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Miracolo? Vedere per credere

Miracolo? Vedere per credere

Cuba aiuta l’Uruguay - L’esperienza delle Brigate mediche cubane tra professionalità e solidarietà. Intervista a Alina Montalvo Martínez responsabile dell’Operación Milagro

Angelucci Nadia e Bartolini Tiziana Lunedi, 15/03/2010 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Marzo 2010

1.550.000 persone operate gratuitamente in 5 anni non dovrebbero passare inosservate, eppure non se ne ha notizia. Veniamo a conoscenza di questa esperienza di solidarietà targata Cuba in occasione del nostro viaggio in Uruguay e grazie alla passione dei nostri amici Otto e Clara, che ci accompagnano all’Hospital de Ojos ‘Josè Martì’, un luogo di eccellenza della sanità pubblica del loro Paese. Lì incontriamo l’Operación Milagro, missione di salute cubana specializzata soprattutto in operazioni oftalmologiche, che nasce nel 2004 da un accordo tra il governo cubano e quello venezuelano. Il primo mette a disposizione le sue competenze mediche e tecnologiche, il secondo finanzia la cooperazione sanitaria che, per come stanno andando le cose, risulta essere una delle più riuscite in campo medico.

Per Cuba non è una novità. Dal 1961 l’isola caraibica della rivoluzione ha prestato servizi di cooperazione sanitaria in 107 paesi del mondo con l’impiego di circa 135.000 medici e tecnici della salute. E’ dentro questa cornice che nasce l’Operación Milagro, cooperazione diretta a curare le patologie della vista, che nei primi anni trasportava, gratuitamente, a Cuba i pazienti, fornendo loro alloggio vitto, interventi chirurgici e cure mediche e, dal 2006, attraverso la creazione di Brigate mediche ad hoc, porta tecnologia, prodotti farmaceutici, formazione e professionisti in vari paesi dell’America Latina e dell’Africa per effettuare interventi su pazienti con scarse risorse economiche. Alina Montalvo Martínez è una medico cubana che fa parte del gruppo di coordinamento del Ministero della Salute; il suo compito è quello di organizzare e guidare le varie missioni, vegliare su tutte le operazioni di insediamento, dirigere l’équipe sanitaria, tenere i contatti con i governi dei paesi nei quali la Brigata è attiva. L’abbiamo incontrata a Montevideo a capo di un gruppo arrivato da appena 4 giorni, alle prese con operazioni chirurgiche, visite di controllo e crisi di nostalgia dei colleghi: “Quando mi trovo a coordinare una Brigata non sono solo la responsabile dell’organizzazione ma mi ritrovo a fare da madre, da fidanzata, da amica. E’ un ruolo complesso nel quale c’è bisogno di mostrare fermezza e anche tanta tenerezza. Stare lontani dal proprio paese per lunghi periodi è difficile. Ad esempio quest’ultima brigata è in una fase di adattamento con l’ambiente ed un momento assai delicato in cui sorge la nostalgia per la propria famiglia e la propria terra ma non bisogna lasciarsi prendere dai sentimenti. Dico sempre ai miei colleghi che il lavoro fatto bene cura la nostalgia e ci fa crescere”.



Come funziona una Brigata Medica?

Innanzitutto una Brigata è un gruppo integrato da medici professionisti, chirurghi, infermieri specializzati, analisti di laboratorio. Quando arriviamo in un Paese siamo perfettamente in grado di operare perché abbiamo le nostre attrezzature e le nostre competenze. Ovviamente con ogni nazione c’è un accordo differente, quindi ci sono luoghi in cui interagiamo con il personale locale e ci integriamo presso strutture sanitarie già esistenti ed altri nei quali allestiamo la nostra postazione e lavoriamo in autonomia. Dopo aver operato il paziente seguiamo tutto il processo di riabilitazione attraverso la fornitura gratuita di medicinali, di visite di controllo e anche di occhiali se ce ne è bisogno.



Come sei arrivata alle Brigate?

Tutti i medici cubani hanno la possibilità di partecipare a queste missioni proprio perché il nostro sistema di salute è basato sul principio di solidarietà e la formazione si centra su quello che chiamiamo capitale umano. Non dimenticate che la Salute, a Cuba, è stata ed è ancora uno dei principali assi della rivoluzione. Nel mio caso la mia formazione è quella di un medico di base con specializzazione nell’organizzazione e nella logistica. La mia prima missione è stata in Guatemala dopo l’Uragano Mitch, nel 1998. Lì ho avuto l’opportunità di conoscere e vivere nei villaggi più isolati, nel dipartimento di Alta Verapaz. Questa prima missione ha avuto un impatto molto importante sulla formazione della mia persona come donna, come medico, come madre e come rivoluzionaria. Mi ha fatto toccare con mano tutte quelle cose che conoscevo solo attraverso i libri. E’ stata anche un’esperienza di grande sofferenza umana e professionale: ho visto bambini denutriti che mi chiedevano aiuto e non potevo fare nulla, ho dovuto affrontare le mie paure, vivere in luoghi inospitali, affrontare marce lunghissime con un clima impossibile per raggiungere i miei pazienti.



Quando dici che questa esperienza ti ha formato anche come donna a cosa ti riferisci?

Penso al ruolo delle donne a Cuba e in particolare alle donne che hanno lottato per la rivoluzione nella Sierra Maestra come Vilma Espin, Celia Sánchez, Haydée Santamaría e che hanno dato tutto alla rivoluzione. Questo, la posizione delle donne a Cuba, il fatto che siano rappresentate in tutte le professioni e occupino anche incarichi importanti, mi mette di fronte ad una responsabilità, mi chiede di non indietreggiare ed essere coraggiosa. Abbiamo avuto la possibilità dell’emancipazione e della non discriminazione e non possiamo tradire questa occasione.



Cuba è spesso rappresentata come un Paese povero; come è possibile allora che possa addirittura aiutare altri paesi?

E’ il risultato delle priorità politiche che ha deciso di darsi. La salute e l’educazione nel mio Paese sono sempre state al primo posto. Abbiamo una visione aperta al futuro che si basa su questi due assi. Il bilancio del nostro Paese è pensato in funzione della società e del capitale umano.



Come definiresti l’esperienza di cooperazione delle Brigate cubane?

E’ un momento di vera partecipazione. Malgrado i tanti problemi che possono sorgere, ad esempio quello del rifiuto della nostra presenza da parte di alcuni Collegi di Medici Oftalmologi in certi Paesi, quello che maggiormente resta, umanamente, dopo un’esperienza come questa è proprio il sentimento di solidarietà. E’ molto emozionante ricevere il ringraziamento delle persone curate. Ci portano frutta, bigliettini, piante. Ogni volta che una Brigata torna a casa ci sono feste di saluto e ci accompagnano addirittura all’aeroporto. In realtà noi ci sentiamo solo di realizzare ciò che ci hanno insegnato, cioè a condividere quello che abbiamo. In questo caso mettiamo a disposizione le nostre conoscenze e la nostra professionalità.



(15 narzo 2010)

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