Login Registrati
Barbie Couture, ricordi e battaglie di donne: a Bologna nella Galleria Cavour la fantasia non ha età

Barbie Couture, ricordi e battaglie di donne: a Bologna nella Galleria Cavour la fantasia non ha età

In visita le socie dei Centri Sociali Sandro Pertini di Castelmaggiore e Il Roseto di Granarolo. Ricordi e riflessioni delle donne che dicono: giocavamo alle principesse. E intanto cambiavamo il mondo

Lunedi, 02/11/2026

C’è chi colleziona ricordi, chi conserva fotografie e chi, arrivata a una certa età, decide di tornare a giocare con le principesse. Questa volta, per raccontare una vita intera, basta una Barbie e l'occasione è 'Barbie Couture', la mostra allestita a Bologna nella Galleria Cavour e visitabile fino al 20 novembre, a cura di Alessandra Lepri, ideata e organizzata da Contemporary Concept sotto la direzione artistica di Gaetano La Mantia.
Tra le duecento incredibili Barbie in mostra - fra le quali 106 piccoli capolavori unici di microsartorialità - c’è spazio anche per un’altra storia: quella delle donne che sono cresciute sognando abiti meravigliosi, carriere impossibili e un futuro tutto da inventare.
Le 106 Oaks, creazioni uniche di alta sartoria e accessori in miniatura, raccontano quanto possa essere straordinario il mondo di una bambola che, dal 1959, accompagna generazioni di bambine. Abiti, dettagli, tessuti e accessori sono una celebrazione della creatività, ma anche l’occasione per riflettere su come sia cambiata l’immagine delle donne.
Donne che, nel frattempo, hanno attraversato decenni di cambiamenti, imparato a fare i conti con il mondo e combattuto battaglie che nessuna bambola avrebbe potuto immaginare.
Non a caso questa mostra è stata scelta come meta originale di una visita dalle socie dei Centri Sociali ‘Sandro Pertini’ di Castelmaggiore e ‘Il Roseto’ di Granarolo vicino a Bologna, realtà associate ad Ancescao, l’Associazione nazionale dei centri sociali, comitati anziani e orti.
Le socie hanno desiderato immergersi nel mondo del collezionismo, dello stile e della moda scegliendo di ammirare i pezzi unici realizzati da Dior, da stilisti, artigiani e artisti internazionali.
In questo microcosmo dell’immaginario le nostre amiche ritornano protagoniste di tante storie di piccole donne.
Perché la generazione delle nostre amiche dei centri sociali rappresenta un preciso fenomeno antropologico: nate nell’ultimo secolo del millennio passato, sono cresciute in un mondo analogico, fatto di mani, oggetti, relazioni materiali. Un mondo in cui si imparava facendo e sbagliando, si tramandavano saperi e si esplorava creando.
Questa generazione ha scalato montagne sindacali, affrontato lotte ormonali, superato vuoti parentali e navigato nella nebbia totale di un mondo globale.

Una testimone che ci ha osservato
Queste controverse bamboline americane non hanno rappresentato soltanto un modello estetico o un invito al consumo. Per molte bambine sono state finestre su mondi allora poco accessibili: il lavoro, l’indipendenza, il viaggio, la possibilità di scegliere chi diventare.
I loro guardaroba luccicanti hanno viaggiato attraverso immaginari e confini, portando con sé domande sull’identità, sulla libertà e sul diritto di ogni donna a rappresentarsi.
Di anno in anno sono entrate nelle case nuove possibili identità sconosciute, le barbie cinesi, quelle africane, le iraniane, e mestieri mai praticati, la prima pilota, la prima DJ.
Una piccola bambola apriva porte immaginarie, non abbatteva da sola le barriere, naturalmente, ma poteva suggerire che un altro mondo è possibile.
Questo era il segreto di Barbie: cambiava abito, mestiere, acconciatura e colore della pelle, ma insinuava anche contaminazioni e nuovi ruoli.

Quando la moda diventa un racconto
A rendere ancora più speciale l’incontro fra le Barbie e le Bolognesi è la presenza di Barbara Borsotto, di Maison Daphne di San Remo, voce importante del Made in Italy contemporaneo, stilista legata al mondo dell’alta moda e degli abiti da sposa, capace di parlare di eleganza e creatività con lo sguardo di chi conosce il valore di un abito ben costruito.
Davanti a quei minuscoli capolavori, il confronto si è animato: perché la moda non è soltanto apparenza e Barbara invita a guardarla non soltanto come spettacolo, ma come patrimonio culturale, sapere artigianale e possibilità di emancipazione economica.
Il suo racconto porta indietro nel tempo, a una figura fondamentale per la storia della moda italiana: Rosa Genoni.
Sarta, insegnante, scrittrice e attivista socialista, Genoni fu negli anni ’40 del secolo passato una pioniera della valorizzazione di uno stile italiano autonomo, alternativo alla predominanza della moda francese. Si batté per l’istruzione, per i diritti delle donne e per il riconoscimento del lavoro femminile.
Aveva intuito che la moda poteva essere molto più di un vestito ben tagliato: un treno capace di far viaggiare insieme economia, scuola, cultura e arte, lungo i binari dell’impegno civile e della costruzione di un futuro più libero.

Il Made in Italy non è soltanto un’etichetta
Barbara Borsotto richiama l’attenzione sul valore delle piccole maison artigianali e delle donne che, attraverso il lavoro quotidiano, hanno custodito tecniche, conoscenze e segreti del mestiere. Sua madre, oggi novantenne, appartiene a quella generazione di artigiane che hanno contribuito a salvaguardare un patrimonio di competenze preziose: intrecci, lavorazioni, scelta dei materiali, sensibilità per i tessuti e capacità di trasformare un’idea in un complesso codice comunicativo.
Un sapere che non si improvvisa e non si scarica da Internet. Si apprende con il tempo, si trasmette con le mani e si perfeziona con l’esperienza.
A Sanremo questo patrimonio trova espressione anche in un “Museo della Moda” che raccoglie le testimonianze dell’artigianato storico in una narrazione della moda che mette al centro il lavoro delle donne e la memoria delle manifatture.
Il confronto con Barbara apre una riflessione importante. Il successo internazionale della moda italiana si fonda anche sul lavoro silenzioso di tante piccole imprese, laboratori e artigiane che hanno costruito, punto dopo punto, la reputazione del nostro Paese.
Non soltanto grandi marchi e passerelle, dunque, ma mani esperte, tessuti, creatività, tradizioni locali e una cultura dell’eleganza che intreccia arte e produzione.
Il rischio, sottolinea la stilista, è che questo patrimonio poco riconosciuto non sia adeguatamente tutelato, mentre la dimensione commerciale dei grandi gruppi tende a prevalere sul valore del lavoro artigianale. Le competenze delle piccole maison possono diventare invisibili proprio quando i loro risultati raggiungono i mercati internazionali.

Come trasmettere questi saperi alle nuove generazioni? Resta una questione aperta.
Mancano percorsi formativi sufficientemente diffusi e una consapevolezza collettiva del valore del «saper fare». Salvaguardare la tradizione non significa fermarsi al passato, ma creare le condizioni perché possa generare nuovo lavoro, innovazione e cultura.
Grandi gruppi stranieri si avvalgono di questi tesori e cannibalizzano l’autenticità dei prodotti per una sovradimensione commerciale che privilegia gli aspetti del mercato.
Tanti investimenti di piccole case artigianali sono stati il vero tessuto di questa grande avventura. Hanno visto le donne scegliere materiali e tessuti naturali, incoraggiare la salvaguardia dell’ambiente, comportamenti etici e il raggiungimento di importanti forme di indipendenza economica.

Ritorno al castello
Antonella Bergami, che ha accompagnato questo gruppo di donne curiose e vitali in un’esperienza capace di mescolare gioco, ricordi e riflessione, strizza l’occhio a Barbie, si confida.
“Abbiamo giocato alle principesse, ma siamo poi riuscite a entrare in tanti castelli! Le chiavi ce le abbiamo!”
Con un po’ d’ironia e tanta voglia di futuro, le amiche del Pertini, del Roseto e Barbara Borsotto si sono per ora salutate.
 

©2019 - NoiDonne - Iscrizione ROC n.33421 del 23 /09/ 2019 - P.IVA 00878931005
Privacy Policy - Cookie Policy | Creazione Siti Internet WebDimension®