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Egitto/Chiude un centro antiviolenza, ma “forse” non è una sconfitta

Il famoso centro Al Nadeem è stato chiuso. Immediata la reazione delle associazioni e della società civile

inserito da Zenab Ataalla

Il Cairo. Il 9 febbraio il centro Al Nadeem chiude i battenti per volontà altrui.
I sigilli posti all’entrata della struttura hanno decretato, almeno per adesso, la fine di un lungo percorso che ha reso l’organizzazione una fra le più importanti nel mondo proprio per il suo lavoro a tutela dei diritti umani, e questo anche grazie alla sua attività di reportistica sui casi di violenza e tortura registrati negli ultimi anni in Egitto.
Secondo quanto si legge nell’ordinanza del tribunale, il centro è stato chiuso perché sprovvisto della tanto “famosa” autorizzazione governativa prevista dal nuovo testo legislativo, approvato a dicembre 2016 ad integrazione della legge n. 84/2002, cioè proprio quella che regolava le attività delle associazioni civili egiziane operanti nei diversi settori della società, dall’educazione all’istruzione, passando per l’empowerment femminile e per i diritti.
In realtà chi lavora da anni per il centro Al Nadeem, ed in altre strutture simili, sa che le cose non stanno proprio così.
Tutti credono che quello che è avvenuto la settimana scorsa è il risultato finale di una serie di azioni, portate avanti nell'anno appena trascorso dal governo, intenzionato a chiudere definitivamente il centro.
Il 2016, infatti, inizia con le perquisizioni, le intimidazioni e il congelamento del conto bancario del centro.
Continua con il divieto a viaggiare per Seif Al Dawla, una delle fondatrici, perché sotto indagine per aver ricevuto fondi internazionali per le attività della struttura, e finisce a novembre scorso quando il Ministero della Salute non autorizza la chiusura, motivando la sua decisione con l’incongruenza rilevata tra quanto dichiarato nello Statuto del centro stesso e quello che di fatto sono state le sue attività, rivolte alla difesa dei diritti umani più che all’assistenza medica delle persone.
Immediata è stat la risposta del centro Al Nadeem, che in una nota pubblica scrive a chiare lettere quanto segue: “se lavorare per i diritti umani significa anche contrastare tutte le forme di violenza, assistendo a livello medico e psicologico le vittime di tortura e di oppressione, allora sì, le attività del centro sono anche quelle di tutelare i diritti umani”.
E se all’inizio la dichiarazione di cui sopra e le manifestazioni di solidarietà da parte delle altre associazioni nazionali ed internazionali sembravano aver scongiurato l’ordine di chiusura, purtroppo, sappiamo che non è andata così.
Laddove però oggi c’è rabbia, non c’è rassegnazione. E questo grazie anche al fatto che da nemmeno una settimana sono aumentate le manifestazioni di protesta di tutte le organizzazioni che attraverso il web lanciano petizioni con cui fare pressione sul governo, affinché si proceda con l’immediata riapertura del centro Al Nadeem senza “se” e senza “ma”.
E' una lotta che vede insieme non solo Amnesty International, Frontline Defenders, Worldwide Movement for Human Right, ma anche e soprattutto le organizzazioni non governative egiziane che, insieme, chiedono la fine di ogni forma di minaccia nei confronti di chi da anni si batte per la difesa dei diritti umani e garantisce il rispetto delle libertà in Egitto, così come sanciti dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite per la difesa dei diritti.

Nella foto Seif Al Dawla, dal sito worldwithouttorture.org

| 13 Febbraio 2017





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