Arti, Musica e Cultura

Libri, maggio 2012

Libere sempre, l'ultimo libro di Marisa Ombra

Una lettera, amorosa, alle donne di domani perchè il futuro sono loro. Libere sempre, l'ultimo libro di Marisa Ombra (Einaudi)

Tiziana Bartolini

Settantatre sono gli anni di differenza tra Marisa Ombra e una giovane interlocutrice. Quando compiva i suoi 14 anni, nel “lontanissimo 1939”, la Seconda guerra mondiale irrompeva nella vita che “si svolgeva nella più assoluta normalità” mentre “le quattordicenni di allora si preoccupavano intensamente delle stesse cose che stanno in cima ai tuoi pensieri di oggi”. Il mondo era sconvolto da una violenza disumana e l’anoressia era stato il suo rifiuto dell’evidenza, la “difficoltà a spiegarsi il mondo e l’assenza di ragioni per esistere e nessuna motivazione per immaginare un futuro”. Lo scossone arriva dal padre, che coinvolge “tutta la famiglia nel lavoro clandestino preparatorio degli scioperi del ’43, quelli che, insieme allo sbarco degli Alleati in Sicilia, avrebbero decretato la fine di Mussolini”. Con la lotta partigiana guarì l’anoressia e “molti altri problemi che stavano agitando la mia adolescenza. Per esempio il come e il chi volessi essere”. Si osserva, Marisa Ombra, e si descrive, da staffetta, in un lavoro “solitario e perciò molto pericoloso”, accompagnato dalla paura di sbagliare ma anche da un sentimento di “potenza”. Arriva il parallelismo con l’oggi, il messaggio alla giovane con la quale conversa Ombra: “ a tutte si presenta il momento in cui è obbligatorio scegliere i mattoni sui quali costruire la propria vita”, i “fondamentali”. Tra questi, la libertà, assaporata in momenti o situazioni apparentemente banali, come “camminare da sola lungo i crinali e i sentieri delle Langhe”. E poi la bellezza della solitudine. Come si può spiegare il fascino della solitudine a giovani che sono ‘liberi’ di vedersi a qualsiasi ora, che si telefonano e si scrivono continuamente? Ma sono i momenti di rottura, con le consuetudini e con le tradizioni, quelli su cui maturano nuove consapevolezze, e le ragazze che - come Ombra - avevano scelto la lotta partigiana, insieme ai pericoli vissero (e inventarono) nuove modalità nei rapporti con gli uomini. “La Liberazione aveva liberato molte cose. Aveva rotto le gabbie… Ci si parlava. Si imparava a vivere in libertà”. Ma era solo l’inizio. “Il cammino per far diventare ordinarie quelle regole straordinarie si è rivelato lungo e tortuoso”, e l’impegno delle donne non è mai venuto meno.
Quali sono i miti della tua generazione, cara, giovane amica? La domanda non arriva per caso, da parte di chi ha vissuto tutta la vita innamorata di un mito: “L’errore più grande”, scrive Marisa Ombra, che poi ha fatto la grande fatica di “smitizzare il mito senza rinunciare alla passione” mantenendo fermi due punti: libertà e responsabilità. Eccoli, i ‘fondamentali’, spiegati a chi è nato sotto l’imperio del mito dell’estetica e del corpo in vendita. Apri gli occhi, cara, giovane, amica e, abbandonando la solitudine dell’automobile, prova la gioia di incontrare sull’autobus “una vasta umanità, varia e ricca di cose diverse da quelle che conosci”. Marisa Ombra passa la parola alla giovane e (per ora) silente amica, parte di quella “metà del mondo che è emersa”, meraviglioso “auspicio che già da solo basta a restituirti un futuro”. (T. B.)

                                                         

Marisa Ombra

Libere Sempre

Una ragazza della Resistenza a una ragazza di oggi

Ed Einaudi, pagg83, euro 10,00

| 14 Maggio 2012







COMMENTI (1)

Il 17 Maggio 2012 Redazione ha scritto:

Anna Bravo, sul libro di Marisa Ombra 'La bella politica. La Resistenza, 'Noi Donne', il femminismo.' scrive: Per chi chi assegna il copyright della “bella politica” ai movimenti degli anni sessanta/settanta, questo libro importante rappresenta una documentata e serena smentita. Non solo: oggi che quell’espressione è usata come un mantra tuttofare, la riporta alla concretezza della storia. E così facendo, mostra la sua capacità di durata: se la bella politica ha un posto d’onore nella memoria di oggi, è perché ha saputo resistere nella realtà di allora, a dispetto delle gerarchie e della routine, tenendo vivo il legame con idee, ideologie, organizzazioni – nel caso di Marisa Ombra il Pci, i Gruppi di difesa della donna, l’Udi; il femminismo, anche. Questa non è una storia di resistenza, sebbene la racconti, è l’escursione su un’intera biografia, dall’infanzia agli anni novanta: tempo lungo, ritmo serrato e essenziale.
Bella politica è l’esperienza del partigianato, che l’autrice vive come staffetta, macinando in solitudine continaia di chilometri fra le colline dell’astigiano e delle Langhe. Sono le discussioni con alcuni compagni e compagne, i giri elettorali, il lavoro con le contadine, l’impegno in “Noi donne”, il primo giornale politico femminile del dopoguerra e la prima impresa cooperativa editoriale, di cui Marisa sarà presidente.
Bella politica è il femminismo, punto di svolta, nuovo sguardo sul mondo. Nell’Udi, molte diffidano del modo in cui le ragazzze degli anni settanta irrompono sulla scena pubblica, degli obiettivi radicali, dei cortei separati fragorosi e variopinti, degli slogan. Marisa ha le sue perplessità e le conserva, ma sente che tutto questo la riguarda, che è una risorsa di libertà. In quegli anni trova nuove amiche - “alcune incontrano alcune”, scrive, fotografando in tre parole una via maestra della politica femminista – e inizia un rapporto profondo con la mai dimenticata Annarita Buttafuoco. Partecipa alle campagne per il divorzio, per la depenalizazione dell’aborto e contro la violenza sessuale. Allora come oggi, si interroga sull’amicizia fra donne, dubita del primato attribuito alla madre, reale e simbolica, dal pensiero della Libreria delle donne di Milano- e sono riflessioni profonde. Oggi più di allora, apprezza le lotte per la pace, ma non si riconosce nel pacifismo senza se e senza ma, nella sensibilità diffusa che ha trasformato in luogo comune (a volte rinnegato nei fatti) la tesi secondo cui non c’è progetto, non c’è ideale personale o collettivo che giustifichi lo spargimento di sangue .
Scrive: sull’8 marzo, con Tilde Capomazza, mostrando come quella data nasca da una gloriosa leggenda, non da un evento ; sulla resistenza , e fra le riviste dove pubblica c’è la prima in Italia di studi delle donne, «Dwf»; sulle immagini dell’Udi ; sull’attualità. Scopre come il femminismo –“un periodo bellissimo”- cambi il rapporto con il suo compagno, che comincia a guardarla come si guarda una sconosciuta, misteriosa e più autorevole di prima. E’ in prima fila nel processo tumultuoso al cui termine la iperstrutturata Udi azzera i vecchi organigrammi, autosciogliendosi in una miriade di gruppi locali. Con Luciana Viviani e Maria Michetti, comincia e porta a termine il lavoro smisurato di raccolta e ordinamento dei materiale dell’organizzazione, creando un Archivio di importanza primaria per la storia delle donne, del Pci e dell’Italia repubblicana.
E’ una vita così ricca che viene spontaneo pensare a Marisa come a una donna fortunata. Già alle origini. Ha un padre dirigente del Pci e comandante partigiano, una madre dolcissima che ha avuto il coraggio di concepirla prima del matrimonio, una nonna così aperta da accogliere con naturalezza la futura nuora incinta (negli anni 20!). Intorno, il clima caldo di un borgo metà operaio metà campagnolo. Presto arrivano la passione politica, la resistenza, la militanza, in cui porta le sue timidezze, la salute a volte fragile, il piacere dell’eleganza, non ultimo il dono di una bellezza delicata, raffinata, duratura.
E porta il gusto della libertà, che le costa anche amarezze piccole e grandi. Nella sua cura per l’abbigliamento, nella sua predilezione per i tacchi a spillo, c’è chi vede una spia dell’esecratissima «mentalità piccolo-borghese” - lei continua a metterli. La sua storia d’amore, che sarà lunga e felice, con un compagno sposato e separato, fa scandalo, le frutta convocazioni da parte dei dirigenti, critiche dei militanti, il licenziamento dal lavoro al partito - lei ne soffre ma resta con lui. Sono alcuni fra i punti bui della sua vita, insieme alle difficoltà di relazione fra donne, alla impersonalità programmatica dei rapporti nel Pci. Su tutti spiccano il grande trauma dell’Ungheria, scambiata per una controrivoluzione borghese e solo in seguito riconosciuta nella sua verità. E il dolore legato al nuovo corso del Pci dopo l’89, che giudica tardivo politicamente, e, appunto per questo, frettoloso nel disperdere un patrimonio grande di solidarietà, dedizione, competenze. Non è tutta all’insegna della buona fortuna, la vita di Marisa.
Di queste e altre delusioni e dissensi, il libro racconta con coraggio e senza carità di patria. Scelta non ovvia, anche mettendo in conto che negli ultimi anni gli storici, e soprattutto le storiche, hanno dato al concetti di memoria della politica una fisionomia molto più sfaccenttata e mossa che nella traadizione comunista – penso, fra gli altri, ai lavori di Lucia Motti, Fiamma Lussana, Patrizia Gabrielli, Anna Rossi-Doria .
Ma qui è singolare il registro narrativo. La “cattiva politica”, che esiste e spesso è quella che si pretende generale e complessiva, quella che si ammanta di blasoni ideologici e morali, scorre nel testo senza mai prevalere, senza mai dargli il suo timbro. Non monopolizza lo sfondo, non stinge sul resto, gli fa piuttosto da contrappunto, quasi da contorno. Anzi, si potrebbe definirla “contorno” proprio in senso letterale, complemento amaro o attossicato di una pietanza meravigliosa; se non si può lasciarlo nel piatto, gli si può però impedire di rovinare il pasto. Di qui la lontananza siderale dal registro della protesta e della recriminazione presente in altre narrazioni, in cui la bella politica viene ridotta a residuo che compensa e umanizza la “cattiva”, ma non abbastanza da evitare di sentirsene vittime. Interpretazione altrettanto netta e non meno realistica di quella di Marisa Ombra.
Ma la sua è la scelta consapevole di sottrarsi all’imperialismo retrospettivo della cosiddetta grande storia. La scelta di una donna complessa che ci regala un libro complesso, pieno di idee e nello stesso tempo di colori, profumi, suoni, rumori – come quanto ricorda che la sua resistenza è stata scandita dall’abbaiare dei cani e dall’incertezza su chi lo provocasse, amici, nemici, un altro animale, un viandante.
Di tutto questo viene spontaneo esserle grate. Ma non solo di questo. Nell’esplosione attuale dei modelli culturali, l’area di maggiore tensione è probabilmente quella che riguarda le forme del diventare adulti e dell’invecchiare. E Marisa, la sua persona, la sua scrritura, sono la prova vivente (e rara) del fatto che dare fiducia al nuovo è un talento indipendente dall’ età; che giovane non è necessariamente l’opposto di vecchio, mentre vecchio non è necessariamente l’opposto di seducente. Il che non vuole dire, è ovvio, confondere le fasi della vita, vuol dire aiutare se stessi a scoprire i propri tempi, e se non coincidono con quelli canonici, pazienza.
Per come appare, per come si racconta, Marisa è una bellissima vecchia ragazza, cui spetta un posto speciale nella memorialistica della politica, e uno altrettanto speciale nella riflessione sull’età e gli anni.


Marisa Ombra 'La bella politica. La Resistenza, 'Noi Donne', il femminismo.'
con la collaborazione di Ilaria Scalmani - prefazione di Anna Bravo
Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea “Giorgio Agosti"
Edizioni SEB 27 - 2009

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