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Assessore a Genova. Il lato oscuro della competenza femminile

Assessore a Genova. Il lato oscuro della competenza femminile

A Genova la nuova (e tanto attesa) giunta guidata da Marco Doria. Ancora una volta: ci basta che si tratti di donne (competenti!) al posto di uomini, per dire che c’è il cambiamento?

Mercoledi, 06/06/2012 - A Genova la nuova (e tanto attesa) giunta guidata da Marco Doria, applaudita anche perché rispettosa delle pari opportunità, con oltre il 50% di presenza femminile negli assessorati è già in crisi, e il motivo è proprio una neo assessora.

Si chiama Isabella Lanzone, ha 38 anni, nominata titolare del Personale: a seguito di una intervista (che in molti punti lei stessa ha poi smentito) in città si discute, ma i temi sollevati sono utili in generale per far riflettere, dentro il movimento delle donne, sul problema, assai urgente e attuale, della qualità e del senso della rappresentanza politica femminile in questo paese.

Il più grande giornale genovese (non certo supporter di Doria) intervista la professionista e alcune delle affermazioni riportate sono sconcertanti, almeno per chi si appresta a governare in una giunta che da molte parti è stata paragonata a quella milanese di Pisapia per senso etico, novità, rigore e spirito di servizio incarnate dal sindaco.

Lanzone, responsabile, fin qui, delle risorse umane in una asl di Udine e in parola, sembra, per un part time a Genova nello stesso ruolo, avrebbe detto che se non avesse potuto conservare il suo posto e il suo stipendio si sarebbe dimessa.

Alcune delle affermazioni nell’intervista: “Sono un dipendente pubblico con uno stipendio gratificante al quale ho il diritto di non rinunciare per legge (da notare il maschile). Sono una professionista altamente specializzata nel mio campo, che facendo solo l’assessore per cinque anni rischia di andare fuori mercato all’età di 38 anni. Sono lontanissima dalla politica. Marco Doria non lo conoscevo, se fossi stata a Genova probabilmente non sarei andata a votare.”

Le frasi sono riportate per iscritto e non registrate, e Lanzone ha in seguito smentito di aver detto queste, come altre cose, anche se ribadisce che come dipendente pubblica ha diritto a conservare lo stipendio e il posto, cosa che non si discute ma che sembra essere un po’ stridente con lo slancio di un impegno politico che, almeno a parole, dice di voler assolvere.

Colpisce, (ma non stupisce), che la prima preoccupazione della neoassessora in una giunta che fa del ‘nuovo’ la sua bandiera sia la situazione della sua carriera, della sua retribuzione e la competitività di entrambi nel mercato.

Già il mercato, il grande regolatore di tutto. Normale amministrazione e registro perfetto della logica che ci ha governato nel ventennio catodico berlusconiano: prima vengo io, la mia carriera e il mio denaro, poi, forse, il resto, sempre che (mi) convenga. Legittimo, insindacabile, ma che c’entra con una giunta pisapiana?

Che cosa ha a che fare la scelta personale ambiziosa di una quarantenne cosciente del suo valore con l’impegno nella rappresentanza e nel governo di una città?

E’ questa la nuova politica, quella del cambiamento, del senso del servizio, della passione per il miglioramento dei luoghi della convivenza e della res publica?

Senza che nessuna donna o nessun uomo veda messo in pericolo il suo lavoro e il suo standard di vita si può pensare ad un impegno nella rappresentanza che metta (anche) in primo piano il bene comune, oltre che quello personale?

E soprattutto: che segno di differenza femminile c’è in questo atteggiamento rispetto al tradizionale calcolo della convenienza alla quale ci ha abituate il potere maschile nel governo, locale o nazionale che sia, da sempre? Che le donne debbano smettere di essere oblative è un assunto basilare del femminismo, e il groviglio che c’è tra assunzione di responsabilità collettiva e tutela personale è tema difficile da affrontare, ma se continuiamo a rimuoverlo la politica resterà immobile.

In alcune, specialmente dentro il movimento Snoq, hanno puntato sulla competenza come chiave di volta della presenza femminile in politica: a Genova, in particolare, il movimento ha lanciato un sondaggio (anonimo, quasi fosse pericoloso o disdicevole firmarsi) che chiedeva di indicare tre donne ‘competenti’, con tanto di curriculum allegato, per vari ruoli assessorili. Come a dire: ecco trovata la soluzione. Indichiamo donne competenti, dal ricco curriculum professionale, così la politica svolta.

Certo, rispetto a qualche comparsata in tv, come nel caso di alcune deputate o ministre del governo precedente, avere un curriculum è segno di un indiscutibile passo avanti. Ma verso dove? Con quali visioni di fondo e di insieme della politica e della rappresentanza? Ancora una volta: ci basta che si tratti di donne (competenti!) al posto di uomini, per dire che c’è il cambiamento?

Alcune altre domande: il curriculum è tutto ciò che ci interessa di una persona per sceglierla a lavorare per la collettività? Che cosa è la competenza? Quali sono i titoli che fanno di una donna, e di un uomo, le persone adatte a governare il complesso corpo fisico e immateriale di una città, fatta sì di bilanci economici ma anche di bisogni, passioni, malesseri, empatia, ascolto, diritti e doveri?

Dal racconto della neoassessora sembra che una persona vicino allo staff di Marco Doria le abbia detto che si stavano cercando donne per la giunta, e così lei avrebbe mandato il suo curriculum. Ottimo. Se però pensiamo che le città non siano solo insiemi di aziende da riassestare e bilanci da far quadrare, ma luoghi dove persone diverse e gruppi entrano in relazione per cercare soluzioni migliori per convivere, se pensiamo che la politica sia il luogo dove persone singole e gruppi immaginano e realizzano rifugio, agio e possibilità, è auspicabile che nella scelta di chi governa contino solo i titoli, e non anche la passione civile, persino gratuita e spassionata?

In molte e molti stigmatizzano l’atteggiamento della neoassessora, ma l’errore sta altrove. Nel pensare che la parola competenza sia la magica soluzione che possa colmare il vuoto e la desertificazione di motivazioni e ideali che, invece, dovrebbero stare alla base della politica, quella che recupera il senso della sua radice.

Quello che abbiamo, invece, è spesso una opaca palude mercantile, opportunista e feroce nella quale, ancora, rischiamo di soffocare.





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