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L'amore che mi resta, il nuovo libro di Michela Marzano

“Di fronte alla morte di una persona cara non si tratta solo di fare i conti con la realtà, riconoscendo ciò che si è perso, ma anche di accettare la fine della promessa di tutto ciò che si sarebbe potuto o voluto viv

inserito da MARIA DELL'ANNO

Giada ha solo 25 anni quando decide di uccidersi. Ha tutta la vita davanti eppure decide che non vale più la pena vivere quella vita. Sua madre, Daria, vede in un attimo sconvolgere la propria esistenza e la propria famiglia dalla morte di sua figlia, una morte incomprensibile, innaturale, perché non è naturale perdere un figlio. Non esiste neanche una parola per definire chi ha perso un figlio. E così Daria precipita in un vortice di dolore nel quale non riesce a comunicare neanche con suo marito e con l’altro suo figlio, non riesce a capacitarsi, a spiegarsi la decisione di Giada, e soprattutto a perdonarsi di non aver capito la sua sofferenza. Ma le ragioni dell’abbandono della vita da parte di Giada hanno radici in un altro abbandono: quello della sua madre naturale, che la diede in adozione appena nata. E così Daria inizia a ricordare i momenti della sua vita – da quando ha preso in braccio Giada per la prima volta, a quando le ha spiegato che non era nata dal suo pancione, a quando lei le ha chiesto la prima volta: “Ma quando sei venuta a prendermi era perché volevi una bambina o perché mi volevi bene?”-, alla ricerca di una ragione, e contemporaneamente alla ricerca di una nuova pace interiore.

Michela Marzano, filosofa, professoressa, scrittrice, deputata, si cimenta per la prima volta nella scrittura di un romanzo e lo fa prendendo spunto da un episodio personalissimo del suo passato, e cioè dal tentativo di suicidio al quale è sopravvissuta. La dedica di questo libro è a mamma Paola, ed è la voce della mamma Daria che narra questa storia, come se scrivesse una lunga lettera a sua figlia. La scrittura di Marzano è come sempre scorrevole, toccante, profondamente radicata nei sentimenti e, in questo caso, nella psicologia di Daria, la quale vive il dolore più assurdo che una madre possa vivere. Marzano racconta questa storia senza fare alcuno sconto sul dolore, sul tormento, sui tanti “e se” che nel cervello rimbombano quando si perde una persona amata, mentre la vita attorno a noi continua. Ed è questa forse la condanna più insopportabile di chi resta: il vedere che la vita continua comunque. Anche senza quella persona. La narrazione passa dal passato al presente, dai ricordi ai rimorsi, dai rimpianti alle speranze, in modo coerente e scorrevole, e affronta il delicato tema dell’adozione, e in particolare dell’abbandono che c’è dietro un’adozione.
In un’intervista a Vanity Fair (12/04/2017) Marzano afferma che “la stragrande maggioranza delle adozioni sono storie bellissime, ma c’è un elemento che accomuna ogni adozione ed è l’abbandono. Il rapporto che si instaura coi genitori adottivi dipende anche da come raccontano al bambino la sua storia: io penso che la verità vada detta subito, anche quando il bambino è piccolo e non capisce.” Spesso i genitori pensano che l’amore possa colmare ogni altra mancanza, ma ognuno di noi ha dentro un suo vuoto che non si può colmare, che va riconosciuto, compreso e affrontato, senza timori, senza reticenze. Ed è proprio questo vuoto che il romanzo perlustra, il vuoto di un abbandono, che per Giada è talmente determinante da compromettere tutta la sua serenità, e che per Daria è talmente travolgente da togliere importanza a tutto il resto. Da sempre interessata ai temi della genitorialità, in questo romanzo Michela Marzano analizza in modo coraggioso eppure delicato, tra commozione e riflessione, i sentimenti della maternità e della perdita, e riflette ancora una volta sull’amore perché “senza amore si è morti, prima ancora di morire”, e anche se l’amore non salva, l’amore che proviamo e che abbiamo provato è forse l’unica cosa vera e forte che ci resta dopo la morte.

| 20 Aprile 2017





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