le lezioni, ma troppo volte esco dalle aule con la sensazione che la desertificazione emotiva stia dilagando, se prende piede la visione dell’istruzione più come di una azienda che come una agorà per costruire consapevolezza e responsabilità.
Scrive Jacopo Fo in una lettera rivolta agli odiatori che ogni anno infangano il nome della madre, Franca Rame, nell’anniversario dello stupro subìto da parte del commando fascista: “Forse se entrasse nelle scuole una buona educazione al sesso e ai sentimenti questo vuoto esistenziale potrebbe essere colmato nelle generazioni future. La malattia dell'Italia non è solo politica, è morale, filosofica e sentimentale. Molti non sanno neppure cosa siano i sentimenti. Vivono tenendo carcerate le loro emozioni. Ma a scuola non si può parlare apertamente di corpo e di anima”. Ecco, buon 8 marzo, e speriamo di cavarcela.

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