Dalla rete: Dal carcere: A Mano Libera

A MANO LIBERA, LA VOCE (POSITIVA) DELLE DETENUTE. E NON SOLO

Il nostro libro sta prendendo il volo: raccogliamo i commenti che arrivano in redazione (Tazza, Friggeri, Cornero, De Micheli, Mascia, Dati, Pascale)

inserito da Redazione

Il nostro libro sta prendendo il volo. A farci felici non è solo il fatto che ci vengano richieste copie e presentazioni, ma anche (e forse soprattutto) che le parole e i pensieri viaggino. Uno degli obiettivi era, appunto, questo: far conoscere la dimensione della detenzione al femminile attraverso l’autonarrazione, farle oltrepassare le mura e gli steccati. Cemento e stereotipi che impediscono di conoscere e comprendere un universo di donne che non hanno parola pubblica.
Ricordiamo che tutte le informazioni sul libro e su come averlo sono on line.
La bella presentazione pubblicata da Repubblica , anche on line, a firma di Alessandra Balla aiuta questa propagazione. Ringraziamo lei e il quotidiano per la sensibilità e l’attenzione dimostrata.
Così come ringraziamo 'Il dubbio" per aver pubblicato (25 luglio) una attenta recensione firmata da Valentina Stella.
Di seguito sono radunate le riflessioni che via via ci manda in redazione chi ha letto il libro, Elenchiamo, in ordine cronologico, i nomi di chi ha scritto: Alessandra Tazza, Roberto Dati, Stefania Friggeri, Laura De Micheli, Hela Mascia, Loredana Cornero, Alfonso Pascale, Mirella Dalfiume. Ringraziamo tutt* per aver contribuito a comporre il patchwork che stiamo raccogliendo intorno al nostro libro, ‘A mano libera’. Attendiamo altri commenti e riflessioni di chi ha comprato e letto il libro .....
Informazioni
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MIRELLA DALFIUME. Ho letto “A mano libera” durante le mie brevi vacanze estive, quindi nel mio tempo libero. Libero da impegni lavorativi, familiari, politici, di volontariato. Non ho mai visitato un carcere e nemmeno conosciuto persone che vi siano state rinchiuse o familiari di detenuti. La lettura di questo agile libretto è stata come spalancare una porta su un mondo sconosciuto, o piuttosto come sbirciare da una porta socchiusa dentro una realtà dolorosa, complessa, che spaventa.
Queste pagine intrise di lacrime e dolore ma anche di speranza e voglia di riscatto, mi hanno fatto riflettere su quanta distanza permane tra il vincolo della restrizione della libertà e l’obiettivo del reinserimento sociale. Tra l’aspetto punitivo e quello educativo.
Mi hanno colpito le testimonianze di quelle donne che proprio a Rebibbia, per la prima volta, hanno avuto la possibilità di studiare e lavorare e hanno conquistato una maggiore consapevolezza di sé e quindi, paradossalmente, un grado in più di libertà e dignità. La possibilità di studiare che per tante di noi era scontata, eppure non sempre ci ha protette da errori di valutazione. Quante donne colte e istruite sono rimaste vittime di relazioni sbagliate, di (non) amori violenti. Penso a Lucia Annibali, colta e affermata avvocatessa, con la vita ed il corpo per sempre segnati dallo sfregio dell’acido. Penso alla sua forza interiore e alla sua capacità di affrontare il dolore e di rinascere.
Ma anche la testimonianza della donna che ha reagito all’ennesima violenza di un uomo e per questo ora sta in carcere. E non riesco a non pensare che nel nostro paese chi ha molto denaro e può permettersi avvocati di grido riesce a farla franca o perlomeno ad ottenere attenuanti, sconti di pena eccetera.
Un pensiero solidale alle volontarie che per mesi hanno varcato la soglia del carcere per contribuire ad alleviare la “pena” offrendo ascolto e una opportunità in più nella direzione della libertà, se non dai muri e dalle sbarre, dalle proprie catene interiori e dalle proprie dipendenze.

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ALFONSO PASCALE. Dopo aver finito di leggere il libro “A mano libera. Donne tra prigioni e libertà” le domande che mi sono posto sono state le seguenti: “Quale idea di libertà prevale in questo testo?negli apporti che in esso sono contenuti, l’espressione ‘essere liberi’ ha lo stesso significato che diamo tutti, in base al senso comune? e cioè che ‘libero è colui che fa quel che vuole finché non lede la libertà degli altri’?”.
Da nessuna parte ho trovato questa definizione. L’esperienza della libertà che ci consegna questo libro è sicuramente un’esperienza di autonomia e autodeterminazione. Ma un’autonomia e un’autodeterminazione fortemente vissute in una dimensione spirituale, intima, culturale che prescinde dai rilevanti condizionamenti esterni che la vita carceraria produce. E che, in generale, la condizione umana produce.
Le persone che hanno partecipato al laboratorio e poi alla stesura del libro sono perfettamente consapevoli che viviamo in una società solo apparentemente libera. In essa sopravvivono privilegi, parassitismi, corporazioni chiuse. È una società totalmente amministrata mediante una miriade di norme giuridiche che non corrispondono alla realtà e che possono, dunque, essere aggirate; una società che copre i soprusi, non riconosce il merito e non premia la capacità di autorealizzarsi. E chi non è indotto e incoraggiato ad autopromuoversi non è affatto una persona libera.
Questa convinzione si avverte in quasi tutte le pagine. Il sottofondo dell’intero libro è che chi sta “fuori” è comunque privo di libertà, come chi sta “dentro”. E che “dentro” incominciano ad esserci percorsi e strumenti che permettono finalmente alle persone di conquistare la propria libertà. Da qui la speranza, un sentimento, ancor prima di essere una virtù, rasserenante.
Mi ha felicemente colpito come nel “progetto” e poi nel libro si realizzi uno scambio intergenerazionale: ci sono le più giovani (quelle di “dentro” e quelle di “fuori”) e ci sono le anziane (quelle di “dentro” e quelle di “fuori”) che di fatto interloquiscono tra loro. I racconti sono infarciti di riferimenti a madri, padri, figlie, figli. Anche tra chi deve scontare 30 anni ci sono giovani e anziane che conservano il senso della propria età. In fondo c’è la piena convinzione che gli adulti abbiano da imparare dai giovani, ma che anche questi abbiano bisogno di adulti responsabili, non disposti ad abdicare. E che la libertà può sussistere, se si mantiene lo scambio intergenerazionale. Perché tutte le condizioni di vita (le età) devono esprimersi in pienezza, in un contesto di rispetto, empatia, ascolto e accompagnamento reciproco.
In questo libro la libertà è innanzitutto “avere qualcosa da fare” (Laura, pag. 51), “tenere occupata la mente” (Loredana, pag. 68)perché permette l’impegno, la virtù, la crescita, l’assunzione di responsabilità, il mettersi in gioco con se stessi e con gli altri. Non un’occupazione qualsiasi, ma un lavoro di cittadinanza che alimenta l’autostima. Un percorso faticoso che crea sofferenza. Ma poi, i risultati che si conseguono determinano soddisfazione e orgoglio. Consapevolezza piena della propria condizione e capacità di guardarsi dentro e cambiare.
In questo libro la libertà è “non aver più paura di sé” (Maurizia, pag. 53) perché quando s’impara a dominare le proprie emozioni, la propria volontà, la propria razionalità anche i sogni e i sentimenti diventano propri. E si conserva, in tal modo, la capacità di stupirsi della vita, di aprirsi agli altri, di amare gli altri (Lucia, pag. 54). Un processo non indolore anche questo perché si deve avere la forza di evadere dalle “negatività” e di “nascondere le proprie cicatrici più profonde dietro ad un sorriso” (Loredana, pag. 68).Perché si deve avere l’ardire di aprire le “porte chiuse” e di abbattere “i muri” che la stessa natura umana crea come apparente protezione ma che in realtà ci opprimono. “Muri fisici e muri inventati” (Maria Lucia, pag. 71). È l’amore a darci la forza di affrontare la sofferenza. È l’amore a inverare il sogno e a farci andare oltre il confine. “Ritrovare sé” è ritrovare “il senso profondo della vita”, “dare importanza alle piccole cose”, prepararsi a vivere “senza aver bisogno di nulla” (Patrizia, pag. 56), aver cura di sé nella malattia (Silvia, pag. 57), imparare, proprio nelle “cose minute ed intime” che si condividono con le persone fragili, un modo diverso di amare, più intenso, più pieno (Costanza, pag. 58).
In questo libro la libertà è la capacità di rimanere se stessi, “genuini”, “veri”, senza coltivare il “desiderio di apparire ciò che non si è” (Rosanna, pag. 60). Rimanendo se stessi,si può apprendere e crescere perché “la libertà è una forma di pensiero” (Federica, pag. 64). E si possono stabilire relazioni e ponti tra mondi diversi per costruire le premesse di relazioni future (Maria Teresa, pag. 66). La libertà è “la capacità di essere presenti a se stessi con verità, tenere in mano la tua vita, diventare talmente protagonista da accettare anche le cose brutte e difficili perché sei solo tu che puoi trasformarle in qualcosa di utile per te stesso” (Alessandra, pag. 72).
In questo libro la libertà ha “il colore dell’arcobaleno” che si può osservare coltivando un orto. Anche un piccolo spazio verde senza sbarre permette di “guardare il cielo e le nuvole che giocano con il vento, camminare sul prato, sedersi sotto un albero e ascoltare gli uccellini che cinguettano felici” (Marilena, pag. 70). L’agricoltura carceraria è sicuramente un percorso di libertà. Un libertà che mette in relazione con il vivente, consente di seguire i cicli biologici e ricostruisce la funzione di cura e di supporto alla crescita. Una libertà che porta al senso di responsabilità e riabitua alla “vita comune”.
Furono gruppi di donne a inventare l’agricoltura quando i gruppi umani si spostavano da un punto all’altro del globo alla ricerca di piante spontanee o di animali da predare per ricavarne del cibo. Stanche di quella vita nomade che mal si adattava alle funzioni riproduttive, le donne incominciarono ad osservare come avveniva la crescita e la fioritura di una pianta. Carpendo i segreti della natura, intuirono un fatto straordinario: dal momento della semina di una cultivar di frumento, selezionata tra tante in natura, e il tempo del raccolto, sarebbe trascorso un anno. E rimuginarono che quello era il tempo sufficiente per portare avanti una gravidanza. Gioirono al pensiero di quella intuizione. Finalmente potevano dare un senso e una giustificazione al loro bisogno di fermarsi e di mettere radici in un determinato territorio. I maschi continueranno ancora per alcuni millenni ad andare a caccia di animali e a raccogliere frutti spontanei. Per loro il mondo non aveva un luogo ma ovunque ci fosse cibo era una meta da raggiungere e poi abbandonare. Le prime comunità stanziali saranno, dunque, formate prevalentemente da donne, bambini e anziani. L’agricoltura nasce per dar vita alle prime comunità umane stanziali. Nasce come forma di vita collettiva, come ambito di regolazione condivisa per utilizzare le risorse ambientali comuni e così organizzare al meglio le attività comunitarie di cura. La coltivazione della terra sorge come attività di servizio per poter abitare un determinato territorio. Il significato più profondo di coltivare è “servire” la natura e la comunità al fine di abitare dignitosamente in un luogo. Ecco perché l’agricoltura è destinata ad avere una grande funzione nelle attività rieducative e di reinserimento sociale e lavorativo.

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LOREDANA CORNERO. Sono di pochi giorni fa i risultati della “Mappa delle parole” dell’Osservatorio Demos-Coop (Ass. Naz.le cooperative di consumatori). Alle persone intervistate sono state proposte una quarantina di parole, che evocavano diversi soggetti, eventi, valori. La mappa che ne nasce “proietta” le parole esaminate in base a due diversi “assi” di giudizio. Il gradimento espresso dagli italiani lungo l’ascissa, mentre dal basso verso l’alto sull’ordinata: le parole riflettono la tensione fra passato e futuro. Tre sono le aree che emergono: in basso a sinistra in marcia verso il passato troviamo quasi tutti i partiti politici - da M5S al PD, da FI alla Lega Nord – compresi i loro leader: Renzi, Salvini, Berlusconi, Grillo. Al centro - nel campo di battaglia che rappresenta il presente - l’euro, le proteste, gli immigrati, i social media, l’Unione europea, la televisione, i giornali, le unioni gay. Ma è nello spazio in alto a destra che si incentra l’interesse: il ponte verso il futuro condiviso. Ed in questo spazio che troviamo parole come Italia, popolo, democrazia, ripresa, volontariato, cuore, speranza, meritocrazia, radio. Ed è in questo quadrante di parole di speranza per il futuro condiviso, di ponte tra le diverse rive, di frontiere da superare e di confini che uniscono , di limes inteso non come "limite", muro, barriera, quanto piuttosto nel significato di strada, via di penetrazione all'interno di territori di recente conoscenza, che si inserisce il volumetto “A mano libera. Donne tra prigione e libertà” a cura di Tiziana Bartolini e Paola Ortensi, con la prefazione di Agnese Malatesta. Il carcere come confine, spazio chiuso, limite del corpo, distacco violento dal mondo senza possibilità di fuga. Ma al contempo spazio di libertà, determinazione di nuove opportunità, portatore di scoperte e di conoscenza. Un’esperienza che si può vivere dentro, ma anche fuori dal carcere, chiuse in prigioni che noi stesse ci costruiamo, da vincoli che ci condizionano la vita, da muri che innalza la nostra mente e dai quali è spesso difficile trovare vie di fuga. E le testimonianze in entrambi i sensi sono molte nelle pagine che scorrono: “Qui si rischia di morire giorno per giorno” dice Franca, ma “la vera me l’ho trovata in carcere – dice Lucia – Qui, contrariamente a quello che si possa immaginare, in questo luogo ho fatto esperienza di libertà” .
Le riflessioni sul tema della libertà e della prigione tra donne che vivono dentro e fuori il carcere, oltre ovviamente alla forza delle testimonianze che si alza oltre la semplicità faticosa del raccontarsi, è la grande novità rivoluzionaria del libro. E’ il confine dei cancelli che si aprono o si chiudono -indipendentemente da chi resta dentro o fuori - per portare ad un incontro di conoscenza, di scambio, di affetto, di curiosità, di empatia, di capacità di guardarsi dentro anche da fuori. Per rappresentare la realtà e anche per costruirla. Insieme.
(luglio 2017)

HELA MASCIA. Tiziana Bartolini e Paola Ortensi con la loro ricerca “A mano libera “, effettuata nella Casa circondariale femminile di Rebibbia, sono entrate quasi come il cavallo di Troia fra le mura di un’istituzione chiusa in sé stessa. Hanno utilizzato un metodo conosciuto a noi donne, quello dell’autocoscienza, e la casistica “personalizzata” che il libro testimonia ci da un quadro della realtà completamente diverso: il carcere è vissuto come un luogo di riscatto e quasi di liberazione rispetto all’esistenze che le detenute vivevano fuori. La direttrice della Casa circondariale dott. Ida del Grosso ci spiega il perché del cambiamento: “tutte le attività trattamentali offerte non servono per passare il tempo, ma mirano a dare delle possibilità, ad aprire spazi mentali”. Le complesse problematiche delinquenziali stanno portando piano piano ad una “revisione della detenzione, intesa come riparazione del danno, verso un’ alternativa al carcere per reintegrare le donne nella società ……e sostenere i loro figli con l’ulteriore effetto di ridurre la possibilità che questi diventino a loro volta delinquenti” (Ufficio Studi Ministero della Giustizia 2015). Dalle testimonianze emerge un incredibile rapporto tra la motivazione individuale della detenuta con le persone che si occupano della sua formazione. La costruzione della nuova personalità richiede la conoscenza di informazioni di altri soggetti e diventa necessariamente un’ identità relazionale. Paradossalmente, in tal modo, la detenzione può essere un luogo di liberazione in cui matura la consapevolezza del sé. Virginia Woolf, un secolo fa, scriveva in “Una stanza tutta per sé” che se le donne fossero state libere dal peso del lavoro domestico e dalla mancanza di uno spazio tutto proprio – una stanza tutta per sé appunto – la storia dell’umanità sarebbe stata diversa e se riusciremo ad ottenere quello spazio il mondo cambierà. Per quanto riguarda lo spazio carcerario, occorre porsi un problema di coerenza e di affidabilità, se si vuole che il cittadino/a abbia fiducia nella Giustizia riparativa e non più punitiva. Quando i media ci sottopongono casi delittuosi, in genere la risposta che viene data dalle vittime dei reati, nel migliore dei casi, quando, cioè, rifiutano il principio dell’occhio per occhio, è che vogliono giustizia e non vendetta. Ma a quale concetto di giustizia esse fanno riferimento? la Giustizia di Atena raffigurata nell’immaginario collettivo come una giovane donna bendata, con la spada in una mano e la bilancia nell’altra o quella di Alessandro Magno che sbrigativamente voleva sciogliere con la spada il nodo Gordiano? Il discorso è molto complesso e ricerche come “A mano libera” servono a fare chiarezza sul concetto odierno di Giustizia che stiamo maturando. (luglio 2017)

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LAURA DE MICHELI. Storie di donne. Sembra scontato leggere, raccolte e raccontate da chi scrive per NOI DONNE, vicende riguardanti altre donne. E invece di scontato non c'è niente perchè sfoghi, pensieri, riflessioni e sogni sono raccontati da donne che hanno a che fare con il carcere di Rebibbia. Molte sono detenute, altre educatrici o volontarie e solo a tratti, leggendo una testimonianza, capisci quale ruolo ricoprono, se stanno scontando una pena, se entrano e escono perchè lavorano lì, se ci tornano per affetto, perchè anche al carcere ci si può affezionare. Sono storie di donne che ti emozionano e in ognuna ti riconosci in qualche tratto. Le capisci, tutte. Di tutte pensi che il carcere non è un luogo adatto ad accogliere certi spiriti femminili. E sbagli, perchè per alcune la perdita della libertà fisica significa il recupero della libertà dell'anima, perchè spesso le prigioni sono dentro di noi e hanno sbarre e muri invalicabili che nessuna libertà di movimento può permetterti di superare. Leggendo il libro si impara che la libertà è per una donna la cosa più importante, libertà di amare, di essere se stesse, di sognare, di immaginare un'altra vita. Spesso anche solo immaginarla un'altra vita ti aiuta a "uscire". Scrivono come possono alcune, ma si esprimono bene e le emozioni arrivano e la lettura è gradevole. Questo libro solleva il velo su una realtà che noi che siamo "fuori" non sappiamo nemmeno immaginare. Pensiamo sempre alle persone in carcere come a una massa indistinta di umanità malvagia che sta espiando ma ogni donna fra quelle mura ha un passato e un vissuto che somiglia in maniera imbarazzante al nostro. (luglio 2017)

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ROBERTO DATI. È difficile sfogliare le pagine di questo piccolo ma denso volume senza commuoversi. Si percepisce, infatti, con immediatezza la materia palpitante di vita vissuta e di dolori patiti della quale sono fatte le cento storie di queste donne sottratte alla libertà, per motivi che restano sullo sfondo: non è certo il giudizio penale quello che le curatrici hanno a cuore. Semmai, il giudizio degli affetti rimessi alle cure di quelle stesse donne che, in modo lacerante, devono all’improvviso farne a meno. La pietas e la comprensione verso mondi apparentemente così lontani dalla tranquillità ordinaria è alla base di “A mano libera”. Complimenti, ancora una volta, a NOIDONNE per aver offerto – a noi che, almeno per ora, possiamo fruirne… – uno spazio di riflessione. (luglio 2017)


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STEFANIA FRIGGERI. Ho letto “A mano libera”, libro che raccoglie i testi delle detenute di Rebibbia e che ha il merito di far conoscere l’esito imprevisto, e prezioso nella sua originalità, del lavoro svolto negli incontri settimanali del laboratorio gestito da “NOIDONNE” nel carcere romano, sezione femminile. L’intento del laboratorio è creare, attraverso lo sguardo femminile, un clima di consonanza e di partecipazione in cui tutte, chi è ‘dentro’ e chi è ‘fuori’, possono riconoscersi. Ed infatti le testimonianze individuali, nella mescolanza tra detenute e no, vengono riportate col solo nome proprio, a sottolineare l’empatia e la vicinanza dalla comune sensibilità femminile. È importante che le recluse riempiano il tempo vuoto della loro prigionia riflettendo sulla propria vita e sulla privazione della libertà. Alcune di loro, interrogandosi e dialogando nell’ambito del laboratorio, compiono una ricerca interiore e arrivano a concludere che “Qui, contrariamente a quanto si possa immaginare, in questo luogo ho fatto esperienza di libertà” perché “La vera Lucia, la vera ‘me’ l’ho ritrovata in carcere” ovvero “la libertà di essere finalmente me stessa, di poter esprimere ogni mia idea, ogni mio pensiero che prima non mi era concesso di esprimere. Grazie a questa libertà ritrovata, ricostruita ho riconosciuto il valore profondo della vita, l’importanza di dare valore alle piccole cose.” Un traguardo difficile da raggiungere, infatti Alessia si chiede: “Il vero problema è: riuscirò ad essere libera, o meglio riuscirò ad avere la liberazione da tante dipendenze che ho?”, ed incalza Anna Maria: “Penso alle prigioni degli esseri umani: la solitudine, la paura, la tristezza, la miseria.” E il binomio libertà/prigione porta due detenute immigrate ad esprimersi così: “A Rebibbia lavoro e spingo il carrello col mangiare e penso che al mio paese tanti bambini non hanno nulla da mangiare. Penso che la fame sia la prigione più pesante” (Hidaya); “Viviamo in un mondo con un sistema inventato per l’uomo, che sono la Politica, la Religione, la Scienza, l’Economia, che ci obbligano a vivere una vita repressa piena di dolore, fame, miseria ecc.”(Giorgina). Una conquista dura, la libertà interiore, che va consolidata faticosamente ogni giorno, come dice Alessandra, “…ovunque noi siamo, ci portiamo dentro la nostra libertà e possiamo volare come farfalle”. Che vuol dire anche riscrivere la parola Amare. Perché spesso queste donne sono finite in carcere a causa della loro dipendenza da un legame affettivo con uomini violenti, cinici, a volte sfruttatori: “gli volevo bene, però sono rimasta in silenzio per troppo tempo …. Quando vuoi bene sopporti molto, cerchi di far passare le cose sperando che passando un po’ di tempo, magari le cose possano migliorare.” Così scrive Patrizia, avendo ora compreso che amare non vuol dire rimanere succube di un’altra persona, cioè cadere in una condizione di vita priva di dignità e di libertà, simile ad un carcere mentale ed emotivo. La parola Amare però nella vita delle detenute conserva tutta la sua forza quando questo sentimento forte e tenace viene rivolto ai figli od ai familiari, suscitando sensi di colpa, nostalgia e determinazione a cambiare. Perché, nonostante tutto il dolore che si portano dentro, queste donne esprimono una forza ed una volontà ammirevole: “Riuscirò, perché lo voglio, a fare una vita normale …. IO CE LA FARO’.” (Patrizia). Difficile liberarsi dei diversi livelli di prigionia di cui sono diventate consapevoli dentro le mura del carcere, ma “ma anche qui c’è qualcosa di buono”: la scuola che permette di conseguire un titolo di studio, la possibilità di apprendere un lavoro, l’apertura della mente a nuovi interessi, anche culturali perché, come dice Erri De Luca: “Sono la più forte contraddizione delle sbarre, i libri. Al prigioniero steso sulla branda spalancano il soffitto”. (luglio 2017)

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ALESSANDRA TAZZA. "A mano libera.. Donne tra prigioni e libertà". è un piccolo gioiello. Raccoglie pensieri e riflessioni di detenute e non detenute sul tema delle prigioni e della libertà.
“A mano libera” è il frutto del Laboratorio tenuto dal novembre 2016 al maggio 2017 nella Casa circondariale di Rebibbia da Tiziana Bartolini e Paola Ortensi per “Noi donne” e “Noi donne Tre Punto Zero. Ma in realtà il progetto è in piedi da tre anni.
Ho avuto l’occasione di partecipare all’”evento” finale a Rebibbia con la lettura da parte delle autrici dei loro testi-riflessione. Ho pensato che finalmente questo è un lavoro veramente utile, pieno di significati, ricco di umanità, un confronto vero.
A Rebibbia ci sono ca 350 detenute (la metà straniere).I reati sono prevalentemente spaccio di droga e in misura minore sfruttamento della prostituzione, furti e delitti contro la persona. Come sottolinea Ida Del Grosso, giovane e attiva Direttrice dell’Istituto di pena, “…le donne sono doppiamente vittime…molte sono succubi di personaggi maschili(padri, fidanzati, fratelli..) i loro reati sono riconducibili a queste relazioni affettive o familiari….non riescono a dire dei no che talvolta sarebbero fondamentali per salvarsi” Del Grosso, nella sua intervista, parla anche del concetto di “rieducazione” definendolo un po’ superato. Il carcere deve aiutare a scoprire talenti che non si sapeva di possedere, a ricostruire la fiducia in se stesse.
Per questo il Laboratorio è un progetto “utile”, costruito sulle parole (ma non fatto di chiacchiere), sulla scrittura come dialogo con sé e con le altre.
“A mano libera” si presta a vari piani di lettura.
C’è la criticità della situazione carceraria con le sue strette regole ma anche la consapevolezza che il silenzio, il tempo vuoto, il sapere e lo studio sono leve potenti per una valutazione autonoma della propria esperienza e per “ricominciare”.
C’è il rapporto tra condizione femminile e reato dove al fondo, insieme a cause di povertà e/o deprivazione culturale, gioca una concezione sbagliata dell’amore come annullamento di sé.
C’è il lavoro su di sé. Il silenzio della condizione carceraria porta a riflettere sulla propria libertà interiore, su quel “dentro e fuori” che non è rappresentato solo dalle sbarre ma da come affrontiamo la vita, dalla nostra forza e dalla nostra volontà.
E le detenute di Rebibbia, le “diversamente libere”, hanno prodotto pensieri e parole di grande determinazione e di grande tenerezza.
Molto buona è stata anche l’idea di inserire riflessioni ed esperienze di non detenute; il tema della libertà e delle prigioni riguarda e impegna tutte e tutti.
“A mano libera” colpisce veramente perché è il frutto di un lavoro che vuole restituire speranza e dignità senza pregiudizi e, nella sua profonda semplicità, aiuta tutti noi a riflettere su temi così decisivi.
Ordinate questo volumetto sul sito www.noidonne.org e regalatelo ai vostri amici. E’ un grande dono: un piccolo gioiello!
(pubblicato nel sito della Fondazione Nilde Iotti, giugno 2017)

| 22 Luglio 2017





COMMENTI (1)

Il 06 Luglio 2017 Dati Roberto ha scritto:

È difficile sfogliare le pagine di questo piccolo ma denso volume senza commuoversi. Si percepisce, infatti, con immediatezza la materia palpitante di vita vissuta e di dolori patiti della quale sono fatte le cento storie di queste donne sottratte alla libertà, per motivi che restano sullo sfondo: non è certo il giudizio penale quello che le curatrici hanno a cuore. Semmai, il giudizio degli affetti rimessi alle cure di quelle stesse donne che, in modo lacerante, devono all’improvviso farne a meno. La pietas e la comprensione verso mondi apparentemente così lontani dalla tranquillità ordinaria è alla base di “A mano libera”. Complimenti, ancora una volta, a NoiDonne per aver offerto – a noi che, almeno per ora, possiamo fruirne… – uno spazio di riflessione.

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