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‘La Storia: uno scandalo che dura da diecimila anni’

‘La Storia: uno scandalo che dura da diecimila anni’

Lo spettacolo in scena al Teatro Vascello di Roma, ispirato al romanzo di Elsa Morante, ne riporta intatta emozione e profondità, anche grazie agli interpreti eccellenti ed alla sapiente regia di Fausto Cabra, attento a riproporre le ‘storie’ nella S

Mercoledi, 18/03/2026 - Non è un caso che ‘La Storia’, il romanzo celeberrimo e forse più maturo della grande scrittrice, saggista e traduttrice Elsa Morante (prima donna a vincere il Premio Strega nel 1957 con 'L'Isola di Arturo'), iniziato nel 1971 ed uscito nel 1974 - edito in Italia da Giulio Einaudi Editore - figuri nella lista dei 100 migliori libri di tutti i tempi, stilata dal Club Norvegese del Libro nei primi anni del Duemila.

È ad esso, infatti, che la Morante consegna, in vario modo, l’essenza della sua letteratura (riassumendovi le esperienze personali, alcune biografiche, e quelle narrative, da ‘L'isola di Arturo’ a ‘Menzogna e Sortilegio’), orientata a raccontare le storie quotidiane degli umili e degli ultimi – tra gioia di vivere e tragedie incalzanti – all’interno della Storia più ‘vasta’ e complessa dell’umanità intera, intrecciando destini e volontà di potenze distruttive, segreti di famiglia e malattie ereditarie, violenze ed abusi inattesi, incontri fatali o felici, disegnando personaggi indimenticabili e senza tempo.

L’intero portato di quest’opera, vitale e commovente, venata anche di leggerezza e ironia, per la bellezza della ‘vita nonostante tutto’, raggiunge lo spettatore nella originale messa in scena dello spettacolo portato al Teatro Vascello di Roma - dal 12 al 22 marzo - con il titolo omonimo al romanzo ‘La Storia’, cui è liberamente ispirato, e di cui rimanda, insieme all’intensità dei drammi vissuti dai protagonisti nella Seconda Guerra Mondiale e nell’immediato Dopoguerra - conclamando lo ‘scandalo che dura da diecimila anni’ - anche la poesia visionaria dell’autrice nel descrivere gli eventi e i rapporti umani.

Fra questi, in particolare, l'opera attraversa, sullo sfondo di vicende storiche spaventose (e qui è chiarissima la grande attualità del romanzo), le relazioni fra una madre e i suoi due figli (uno dei quali frutto della violenza ma anche dello sbando di esseri umani feriti da immani tragedie) e tra due fratelli diversissimi per età ed origine eppure da subito entrati in sintonia; il coraggio e la resilienza delle donne nel portare avanti la vita, pur senza casa e senza cibo; l’esaltazione immediata dei giovani verso ideali di cui non conoscono il potenziale distruttivo; il dono della vita e l’ineluttabilità della morte, e tanto altro ancora.

‘La Storia’, com’è noto, è un romanzo corale ambientato a Roma, tra il 1941 e il 1947, e racconta le tragiche vicende di Ida Ramundo, maestra elementare rimasta vedova, e dei suoi figli Nino e Useppe, offrendo uno sguardo crudo sulla vita delle persone comuni durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale: gli eventi storici di quegli anni sono mostrati con gli occhi dei protagonisti e della popolazione ferita e descritti ora con crudo realismo, ora con profonda umanità e sguardo partecipe verso i quartieri romani martoriati dai bombardamenti e le borgate di periferia affollate da vecchi e nuovi poveri (San Lorenzo, Testaccio, Pietralata, il ghetto ebraico di Roma), mentre sulle colline dei Castelli Romani si muovono le formazioni partigiane che si oppongono al nazifascismo e le vicende dei protagonisti scandiscono la narrazione e l’incalzare del tempo.

Proprio da un profondo, comune amore verso il romanzo scaturisce il sodalizio artistico che vede Fausto Cabra, attore e regista tra i più̀ talentuosi del teatro italiano, scrivere a quattro mani con Marco Archetti una drammaturgia liberamente ispirata all’opera morantiana, e dirigere tre attori di indiscusso talento – Franca Penone, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti – in un progetto che vuole attraversare e riscoprire la vicenda di Ida, Nino e del piccolo Useppe.

La scelta di proiettare sullo sfondo scenico le date che si susseguono, collegate ai principali accadimenti storici (l’ascesa e la caduta di Hitler e di Mussolini, l’avvento delle leggi razziali, il bombardamento dei quartieri, la deportazione degli ebrei), risulta vincente, lasciando spazio alla storia dei protagonisti senza ulteriormente ‘dichiarare’ i fatti. Come in uno dei momenti più intensi e toccanti dello spettacolo, quando, con grande sensibilità e immedesimazione, l’attrice Franca Penone, già nei panni di Ida, veste quelli di una madre ebrea che, sfuggita al rastrellamento del ghetto, corre disperata alla Stazione Tiburtina, davanti ai convogli diretti ai campi di concentramento, dove sa essere rinchiusa la sua famiglia, marito e figli, e la cerca, urlando senza sosta di voler essere ricongiunta ai suoi, pur sapendo che li attende un viaggio senza ritorno.

Così come l’attore Francesco Sferrazza Papa, che veste dapprima i panni del tedesco violentatore e poi quelli di Useppe, il bambino frutto dello stupro, che riesce a rendersi credibile per la sua spontaneità e capacità di cambiare voce, sguardo e movenze, destreggiandosi fra determinazione di carnefice, vagiti e rincorse di cani e gatti immaginari, attacchi epilettici e slanci verso il fratello; altrettanto cangiante ed eclettico Alberto Onofrietti nel ruolo del vitalissimo Nino - il figlio maggiore di Ida che da subito ha accolto Useppe nella sua vita con entusiasmo, senza porre domande alla madre – il quale coinvolge e travolge il pubblico con la sua energica e romanesca voglia di vivere, prima rivolta al fascismo nascente (di cui non sa nulla), poi agli ideali di libertà dei partigiani e infine nell’ultima fuga dalla polizia.

Lo spettacolo, per espressa dichiarazione di chi lo ha portato in scena, non ha la pretesa di sostituirsi o esaurire l’immensa ricchezza del romanzo: vuole invece – con delicatezza ed umiltà̀ – mettersi in ascolto assieme agli spettatori delle molteplici meraviglie che quest’opera custodisce, suddividendo la sua complessa e umanissima materia in due parti, una “in tempo di guerra” e una “in tempo di pace”. Per provare a tracciare le coordinate di un’opera necessaria nel suo rivelare le forze motrici e distruttrici delle cose, e immensamente coraggiosa nel celebrare la vita quando racconta la morte, e la morte quando racconta la vita.

Il complesso disegno luci e il progetto sonoro creato dal regista e dagli altri professionisti e tecnici coinvolti nello spettacolo, danno vita a un impianto scenico che diventa vero co-protagonista “perché la grande Storia - scrive il regista - è un enorme marchingegno artificiale, contemporaneamente scritto e subìto dagli uomini”.

Hanno collaborato alla realizzazione dello spettacolo: l’assistente alla regia Anna Leopaldo; Marco Archetti alla drammaturgia; Roberta Monopoli alle scene e ai costumi; Mimosa Campironi alla drammaturgia del suono; alle luci Marco Renica e Fausto Cabra; ai video Giulio Cavallini; alla consulenza ai movimenti scenici Marco Angelilli.

“La Storia è quella narrazione collettiva che si scrive sulla carne degli ultimi – afferma il regista - una grande Macchina Artificiale determinata dagli uomini – ma allo stesso tempo sovra-umana e dis-umana – di cui gli uomini hanno perso il controllo, facendola assurgere a surrogato del Fato o del Destino. Le penne della Storia scrivono implacabilmente e senza sosta, determinando il corso delle piccole storie dalla “s” minuscola, fragili traiettorie di quella brulicante umanità che si agita ai suoi piedi.<…> Da questa dialettica nasce il nostro spettacolo, che usa come assi generatori proprio la Scrittura, da un lato, e la Lettura, dall’altro <…> E, in scena, una donna di oggi che, rileggendo il romanzo – capolavoro assoluto del ‘900 europeo – ricrea nella mente il suo personale attraversamento di quelle vicende.

Questo nostro spettacolo non ha l’ambizione di sostituirsi all’esperienza del libro, anzi: sarà veramente riuscito se accenderà il desiderio di tornare al libro. Il nostro lavoro, infatti, non può che offrirsi, onestamente, come uno dei mille viaggi possibili all’interno di questo inesauribile scrigno di umanità. Così, nello spettacolo, il romanzo stesso è protagonista, perché abbiamo voluto portare in scena proprio l’esperienza di una mente che legge. Abbiamo cioè provato a rendere tridimensionale la lettura, con la sua libertà e coesistenza di piani e punti di vista, con l’agilità di cambi spaziali e temporali. Insomma, abbiamo cercato di tradurre nel linguaggio del teatro ciò che ci accade nel confronto con la letteratura.”

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