Arti, Musica e Cultura

A tutto schermo

Vita e morte delle vedove indiane

Water, il terzo film della trilogia degli elementi contro la violenza e l’impunità. Intervista alla regista Deepa Mehta

Elisabetta Colla

Non molti hanno avuto la fortuna di vedere il bellissimo Fire, giunto in Italia nel 1996 e passato più veloce di un lampo nelle sale, come purtroppo spesso accade ai film di qualità. La seconda puntata della trilogia, Earth, non è neppure uscita in Italia ma ora ecco finalmente approdare nelle sale il terzo ed ultimo, bellissimo film della trilogia ideata dalla regista indiana Deepa Mehta, classe 1950, nata ad Amristar in India e naturalizzata in Canada dove abita dagli anni Settanta. Quella di Water è una storia che parla delle vedove indiane e del loro destino (possono scegliere, secondo testi sacri indù di duemila anni fa, fra l’essere immolate con il marito, suicidarsi o vivere in castità negli ashrams, sorta di ospizi-istituti) ma al tempo stesso tocca altri temi forti: quello delle spose bambine, costrette se vedove a subire il distacco forzato dalla famiglia e dall’infanzia, quando non a prostituirsi per assicurarsi il sostentamento, quello del conflitto fra religiosità e coscienza e dell’uso strumentale della religione. Ambientato nel 1938, quando il movimento di liberazione dell’India è in ascesa ad opera di Gandhi, il film esplora anche le motivazioni economiche che condannano le vedove anche giovanissime ad una vita di mortificazioni, considerandole un onere finanziario per le famiglie. Amnesty International ha favorito e sostenuto l’uscita del film, all’interno della campagna Mai più violenza contro le donne. “Amnesty - afferma Riccardo Noury, responsabile della campagna - chiede l’applicazione delle leggi esistenti e il varo di leggi nuove: come si vede nel film la violenza, ovunque nel mondo, si nutre di discriminazione e d’impunità. Ogni anno nel mondo ci sono milioni di spose-bambine, con l’immaginabile violenza che ciò comporta dal punto di vista fisico e relativo alla loro vita futura. La giustizia spesso non ascolta le donne ma attraverso le organizzazioni femminili, tante hanno una chance di essere ascoltate”. Deepa, insieme al produttore di Water, David Hamilton, racconta le incredibili vicissitudini che hanno accompagnato le riprese del film, iniziate cinque anni fa. Gli integralisti religiosi, infatti, hanno bruciato il set, inizialmente realizzato a Varanasi, una delle città sante dell’India, dopo che i ghats (gli accessi al fiume) erano stati ripuliti dal fango ed era stato ricostruita una scenografia del 1938. Ci sono state manifestazioni contro la regista, la sua famiglia è stata minacciata e le sue foto bruciate in piazza, lei stessa infine ha ricevuto minacce di morte. Per due mesi, alla fine delle riprese, Deepa ha dovuto girare con la scorta: ora si resta in attesa delle reazioni che potranno esserci in India quando il film uscirà nelle sale, a novembre.


A colloquio con Deepa Mehta

Durante la conferenza stampa Deepa appare calmissima, così minuta e composta nel suo sari azzurro, con i capelli lunghi che le incorniciano il viso segnato e intelligente, ma anche decisa e forte nel parlare alla gente della condizione delle donne e, in generale, della condizione di tutti coloro che subiscono emarginazione e ingiustizie. Le immagini dei suoi film denunciano senza altisonanti discorsi, lasciano tracce indelebili. Incontrarla alla Casa del Cinema fa pensare quanto lontana e, al tempo stesso, vicinissima a noi sia la sua cifra interiore rispetto alla questione femminile, alle domande che le vengono poste sull’India, all’analisi dei rapporti tra religione, libertà, critica e cinema.

Quanto è cambiata negli ultimi decenni la condizione delle vedove descritta nel film? Ci sono ancora bambine nelle condizioni di Chuyia (la piccola protagonista del film)?
Nel 2001 erano presenti in India 34 milioni di vedove, di cui almeno 12 milioni recluse negli ashram, l’unica differenza è che non si vedono più vedove-bambine lasciate nelle condizioni del film ma giovani donne di 18-20 anni sì. Questo accade soprattutto nelle città sante indù.

A chi si rivolge il film?
Water è un film che parla della condizione umana, perché dovunque ci sono situazioni in cui qualcuno emargina l’altro in nome del potere: questo non riguarda soltanto le donne ma tutti i piccoli, i deboli, le persone ritenute inferiori dalle società in cui viviamo. Quando ho presentato il film in USA si è alzata una donna e ha detto “da noi non trattiamo così le donne ma gli anziani”, e in Australia “da noi gli aborigeni”, in Canada “da noi gli indiani” e così via. Io racconto storie, sono una regista, la storia dell’oppressione femminile è una storia di secoli ed io penso ai film come farebbe una donna, se dovessi descrivere la realtà esatta farei documentari. So che sarebbe ingenuo credere che i film possano “fare la differenza” ma possono cominciare a provocare una discussione e un dialogo su argomenti duri e difficili.

Water parla anche del conflitto fra religione e coscienza?
Sì, è esattamente questo il motivo per cui ho girato il film: se le persone applicano la fede in modo cieco e ossessivo compiono atti disumani, in tutte le religioni è lo stesso. Il mondo diventa sempre più intollerante e sfrutta la religione per compiere atti orribili. Ho parlato delle donne vedove per mettere il dito nella piaga, è un esempio di come le donne, le persone, vengono emarginate con il sostegno della religione. I manifestanti che erano contrari al film lo consideravano anti-hindù poiché ritengono che le vedove debbano vivere vite segregate e di sacrificio ed essere adorate.

Perché ha scelto di inserire la figura del mahatma Gandhi nel suo film?
Gandhi è il simbolo della liberazione dell’India dal colonialismo; lui intendeva non solo liberare il paese politicamente ma anche, a poco a poco, liberarlo da ogni aspetto dell’emarginazione sociale, come nel caso delle vedove. Il fondamentalismo indù ha ucciso Gandhi ed ha cercato oggi di bloccare le riprese del film: negli ultimi sette anni tutti i fondamentalismi (islamico, cattolico in USA, indù) stanno risorgendo nel mondo ma i veri motivi sono legati al controllo economico. Come faceva Gandhi è importante insegnare alle donne un lavoro e con esso l’indipendenza economica, che può risolvere parte del problema, perché una donna-vedova a casa “costa”.

Water è il terzo film di una “trilogia degli elementi”. Cosa accomuna le tre opere?
Innanzitutto il punto di vista dalla parte della donna. Fire è sul rapporto tra politica e sessualità, mentre Water parla del rapporto tra politica e religione. Ma la cosa più importante è che non voglio trasmettere, attraverso le mie opere, messaggi predefiniti, piuttosto quando scrivo le storie dei miei film, in particolare Water, voglio che ci siano dentro umanità ed emozioni, che possano arrivare a chi li vede.

Il film rappresenterà il Canada agli Oscar. Che ne pensa?
Ne sono onorata perché vivo in Canada da anni (ho la cittadinanza) ed è veramente un paese multiculturale, inoltre la produzione è canadese. Credo di poter essere canadese e indiana allo stesso tempo, la nomination può eliminare le barriere, ciascuno può sentirsi parte del paese dove vive, oltre che di quello dove è nato.
(13 novembre 2006)

| 13 Novembre 2006







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