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La morfologia e il linguaggio di genere

La morfologia e il linguaggio di genere

Appunti, ricordi e riflessioni sui femminili, osservando la storia e tenendo presente la grammatica

Sabato, 10/08/2019 - Visto il supplemento D di Repubblica 10 agosto? Cento-donne-cento di ogni paese del mondo, illustrate per eccellenza in professionalità diverse, arti o priorità politiche e umanitarie. Scritte con qualche errore di morfologia: avvocato al posto di avvocata: clamoroso registrare una signora che è insieme "avvocato e politica", ci si sarebbe aspettato, semmai, il contrario. Anche artista, regista, attivista sono corretti; stride, ma è tradizionale, poetessa, anche se dovrebbe essere sempre uguale come tutti i nomi in-a. Ovvio che sia "neutro" una "manager" che è anche Ceo. Una distrazione trovare "direttore": non è obbligatorio direttora, ma direttrice identifica doverosamente che a dirigere un giornale c'è una signora.
Pedanterie da prof? Lo ammetto; ma date le condizioni politiche esterne, qualche sfizio una se lo deve concedere.
Anche perché Radio3, che propone ogni mattina lodevoli scambi di idee con gli ascoltatori, ieri ha messo in onda un dibattito occasionato dall'intervento (demenziale) di un signore che evidentemente ritiene il linguaggio un fenomeno privo di significato e se la prendeva con la delibera del Consiglio comunale di Milano per l'applicazione della normativa nazionale di genere nel linguaggio amministrativo. Disgraziatamente gli ha fatto sponda un'avvocata che desidera essere chiamata al maschile "perché per i clienti che vanno dall'avvocato non ha importanza che si tratti di un uomo o di una donna". Peccato che operaio diventi tranquillamente operaia e che uno stupratore difficilmente chieda assistenza a una donna.
Non sarà che siamo ancora capaci di distinguere quello che va dato al femminismo e quanto spetta alla morfologia? Perché "il genere" lo si impara immediatamente in prima elementare, quando la maestra spiega che l'italiano non ha genere neutro e che, per fare esempi pratici, maestra è il femminile di maestro perché i nomi maschili "escono" con la desinenza in -o e quelli femminili in -a. Per cui nessuno dovrebbe esitare a dire che una donna a cui è stato affidato un ministero è una ministra. Fine della corretta morfologia.
Sennonché la questione di genere anche nella linguistica incrocia la memoria storica: il fastidio di dire "ministra" risale all'abitudine di connotare ogni attività di potere come propria dei maschi e, quindi, gerarchica: il potere è cosa loro, anche nella parola. Infatti "maestro" socialmente vale meno e non ci sono difficoltà nel consentire la versione femminile. Tuttavia resta anche vero che, per significato, il maestro è "superiore", non solo perché magis vale di più di minus nell'originale latino, ma perché chi è veramente bravo, per esempio nella pittura, diventa "un maestro" e solo con calma il magistero femminile troverà la sua autonomia. Conferma della logica (ormai riflesso quasi involontario) di autorità. Una riconferma antica interessante ci è data dal cardinal Lambertini quando, da buon illuminista, portò alla cattedra universitaria a Bologna una donna, Laura Bassi, la definì documentalmente "professora": era la prima volta e gli venne logico usare un femminile oggi ripescato dalle femministe.
Resta da spiegare perché non dobbiamo dire presidentessa: è un participio e si dice il o la presidente. Mentre studente è un participio ma non è "naturalmente" accettato per le ragazze: infatti, quando le donne non solo non studiavano, ma non era bene che studiassero, il participio restava intatto: nell'Ottocento inizia la scolarizzazione e la scuola diventa, via via, pubblica. Non è più possibile escludere le bambine e le insegnanti, ma le classi saranno divise e i grembiulini bianchi entreranno da un ingresso diverso da quello dei grembiuli neri, ma bisognerà inventarsi che, se alle elementari le bimbe sono regolarmente scolare come i maschi sono scolari, le ragazze alle superiori si distinguono come studentesse. Nemmeno le maestre hanno problemi, entrano per concorso (anche se quando insegnano in classi maschili ricevono uno stipendio maggiore), ma alle superiori le donne ringrazino di essere state accettate e siano "professoresse". Se medico, restino maschi o "dottoresse".
Naturalmente la prof. femminista non è settaria e non fa drammi su grafie ed errori rossi o blu: la lingua è l'uso che se ne fa, lo dice anche il Manzoni. Tuttavia due ideuzze critiche non fanno male.

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