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Aborto farmacologico: urgono dovuti chiarimenti da parte dell’AIFA

Aborto farmacologico: urgono dovuti chiarimenti da parte dell’AIFA

Contro i continui e faziosi attacchi alla RU 486 diventa fondamentale un intervento chiarificatore dell'AIFA, che ne ha autorizzato la somministrazione

Lunedi, 21/12/2020 - La recente campagna promozionale dell’associazione Pro Vita e Famiglia onlus, predisposta attraverso mega cartelloni pubblicitari contro l’utilizzo per l’aborto farmacologico della RU 486 in quanto “mette a rischio la salute e la vita della donna e uccide il figlio nel grembo”, ha determinato una imponente mobilitazione delle donne e di quanti intendono salvaguardare il principio dell’autodeterminazione femminile nella scelta di una maternità consapevole. La suindicata associazione ha inteso porre sotto attacco l’aborto farmacologico, soprattutto alla luce della recente modifica delle Linee guida del Ministero della Salute, che la scorsa estate hanno previsto la somministrazione della RU 486 in regime di day hospital.
Con tale revisione, da un lato si è resa accessibile l’interruzione di gravidanza in sicurezza a tutte le richiedenti, in particolare a coloro che vivono in regioni con un alto tasso di obiezioni di coscienza degli operatori sanitari, e dall’altro si è deciso politicamente di favorire una pratica medica più avanzata e meno invasiva per questo tipo di prestazione. “In Francia l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica viene scelta dal 66% delle donne, in Svezia dal 95%, ma anche in Irlanda e Portogallo ci si è mossi in questo senso, con crescenti e significative percentuali. In Italia (ultimi dati 2018 ad opera della sorveglianza IVG del Ministero Salute) solo dal 18%” (fonte Laiga, Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione legge 194/78).
La variazione delle Linee guida ministeriali in tema di Ru 486, che precedentemente prevedevano tempi più brevi per il ricorso al suddetto presidio farmacologico ma, soprattutto, il ricovero ospedaliero obbligatorio di tre giorni, ha permesso alle donne, che non intendano effettuare un’interruzione di gravidanza cruenta, come quella chirurgica, di accedere alle tecniche più moderne, più rispettose della loro integrità fisica e psichica e meno rischiose. D’altronde lo stesso articolo 15 della legge 194 prevede che si promuova “l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”
“E’ assolutamente riprovevole terrorizzare le persone con false affermazioni che non hanno alcun fondamento scientifico. La Pillola RU 486 è infatti utilizzata in Francia dal 1980 e a prescriverla è il medico di base, senza ricovero ospedaliero e da quel momento è stata introdotta e continua a essere utilizzata in molti Paesi del mondo, a riprova che non è assolutamente pericolosa. Addirittura adesso in Francia, con la crisi pandemica, viene somministrata in telemedicina, così le donne non devono nemmeno più passare dal proprio medico curante e non si espongono a inutili rischi di contagio” (Silvana Agatone, presidente di Laiga). Contro tali evidenze scientifiche, invece, si scagliano quanti fanno dell’attacco all’aborto farmacologico il terreno di uno scontro ideologico, che ancora una volta vede il corpo e la dignità delle donne, nonché i loro diritti, vilipesi e calpestati.
Difatti, accanto alla campagna dell’associazione Pro Vita, ritroviamo le recenti prese di posizione di esponenti politici che fanno del contrasto alla RU 486 il vessillo sotto cui promuovono proposte contro l’aborto farmacologico. Da poco insediata la giunta regionale marchigiana a guida del presidente Francesco Acquaroli, l’assessora alle Pari Opportunità, Giorgia Latini (Lega), lo scorso 15 dicembre ha annunciato una "verifica di compatibilità delle linee guide del Ministero della Salute con la Legge 194, per evitare la possibilità di interrompere una gravidanza con i farmaci in day hospital o in consultori e ambulatori. Suo esplicito proposito è “porre all’Odg della Giunta Regionale una revisione della possibilità di accesso alla pillola abortiva”, intento comune ad Andrea Asciuti, consigliere comunale leghista a Firenze, che pochi giorni fa ha diffuso un comunicato in cui ribadisce che "Con la Ru486 la donna diventa il ‘sarcofago' del proprio figlio prima di espellerlo e gettarlo chissà dove. Per la donna l'assunzione di questo farmaco in piena solitudine può essere molto pericoloso".
Esplicitando meglio la propria posizione l’esponente politico ha precisato “gli effetti collaterali della pillola: nausea, vomito, diarrea, vertigini, oltre a possibili infezioni ed emorragie gravi. E, seppur rara in termini assoluti, può sopravvenire anche la morte, per non parlare della morte certa del figlio". A questo punto diventa più che necessario che intervenga l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), in merito sia alla campagna promossa dall’associazione Pro Vita che alle dichiarazioni sulle modalità di somministrazione della RU 486, di modo che si faccia chiarezza una volta per tutte. Le nuove Linee guida, pubblicate sulla Gazzetta ufficiale, Serie generale, n. 203 del 14 agosto 2020, sono state predisposte sulla base dei pareri del Consiglio Superiore di Sanità (4 agosto 2020) e della Commissione tecnico-scientifica dell’AIFA (5 agosto 2020), ed a seguito della delibera del Consiglio di amministrazione dell’AIFA (11 agosto 2020). Quanto invece alla commercializzazione della RU 486, avvenuta nel 2009 sempre ad opera dell’AIFA, “la decisione fu assunta dal suo CdA rispecchiando “il compito di tutela della salute del cittadino che deve essere posto al di sopra e al di là delle convinzioni personali di ognuno pur essendo tutte meritevoli di rispetto” (fonte AIFA).
Chiamare in causa l’AIFA, l’ente di diritto pubblico competente per l'attività regolatoria dei farmaci in Italia, diventa, quindi, fondamentale per impedire ogni campagna denigratoria sulla RU 486. Lo scorso 14 dicembre lo ha fatto l’Unione Donne in Italia, indirizzando alla direzione generale di tale ente una specifica richiesta, ossia “intraprendere un'azione di chiarezza e verità, che scoraggi anche future iniziative di questo tipo”. L’UDI si è, difatti, chiesta se fosse ammissibile sia che “un farmaco legalmente e legittimamente in uso venga paragonato ad un veleno” e sia che “si faccia una simile campagna shock improntata al terrorismo, alla manipolazione e travisamento delle informazioni”. Aspettiamo che siano rese pubbliche le delucidazioni dell’AIFA al riguardo della richiesta avanzatale dall’UDI, ma nel frattempo non si può che rimarcare quanto la suddetta agenzia dovesse esplicitare già da tempo una presa di posizione netta ed univoca sulle notizie false e tendenziose al riguardo della RU 486.
Non si può pensare che la querelle sull’utilizzo di tale farmaco sia demandata solo ad iniziative di singoli, quali, ad esempio, “la denuncia-querela presentata dal professore Antonio Chiantera, presidente della Società scientifica Italiana di Ginecologia ed Ostetricia, contro la ProVita e Famiglia onlus" (fonte Laiga). Le istituzioni pubbliche, e l’AIFA tale è, devono assumersi le responsabilità conseguenti al proprio ruolo, perché, come citato sopra, il loro compito è anche tutelare la salute delle donne, che intendono avvalersi dell’aborto farmacologico, “al di là delle convinzioni personali” dei componenti del Cda dell’AIFA. E’, infatti, in gioco la facoltà di potere interrompere una gravidanza con metodi incruenti e soprattutto pienamente legittimati dall’AIFA, a cui ora spetta l’ultima e definitiva parola.

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