Arti, Musica e Cultura

Anna Spissu

L’amore imperfettibile

Un viaggio nell’amore e nella passione alla ricerca di un’impossibile perfezione del destino

Luca Benassi

Ha ragione Giorgio Bàrberi Squarotti, nella prefazione a “L’amore imperfettibile” (Gammarò editori, 2010), quando individua nel mare e nel deserto le due allegorie sostanziali della poesia di Anna Spissu. Se il primo è anelito di libertà, liquido oblio nel quale specchiarsi nel miele del tramonto, il secondo è buio e ventoso, abitato da ‘volpi’ e ‘arbusti prosciugati’, nel quale albergano l’ignoto e la paura. C’è però un elemento che accomuna entrambi ed è la necessità di attraversarli, di compiere il viaggio dentro le cose e le esperienze, il viaggio dentro l’ineluttabilità dell’amore, la sua sensuale (im) perfezione. Non è un caso che la raccolta si apra con una poesia dal titolo significativo, “la soglia”, nella quale si legge: “La differenza tra questa terra e il mare/ sta nel fatto che sono una barca/ che avanza con i suoi piedi.” Anna sa bene che deserto e mare differiscono per quel cambio di segno che trasforma l’abisso liquido della tempesta nella staticità polverosa delle dune; infatti Anna sa che, senza l’amore, la casa, la città, “la camera sperduta nella nebbia di pianura” nella quale il desiderio raggiunge la sua carnale, temibile perfezione (“perché niente è più temibile di quello che è perfetto”), senza l’amore tutto diventa solitudine, vuoto e ripetizione. Allo stesso tempo Anna Spissu sa di dover attraversare la procella della passione, la partenza, il distacco, il dolore del ritorno. L’imperfezione dell’amore – la sua imperfettibilità del titolo – coincide con l’assenza di un compimento che è totalità dell’essere, esplorazione del sé, attraverso il viaggio nel mare e nel deserto della vita. Ricerca di un amore totale, dunque, come nel testo nel quale la poetessa desidererebbe inglobare nel proprio corpo l’amato, attraverso un procedimento inverso rispetto a quello del parto del figlio. La casa, titolo di una sezione del libro, è grembo per poter accogliere un amore “che vive nella lontananza” e che con la sua venuta trasforma ogni cosa in tempio e galassia da esplorare. Se nelle cose umane il vertice, il punto più alto del successo, coincide con l’inizio della curva della decadenza verso la fine, anche l’amore sembrerebbe non sfuggire a tale condizione: “[…] mi hai chiesto/ non te ne andare/ e non ho saputo rispondere.” L’ultima sezione del libro ha come titolo “il tempo” ed è una breve sequenza di testi che dà voce ai personaggi storici Abelardo e Eloisia, nella cui vicenda si palesa l’imperfettibilità di un amore destinato ad essere vissuto nella lontananza dei monasteri, nel desiderio inappagato, nella castrazione fisica e spirituale, alla quale solo la morte e la sepoltura possono porre rimedio. L’amore è congelato dagli eventi che colpirono Abelardo nella perfezione dell’assenza: “era l’amore/ quel vuoto quaggiù, sopra il mio petto,/ era il posto preciso dell’abbandono”.



Le dune

Cammino in un mare rovesciato
le braccia non sono più remi, né serve osservare
sottovento la direzione delle bandiere.
Se guardo le stelle capisco
che contengono rotte
che non ho mai immaginato di possedere.
Risalirò un’altra duna
cercando di essere più leggera
ci sarà pure un posto
che non dia solo dolore,
un calcolo,
che moltiplicato
per quello che non ho,
dia finalmente un numero.



Il desiderio

Vorrei dirti che mi arrendo
come fa un passero alle correnti,
la freccia allo schiocco dell’arco.
Alla fine il desiderio è un bambino,
conosce lo stupore, l’ardimento
e poi anche la paura
ci sei o non ci sei
stringe forte la mano
non svanire lontano,
il cielo è smisurato e felice
per questo gli aquiloni lo inseguono
con le ali che bruciano
e aspettano il vento
e tendono il filo
e stanno sempre a metà
tra un viaggio infinito
e il ricadere soffice sull’erba.



Gli uccelli

[…]

Ti scrivo per dirti
che io li ho visti arrivare da sud, gli uccelli,
con le ali incendiate
a strofinarsi contro l’azzurro
più incandescente di loro,
pezzi di carta da bruciare, quaggiù,
prima di raggiungere il mare
e pensare con gioia che forse
cadrà l’obbrobrio della pazienza
come certe volte,
milioni di anni dopo,
le stelle che esplodono
raggiungono la vastità dell’oceano.



Il pelo dell’acqua

Il pelo dell’acqua è una prigione amore mio,
un battito di ciglia che non si può controllare
ma il mare è così vasto e profondo
che solo un dio
o l’illusione della terra possono farne una strada.
Eppure anche noi quaggiù
facciamo pensieri da viaggiatori terreni
e vorremmo conoscere la meta
prima di posare la coscienza
come un sasso sulla riva
e precipitare
senza riconoscere la direzione delle correnti
il freddo dell’acqua o le sfumature della luce
per quell’unica cosa che ci confonde e splende
che sarà essere liberi.



| 16 Gennaio 2012







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