Arti, Musica e Cultura

‘Buon Anno, Sarajevo’

Sarajevo e i figli della guerra

La regista Aida Bejic con ‘Buon Anno, Sarajevo’ racconta il post-conflitto attraverso la storia di due fratelli

Elisabetta Colla

Distribuito nelle sale italiane con il titolo ‘Buon Anno, Sarajevo’, dalla KitchenFilm di Emanuela Piovano, il film bosniaco ‘Djeca – Children of Sarajevo’, della regista Aida Bejic, ha già alle spalle una pletora di premi: oltre alla menzione speciale ottenuta a Cannes, nella sezione Un Certain Regard, la pellicola ha vinto infatti la 48esima edizione del Pesaro Film Festival, dove si è aggiudicata anche il Premio Giuria Giovani ed il premio ‘Cinema e Diritti Umani’ di Amnesty International. Scarna ed asciutta, l’opera mostra come l’impegno e la volontà non siano sufficienti ai tanti orfani, indigenti e diseredati della Sarajevo post-conflitto, per dimenticare e proiettarsi nel futuro: il passato e le sue conseguenze ritornano in mille rivoli a presentare il conto. Ciò è tanto più vero per i djeca, i bambini, che danno il titolo al cupo film della giovane regista Aida Bejic (classe 1976, una giovinezza che coincide pienamente con gli anni del conflitto 1992-1996). Non si sottraggono a questa sorte ineluttabile neppure Rahima, una giovane donna di 23 anni, ed il fratello Nedim, di 14, rimasti orfani a causa della guerra.

Vivono soli, in uno squallido appartamento, tentando a fatica di tenere in sesto i pezzi di un presente precario imposto loro dalle circostanze, senza ricevere vera solidarietà ed aiuto da nessuno, in una città rappresentata tetra e scolorita, priva di ogni forma di vita. Lei, bella e triste, porta il velo come segno di una religiosità stabilizzante, cui si è aperta dopo anni burrascosi: è totalmente concentrata sul lavoro, nelle cucine di un ristorante gestito da equivoci proprietari, e sull’accudimento del fratello, che a scuola (quando ci va) si comporta in modo aggressivo e sembra non essere interessato a nulla. La lite di Nedim con un ricco compagno di scuola, e con il facoltoso ed ottuso padre, sarà l’occasione per far scoprire a Rahima - attraverso un angosciante pedinamento nei bassifondi della periferia - il coinvolgimento del fratello in traffici illeciti, ai quali la donna cercherà di strapparlo con tutte le sue forze, mentre assistenti sociali duri e privi di umanità vivisezionano la povertà dei due per cercare di
dividerli, portando via il fratello alla sorella. Ma esiste una speranza, tra la sporcizia e le macerie, nei meandri della disperazione, fra i ricatti della malavita e le vessazioni dei potenti e dei burocrati, e la s’intravede nel finale, quando i due fratelli/protagonisti si abbracciano, avvinghiati l’uno all’altra, in un momento catartico emblematicamente girato in un luogo che non concede nulla alla bellezza. Alle riprese di fiction, spesso girate con la camera a mano, nell’intento dichiarato di seguire ‘da vicino’ la vita frenetica ed ansiosa di Rahima, si alternano quelle documentaristiche di repertorio, relative agli anni della guerra ed alla vita che, nonostante tutto, veniva portata avanti dalle famiglie. Gli attori Marija Pikic (intensa e fiera nel ruolo di Rahima) ed Ismor Gagula (il giovanissimo Nedim) accompagnano la regista alla ricerca di senso, in un film-viaggio che lascia un segno, più per le atmosfere opprimenti, la fotografia priva di luce, le interpretazioni rigorose, che non per la storia, pure interessante ma non originalissima. Il messaggio arriva dritto e chiaro: a Sarajevo la guerra è finita ma non del tutto, le convinzioni religiose producono ancora discriminazione - tanto più per le donne sole - l’individualismo, la crisi e la speculazione dilagano, i figli della guerra sono abbandonati e la ricostruzione, esistenziale e materiale, è ancora una chimera.

| 10 Febbraio 2013







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