Economia e Lavoro

Tutte a casa

La fabbrica della crisi

OMSA, un caso esemplare di delocalizzazione delle produzioni. Intervista a Samuela Meci

Tiziana Bartolini

Hanno fatto di tutto in questi anni: dai presidi davanti alla fabbrica per bloccare il trasferimento dei macchinari alla tenda sul sagrato della Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma, dagli accordi sindacali al video ‘Licenziate’ (Teatro dei Due Mondi, Sunset, http://www.youtube.com/watch?v=CxiPk3wVdnY). La difesa dell’occupazione per le operaie dell’OMSA è diventata il simbolo di una lotta disperata contro alcune modalità in cui sta avvenendo il disfacimento del lavoro nel nostro Paese. Infatti la vicenda di questo stabilimento che fino a due anni fa produceva a pieno ritmo e dava lavoro a oltre 350 persone, quasi tutte donne, è emblematica delle logiche in cui si muove un certo capitalismo nostrano. Nel caso specifico la tempesta finanziaria non c’entra e neppure la crisi economica che riduce i consumi. In nome di un sempre maggiore profitto la scelta è, in questa come in altre situazioni, di delocalizzare la produzione in aree dove la mano d’opera costa meno e le condizioni complessive sono ritenute più favorevoli, con particolare attenzione ai diritti di chi lavora. Invece di combattere nel proprio Paese per pretendere dalla politica che sia cambiato ciò che non funziona, si preferisce esportare soldi, macchinari e produzione. A lottare restano invece le maestranze, che obiettivamente poco altro possono fare.
“Le uniche possibilità di lavorare nella zona di Faenza sono fare le pulizie o dedicarsi alla cura degli anziani, tutto in nero. Per questo continuiamo a combattere: vogliamo che lo stabilimento torni ad essere produttivo, magari con altri prodotti, per non tornare indietro dopo la fatica che abbiamo fatto per conquistarci una soggettività, anche come donne”. Samuela Meci è entrata all’OMSA nel 1992 e, come tante sue colleghe, avrebbe semplicemente voluto continuare a lavorare perché “quello stipendio, anche se esiguo, rappresentava la possibilità di essere autonome e di contribuire all’economia della famiglia, di mandare i figli a scuola. Insomma di vivere dignitosamente”. A marzo 2012 finirà la cassa integrazione e, se non ci saranno novità, alla storia di questa azienda in Italia sarà scritta la parola fine insieme alla speranza per le lavoratrici di avere un reddito. La scelta della proprietà di portare in Serbia la produzione parte da lontano e Samuela, oggi distaccata alla Filctem-Cgil di Ravenna, ce la sintetizza. “Lo stabilimento OMSA è sempre stato uno degli stabilimenti del Gruppo Golden Lady tra i più produttivi e con un prodotto di qualità medio alta e non c’era motivo di fermare la produzione o di modificare l’organizzazione. La Proprietà GoldenLady, quando ci ha assorbito nel gruppo, ci aveva detto di stare tranquille perché l'OMSA era entrata a far parte di un grande gruppo, fondato dal 1967 da Nerino Grassi, che ci avrebbe garantito stabilità ed è sempre stato in espansione. Per dare un’idea della situazione occorre tenere presente che il gruppo detiene oltre il 50% del mercato delle calze da donna in Italia avendo acquisito nel tempo altri marchi come SiSi, Filodoro, Philippe Matignon, che esporta oltre il 55% della produzione e che ha anche una rete di vendita attraverso 400 negozi monomarca Goldenpoint. E’ fortemente presente anche nel mercato americano con la statunitense Kayser-Roth e i marchi NoNonsense e Hue. Con oltre 5mila dipendenti, un fatturato di 540 milioni di euro e 16 stabilimenti, Golden Lady è un vero e proprio gigante del settore. In questo scenario nel 2009 si apre una crisi e la proprietà chiede e ottiene la cassa integrazione, si firma un accordo che non viene rispettato dall’azienda e iniziano i presidi per non far fermare la produzione e sono lanciate delle campagne di boicottaggio del marchio per sensibilizzare l’opinione pubblica. Poi, di nuovo, mesi di inutili trattative con la proprietà e sigla di un altro accordo. Siamo arrivate a gennaio 2011 e l’impegno è coinvolgere un advisor esterno per trovare acquirenti. Nel frattempo, però, a Valjevo, vicino Belgrado, è avviato un nuovo stabilimento e, nonostante le rassicurazioni e gli accordi, mentre qui ci mettevano in cassa integrazione lì assumevano e lanciavano la produzione che avrebbe poi sostituito la nostra”. Oggi delle 347 dipendenti 80 sono in mobilità e, a parte qualcuna che ha trovato altre sistemazioni, sono 242 le lavoratrici che resistono nel chiedere una riconversione industriale per sperare in prospettive future. “Se non riusciamo in questo obiettivo, davvero tutto sarà perduto. A noi non interessa stare a casa sfruttando gli ammortizzatori sociali. Noi vogliamo lavorare, ma nei pochi mesi rimasti le possibili soluzioni diminuiscono sempre di più”. Sono tutte donne queste lavoratrici, e ci viene da pensare che la loro lotta è stata messa in secondo piano perché tutta al femminile. “Sì, è così. La sensazione di essere quelle che rompevano l’anima l’abbiamo avuta spesso. Ci siamo sentite dire che, in fondo, potevamo pure tornare a casa. Anche contro questa idea della donna e del lavoro della donna continuiamo a batterci. Forse non è un caso che non siamo state sostenute convintamente dal Governo”. E chi altro non ha posto la dovuta attenzione alla vostra vicenda? “Le istituzioni sono state al nostro fianco, ma pensiamo che insieme a loro e ai partiti della sinistra si potessero prendere posizioni più dure verso questa proprietà italiana. A chi come questo signore pensa di farla franca senza risarcire niente e nessuno non possiamo darla vinta. Per fargli costruire lo stabilimento lui ha acquistato terreni agricoli che ora, diventati industriali, valgono molto di più. Ad un certo punto aveva anche chiesto un cambio di destinazione d'uso del terreno dove sorge lo stabilimento OMSA da industriale a commerciale, tanto per dire che stiamo parlando di chi pensa solo a fare speculazioni e ad accumulare ricchezze senza rispettare chi, come noi operaie, con il nostro lavoro e con paghe minime, ha contribuito a far crescere la sua potenza”. La situazione è drammatica e i tempi per possibili recuperi sembrano davvero troppo esigui. Lo scenario per Faenza si profila pesante perché, dopo 70 anni di una realtà produttiva che ha molto contribuito all’evoluzione dell’identità cittadina, soprattutto femminile, circa 300 posti di lavoro perduti non possono non avere un impatto pesante, sul piano economico ma anche su quello sociale.

OMSA CHE DONNE!
E’ realizzato a cura del Coordinamento donne SPI del comprensorio faentino e della Lega SPI CGIL di Faenza con il coordinamento di Anna Maria Pedretti - Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari - il volume che raccoglie le testimonianze delle lavoratrici dell’OMSA. L’obiettivo di quello che, oltre il libro, è poi diventato un progetto condiviso è stato, attraverso la passione per la memoria, mantenere “il filo che lega passato e presente, le generazioni di ieri e quelle di oggi” per cogliere l’impatto del “progressivo e prepotente affermarsi della industrializzazione” in un contesto sociale prevalentemente agricolo. “L’OMSA è diventata un simbolo del lavoro femminile, la fabbrica che ha profondamente segnato l’emancipazione femminile nel nostro territorio”, scrive Gianni Fucci (Segretario della Lega SPI CGIL di Faenza) e a dare spessore a questa affermazione sono le parole di Graziella Ricci (1934): “Io uscivo da un collegio, avevo fatto diversi lavorini, poi sono andata all’OMSA e per me era già tanto. Mi si è aperto un mondo diverso in tutto, la fabbrica mi ha aperto bene gli occhi anche sindacalmente, perché prima ero a zero con tutto, è cambiato completamente il mio modo di vedere e di pensare. Ricordo le lotte, se le ricordo!”. (T. B.)

| 14 Novembre 2011







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