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Una rifondazione possibile

Una rifondazione possibile

Felicità. pariamone/4 - Latouche, Vaughan, Degan. Società, economia, politica, cultura e natura sono consumate dalla crisi in atto. Sta a noi donne e uomini di oggi rifondarle e ricostituirle in modo nuovo

Ribet Elena Martedi, 28/06/2016 - Articolo pubblicato nel mensile NoiDonne di Luglio 2016

C’è una felicità riconducibile alle scelte prese nella dimensione pubblica e politica, ma non sempre ci rendiamo conto di poter essere parte di questo processo, come massa più o meno critica che vota, acquista e consuma, o addirittura come singole persone che vivono, pensano, leggono e agiscono, cercando di sottrarsi al meccanismo.

Serge Latouche, teorico della “decrescita serena”, nel recente incontro “Crescita, recessione, decrescita, un cerchio che si chiude” (Cipax-Roma, maggio 2016) ha detto: “quando gli organismi crescono, si trasformano; un seme non diventa un seme gigantesco, il seme diventa una pianta, questo è lo sviluppo: la trasformazione qualitativa di un fenomeno quantitativo. […] Quando gli economisti hanno preso in prestito questa metafora, si sono dimenticati alcune cose: 1) l’economia non è un organismo e, anche se lo fosse, dovrebbe a un certo punto morire. Si può pensare alla società umana nel suo rapporto con l’ambiente come un organismo, metaforicamente (l’ha fatto il grande biologo britannico James Lovelock, parlando di pianeta vivente Terra-Gaia). 2) Gli organismi vivono in una dipendenza reciproca, mentre l’economia prende dalla natura tutte le materie prime e butta rifiuti, senza considerarne l’interdipendenza. […]Uscire da una società per costruirne una nuova vuol dire fare una rivoluzione delle menti, dell’immaginario, si deve decolonizzare l’economicismo e soprattutto la fede nella crescita. E la decrescita? Prima di tutto è uno slogan, perché decrescere per decrescere sarebbe una cosa stupida, né più né meno di crescere per crescere… quando si comprende che la crescita infinita è un’assurdità si apre la possibilità di un’alternativa, che io chiamo la società dell’abbondanza frugale […] in contrapposizione a un paradossale sviluppo sostenibile. Lo sviluppo è tutt’altro che sostenibile, è un modo di prolungare ancora il mito della crescita. […] Per risolvere il problema terribile della disoccupazione, si deve rilocalizzare, riconvertire, ridurre. Rilocalizzare, se prendiamo sul serio la parola, significa ritrovare localmente una vita economica sociale, politica, culturale; significa demondializzare. La globalizzazione è stato un gioco al massacro su scala planetaria. La cosa nuova non è la mondializzazione dei mercati, bensì la mercificazione del mondo, questa è la verità della globalizzazione. Lo slogan ‘lavorare di più per guadagnare di più’ è assurdo: ce lo dice la stessa scienza economica con la famosa legge della domanda e dell’offerta: se si lavora di più, aumenta l’offerta, ma se la domanda è inferiore all’offerta il risultato è il calo del prezzo della valuta e dello stipendio. Questo si è verificato negli ultimi anni; si lavora sempre di più e gli stipendi sono sempre più bassi. Quindi possiamo dire: lavorare meno per guadagnare di più e lavorare meno per lavorare tutti e soprattutto lavorare meglio per vivere meglio, allora: riduzione drastica degli orari di lavoro, fino alla piena occupazione. Questo sarebbe un primo passo nel senso della decrescita, del cambiamento: ritrovare il senso della vita contemplativa, giocare, pensare, pregare, meditare, sognare. Tutto questo non per produrre di più, ma per soddisfare i bisogni e per andare verso una società dell’abbondanza frugale. Sembra un ossimoro, perché pensiamo di vivere in una società dell’abbondanza (tutti ce lo dicono, anche attraverso la pubblicità) invece viviamo in società dello spreco, di scarsità e frustrazione”.

Nuovi paradigmi ci sono, nelle teorie e nelle pratiche di molte donne. Geneviève Vaughan, semiologa e teorica dell’economia del dono, riprende il concetto di “valore” restituendo ad esso un significato non mercificato: la cura costruisce un valore reciproco nelle relazioni, e questo si trasforma in autostima, benessere e capacità di dare a sua volta.

Un ulteriore approfondimento, a partire da queste teorie, viene dagli studi di Daniela Degan, che matura una visione radicata nel passato e nel presente e presagisce future felicità possibili: “Studi neurologici hanno dimostrato che è il legame umano, anziché il vantaggio economico o l’idea di vincere, che procura il massimo piacere (il cervello si accende). Questo, secondo gli studiosi, sta ad indicare che siamo geneticamente predisposti dall’evoluzione alla reciprocità e alla mutua cura quale efficace strategia di sopravvivenza. Quando questo non si verifica? Sempre le neuroscienze hanno verificato che gravi o croniche condizioni di stress inibiscono la nostra capacità di provare empatia e di avere la possibilità di scegliere alternative ragionate e più consapevoli. Come documentato dalla neuroscienziata Debra Niehoff, la neurochimica dello stress rende più difficile avere consapevolezza degli altri o perfino di se stesse/i. Questo perché si spende una grande quantità di energia per avvertire minore dolore e “l’empatia passa in secondo piano rispetto al sollievo della sofferenza paralizzata da un sistema nervoso reso insensibile dallo stress”. Stress, paure reali o immaginarie, piccoli affronti o grande minacce portano l’individuo a ricorrere alle strategie diciamo tradizionali ovvero attacco, fuga o immobilità. Viene meno l’empatia, la cura, la compassione. E la trasformazione rimane bloccata. Usando le parole di Riane Eisler diremmo che prendere parte a laboratori di autoproduzione, può significare agire un “modello di partnership”, di cooperazione, contrapposto al “modello della dominanza”, assai più diffuso nella vita di tutti. Sperimentare ipotesi di “trasformazione culturale” in un contesto protetto favorisce il desiderio di narrare altrove, fuori da quanto vissuto e condiviso. Coinvolgere, contaminare, dimostrare, anzi mostrare, che si può, nel fare, raggiungere una sorta di equilibrio “gilanico” della decrescita. […] Autoproduzione quindi come partecipazione conviviale nella ricerca ed elaborazione di uno spazio di decrescita: ma quale è in breve il significato di convivialità? Ivan Illich, partendo dal piacere e dal valore del vivere insieme, articola la convivialità prima di tutto come una diversa forma di organizzazione sociale e del lavoro “che consente (…) l’autonomia di ciascun lavoratore”, intesa come potere. Oppure “conviviale è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni”. Sinonimo di partecipazione, quindi di un agire diverso, sia nella modalità di produzione della ricchezza, sia nel controllo democratico della tecnologia. Operando in questo senso le persone vengono liberate dall’ingranaggio del mercato globale, sottraendosi a certi meccanismi, grazie alla loro partecipazione a forme conviviali di organizzazione del fare [e non del lavoro salariato] che consentono di migliorare la qualità del benessere di tutti. In questo modo c’è bisogno di meno prodotti, ma contemporaneamente la vita si alimenta di tempi più umani, non alienanti, al posto di quelli dettati dal sistema dominante”.



CURIOSITÀ

1776. La Dichiarazione d'Indipendenza americana sancisce il Diritto alla felicità.

1974. Richard Easterlin teorizza il paradosso della felicità: oltre un certo reddito la felicità diminuisce.

2012. L'ONU istituisce il 20 marzo la Giornata internazionale della felicità.

2012. Felicità responsabile. Il consumo oltre la società dei consumi. Roberta Paltrinieri, senza ignorare l’infelicità generata dal consumo, indaga in un libro forme di economia che mantengono sullo sfondo valori quali fiducia, reciprocità, solidarietà, equità, autenticità, sostenibilità, giustizia, inclusione sociale.

2015. Algoritmo Twitter elabora i «cinguettii» contenenti gioia e allegria per stilare una classifica delle città più felici.

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