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Luigi Di Maio critica il ddl Pillon, ma non per conto delle donne

Luigi Di Maio critica il ddl Pillon, ma non per conto delle donne

Oltre a scegliere cinque "eccellenze femminili" come candidate alle elezioni europee, Luigi Di Maio privilegi le innumerevoli donne comuni richiedenti da mesi il ritiro del ddl Pillon

Mercoledi, 17/04/2019 - Il leader politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, nel presentare l’altro giorno le capilista alle Europee del prossimo 26 maggio, Alessandra Todde, Chiara Maria Gemma, Daniela Rondinelli, Maria Angela Danzì e Sabrina Pignedoli, ha tenuto a precisare che: “Qualcuno dice avete candidato 5 donne, io dico abbiamo candidato 5 eccellenze per la loro storia personale, cultura ed esperienza professionale.”. Non entrando nel merito delle caratteristiche in capo ad ogni singola candidata, non sfugge il valore simbolico di siffatta scelta. In una nazione come la nostra, in cui in materia di pari opportunità l’Italia è il fanalino di coda tra i maggiori Paesi avanzati, investire politicamente nelle donne assume una precisa valenza. Soprattutto per le donne italiane, che in questi frangenti storici sentono più che mai il bisogno di sentirsi tutelate nei loro bisogni, aspettative e diritti da rappresentanti istituzionali in grado di onorarli nelle singole sedi d’appartenenza. E, soprattutto, laddove le loro attese siano evidenziate da imponenti mobilitazioni, che le vedono particolarmente coinvolte, in prima persona, su decisioni che riguardano le loro vite.
Conseguentemente, al momento dell’espressione di voto, l’elettorato attivo al femminile deve fare i conti con una disanima attenta di quali siano le forze politiche in grado di suffragare le proprie istanze. Così, ad esempio, alle donne impegnate sin dal mese di ottobre nel contrasto al ddl Pillon, non è sfuggita la decisione politica di Luigi Di Maio di prescegliere cinque donne come capilista per le prossime elezioni europee. Puntare sulle loro “eccellenze” per qualificare la presenza pentastellata nel parlamento comunitario, però non fuga per niente le ombre sul reale sostegno che tale movimento offra alle donne italiane. Ben altro si sarebbero aspettate, alla luce delle audizioni parlamentari in Commissione Giustizia del Senato, fortemente sbilanciate nelle critiche alla controriforma dell’affidamento familiare a firma del senatore leghista. Ossia, che lo scorso 9 aprile, alla riapertura dei lavori in tale sede, i rimanenti tre senatori 5 Stelle, cofirmatari del ddl Pillon, ritirassero la propria sottoscrizione a tale disegno di legge, come già precedentemente si erano risoluti a fare la sen. Piarrulli ed il sen. Giarrusso.
Le donne italiane avrebbero così capito come fosse l’intero movimento a prendere le distanze da tale disegno di legge, piuttosto che assistere a specifici distinguo che rendevano il campo infestato da singole mine vaganti. Né è servito al suo leader politico ricorrere all’espediente di precisare che “Il ddl Pillon va riscritto, perché rischia seriamente di minare l’equilibrio e la stabilità quotidiana dei figli. C’è troppa rigidità nella suddivisione del tempo che un figlio dovrebbe trascorrere separatamente con il proprio papà e la propria mamma. Come si può pensare che un bambino debba passare 15 giorni con il papà e 15 giorni con la mamma come se fosse una formula matematica? È giusto, ma solo in teoria. E se i due genitori vivono in due città diverse, magari distanti? E come si risolve il problema della frequenza scolastica? Sia chiaro la mia vuole essere una critica costruttiva, che faccio ovviamente a nome di tutto il MoVimento 5 Stelle".
Questa soluzione, per così dire politichese, di mantenere come testo base il disegno di legge Pillon, insistendo sulla sua riscrittura, cozza non solo contro ogni logica di tutela dei minori, ma prescinde completamente dalla pressante richiesta che dalle donne in mobilitazione costante da mesi promana, ossia il suo ritiro perché il testo è inemendabile. Oramai è fin troppo chiaro che la scappatoia scelta risponda agli equilibri interni tra i due alleati di governo, ma, ad essere intellettualmente onesti, si rischierebbe di essere un po’ troppo equilibristi. Quando, invece, sarebbe stato certamente più congruo ritirare quel testo normativo, con i conseguenti disegni di legge correlati, soprattutto alla luce della recente affermazione di Luigi Di Maio, relativa alla circostanza che le critiche avanzate a tale disegno di legge siano a nome dell’intero movimento. E, rilevo di non poco conto, alla luce dello sciacallaggio politico messo in campo nei riguardi del sottosegretario pentastellato alle Pari Opportunità, Vincenzo Spadafora, reo agli occhi dei leghisti di avere utilizzato il termine “archiviato” a proposito del ddl Pillon. Un termine indubbiamente improprio dal punto di vista dei regolamenti parlamentari, ma evidenziante i numerosi mal di pancia che la controriforma dell’affidamento familiare a firma del sen. Pillon causa ai pentastellati.
Se veramente si vuole mettere mano ad una revisione della legge 54/2006, che tenga conto delle specifiche problematicità dell’affidamento familiare, non si possono fare colpi di mano, come quello preliminare di prevedere che il ddl Pillon fosse discusso in commissione fino ad arrivare ad un testo su cui l’aula parlamentare avrebbe dovuto esprimere solo il voto finale. Dal 9 aprile la modalità di formazione del testo normativo è stata modificata, perché in Senato ogni forza politica potrà produrre emendamenti, su cui di volta in volta raccogliere consensi prima del voto conclusivo in aula, ma resta di base il ddl Pillon. Come se le decine di audizioni parlamentari, fortemente critiche al suo riguardo, non fossero servite a niente, come se oltre 170.000 firme in calce ad una petizione richiedente il ritiro del ddl Pillon fossero quisquiglie, come se una costante protesta delle donne italiane valesse men che niente.
Abbiano ben presente i decisori politici che quelle donne non si fanno facilmente abbagliare da show mediatici o annunci in pompa magna, predisposti per fare apparire quanto si sia vicini alle istanze promananti dal mondo femminile. Più che alle eccellenze tra le donne italiane Luigi Di Maio pensi in primis di scegliere la tutela delle donne comuni, fortemente penalizzate dalle indicazioni normative presenti nel ddl Pillon.
Denegare queste conseguenze, da aggiungere alle critiche già da lui avanzate relativamente ai bisogni dei minori di coppie in via di separazione, sarebbe da miopi. Eppure, indossando gli occhiali della realtà dei fatti, il leader del Movimento 5 Stelle dovrebbe vedere tutt’altro e conseguentemente chiedere sin dal prossimo 7 maggio, data di ripresa dei lavori in commissione Giustizia del Senato, a nome della sua formazione politica il ritiro del ddl Pillon, che non può assurgere al ruolo di testo base su cui produrre degli emendamenti migliorativi. Solo se questo avverrà si potranno sedere allo stesso tavolo di trattative gli altri partiti, come proposto dal leader politico pentasellato, altrimenti sarà l’ennesima presa in giro, che di certo non merita chiunque in questi mesi si sia impegnato a contrastare la paventata controriforma dell’affidamento familiare. E, chissà, se tra di loro non ci sia anche qualcuna delle cinque eccellenze scelte come capilista 5 Stelle alle prossime elezioni europee.

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