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Afghanistan, cinque anni fa il ritorno dei talebani, il ricordo e il racconto di Fondazione Pangea

Afghanistan, cinque anni fa il ritorno dei talebani, il ricordo e il racconto di Fondazione Pangea

Il ricordo è ancora nitido nei racconti di Fondazione Pangea, che dal 2002 lavora in Afghanistan con progetti di empowerment femminile, di microcredito, di scolarizzazione ed educazione finanziaria e che da cinque anni continua, nonostante tutto, a opera

Lunedi, 17/08/2026

Riceviamo e pubblichiamo
Afghanistan, cinque anni fa il ritorno dei talebani, il ricordo e il racconto di Fondazione Pangea
Sono già trascorsi cinque anni da quel 15 agosto del 2021, il giorno in cui i Talebani si sono ripresi l’Afghanistan.
Il ricordo è ancora nitido nei racconti di Fondazione Pangea, che dal 2002 lavora in Afghanistan con progetti di empowerment femminile, di microcredito, di scolarizzazione ed educazione finanziaria e che da cinque anni continua, nonostante tutto, a operare nel paese tra mille difficoltà.
“Da oltre vent'anni Pangea è al fianco delle donne e delle bambine afghane, in un Paese in cui sono stati negati loro tutti i diritti, un decreto alla volta - afferma Luca Lo Presti, presidente di Fondazione Pangea- di quel 15 agosto ricordiamo tutto: l'ansia, la paura, le decisioni difficili da prendere in poco tempo. La priorità per Pangea è stata fin da subito proteggere le attiviste e le beneficiarie che per vent'anni hanno collaborato con noi in Afghanistan. Nell’emergenza di quei giorni abbiamo dapprima bruciato i documenti di lavoro, chiuso l'ufficio di Kabul ed evacuato il personale. In una seconda fase la preoccupazione è stata invece quella di non lasciare il Paese, di continuare a lavorare accanto alle donne, alle bambine e ai bambini. Oggi l'emergenza non è finita e noi di Pangea la stiamo attraversando perché l'Afghanistan continua a vivere il suo momento più buio - prosegue - Dall'agosto 2021, abbiamo riorganizzato tutti i nostri progetti e ne abbiamo avviati di nuovi per rispondere ai reali bisogni delle donne e delle loro famiglie e per continuare ad aiutarle in maniera efficace ed efficiente”.
Con le scuole per bambine sorde, l’istruzione, il microcredito, il sostegno psicologico e gli aiuti umanitari dopo il terremoto, Pangea continua a sostenere le donne e le loro famiglie giorno dopo giorno.

IL LAVORO IN AFGHANISTAN
“Seppur scontrandoci con una situazione ai limiti abbiamo riaperto una sede a Kabul e impiegato del personale Afghano, garantendo anche la nostra presenza. Abbiamo accolto e aiutato donne, uomini e bambini/e in fuga verso la libertà; abbiamo aiutato le persone che sono rimaste in Afghanistan fornendo loro protezione e aiuti umanitari con la distribuzione di viveri e coperte e siamo intervenuti tempestivamente nelle zone colpite prima dal terremoto, poi dai bombardamenti e infine dall’alluvione. E’ stato infatti un anno difficilissimo anche dal punto di vista delle catastrofi ambientali che hanno portato ulteriore crisi umanitaria in zone già duramente colpite con gravi ripercussioni sui diritti umani della popolazione”, afferma Luca Lo Presti.

L’Istruzione
Nell’Afghanistan che nega per legge alle donne e alle bambine sopra i 12 anni di studiare, Pangea è riuscita a riaprire la scuola per bambine e bambini sordi, ampliando poi il progetto in diverse province dell'Afghanistan, garantendo istruzione e formazione alle ragazze sopra i 12 anni.

Le beneficiarie, infatti, non sono solo le bambine ma anche le madri o le sorelle maggiori, che possono così essere intercettate, uscire dall’isolamento e magari frequentare corsi professionali e essere supportate attraverso il microcredito.
Abbiamo selezionato e assunto insegnanti altamente qualificate, formatrici professionisti, esperte/i in lingua dei segni, logopedia e strutturato programmi di studio personalizzati a seconda del livello di disabilità.
Per altro il pasto che forniamo alla mensa scolastica e i frullati proteici rappresentano per molte di loro l’unico della giornata.

Il Microcredito
Pangea ha attivato un circuito di microcredito per le “famiglie”. Questo permette alle donne di lavorare da casa, visto che fuori è vietato e di generare così reddito per le famiglie. Operiamo principalmente con nuclei in cui le mogli e madri sono capofamiglia perché il marito ha una disabilità o sono vedove. Si tratta di un progetto importante perché permette di ricostruire il tessuto economico, di aiutare le donne ad esistere e resistere.

La salute mentale
Molte giovani hanno visto svanire il sogno di diventare mediche, ingegnere, insegnanti o professioniste. Alcune sono state costrette a matrimoni precoci, altre hanno sviluppato gravi forme di disagio psicologico. Per questo Pangea, che ha rilevato tra le beneficiarie dei propri progetti un diffuso stato di sofferenza emotiva, ha attivato un programma di sostegno psicologico per donne e ragazze.

L’emergenza terremoto
Dopo il terremoto molte famiglie sono rimaste senza casa. Ci siamo subito attivati non solo distribuendo beni di prima necessità come cibo e coperte per l’inverno ma anche con dei presidi sanitari rivolti principalmente a bambine, bambini e donne. Quest’ultime, in particolare, durante il terremoto non potevano essere curate o estratte dalle macerie per i divieti imposti dai Talebani che impediscono di toccare una donna. Noi siamo intervenuti per garantire loro la sopravvivenza e oggi Pangea è al fianco di oltre 2500 famiglie in 10 villaggi dislocati in due diverse province dell’Afghanistan.

L’Apartheid di genere
“Dall’inizio della sua salita al potere il governo de facto ha creato una miriade di divieti per regolare la vita pubblica, di questi quasi tutti colpiscono esclusivamente le donne" afferma Simona Lanzoni, vice presidente di Fondazione Pangea.
"A distanza di cinque anni dal ritorno dei Talebani possiamo dire con certezza che nel paese è in atto un vero e proprio Apartheid di genere. Per le donne la situazione precipita di giorno in giorno, per loro non è possibile andare a scuola, fare sport, semplicemente curarsi in autonomia o andare in giro da sole, persino cantare, parlare in pubblico, affacciarsi a una finestra e soprattutto recarsi in ospedale se non si è accompagnate da un uomo, sia esso il marito, il fratello o addirittura il figlio maschio piccolo. Le donne non esistono, non sono persone perché non possono godere dei diritti umani. Per questo come Fondazione Pangea ci siamo fatte portavoce in Italia del riconoscimento dell’apartheid di genere come un crimine conto l’umanità, al pari di quello etnico avvenuto in Sud Africa. Se aggiungiamo a tutto questo la fame, la povertà estrema, i terremoti, le catastrofi naturali, la situazione è davvero drammatica”, prosegue Lanzoni.


IL LAVORO IN ITALIA
Il lavoro in Italia con i rifugiati prosegue con i progetti di terza accoglienza per le famiglie afghane e con l’integrazione delle donne e dei nuclei che sono arrivate in Italia, sostenendole nei percorsi di scolarizzazione, apprendimento della lingua, inserimento all’università o con stage e tirocini professionalizzanti e con il riconoscimento dei titoli di studio. Questo è stato reso possibile anche grazie all’apertura di uno specifico sportello interculturale a disposizione delle donne afghane, rifugiate e richiedenti asilo, per favorire il loro empowerment, la loro istruzione e il loro inserimento nel mondo del lavoro. Lo sportello ha sede a Roma ma è possibile scrivere da tutta Italia utilizzando l’indirizzo email migrantwomen@pangeaonlus.org oppure attraverso l’help desk on line https://www.osservatoriointernazionaleafghanistan.org/helpdesk/ Per raggiungere il più ampio numero di donne il servizio è stato tradotto anche in Dari e in inglese https://pangeaonlus.org/sportello-legale-e-socio-sanitario-per-donne-migranti/.

“Sappiamo bene che in Afghanistan l’emergenza resta, nonostante la luce dei riflettori sia sempre più affievolita. Oltre 3 milioni di bambini e bambine sono a rischio malnutrizione e i divieti imposti dai talebani alle donne sono sempre più stringenti.

Quello che vediamo quando siamo lì è la sofferenza, l’assenza di una visione e una ricerca comune di benessere per la popolazione afghana. La mancanza di libertà e autonomia è totale non solo per le donne ma per tutti”, afferma Lo Presti.

“Il contesto politico internazionale poi non aiuta e così l’Afghanistan rischia di essere dimenticato insieme a migliaia di bambine e bambini. Per questo Pangea intende riportare al centro dell’attenzione il dramma dell’Afghanistan, troppo spesso ignorato nel silenzio della comunità internazionale e dei governi che colludono con i talebani, mentre migliaia di persone lottano ogni giorno tra la vita e la morte”, prosegue Lanzoni.

“Ciò nonostante, abbiamo sempre raccontato che le donne afghane in questi anni ci hanno insegnato che la parola “impossibile” non esiste. In tanti ci dicono che non riusciremo a lavorare nel paese ancora per molto. Che tutto è finito. E invece Pangea sta dimostrando il contrario anche se da soli non possiamo farcela e abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per continuare. Ci vorrà intelligenza e cautela ma continueremo a lavorare per le donne e i loro bambini. Perché la parola impossibile l'abbiamo cancellata dal vocabolario”, conclude Lo Presti. 
Foto dal sito Fondazione Pangea

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