Dalla sofferenza psichica al percorso in comunità, fino alla ricerca di una nuova autonomia. La storia di una giovane donna che prova a conoscere sé stessa senza rinunciare alla propria sensibilità
«Ricordo che da bambina mi caricavo di tutto. Sentivo troppo, e lo sapevo. Nei miei giochi avevo un alter ego alieno».
Camilla ha 28 anni e vive in provincia di Roma. Attualmente abita in una guesthouse, una struttura che accompagna il reinserimento nella società di persone che hanno concluso un percorso riabilitativo. Condivide la casa con altre due persone. È uscita da una comunità per persone con disturbi psichiatrici e oggi sta cercando di comprendere quale possa essere la propria strada.
È cresciuta in una famiglia tranquilla, insieme ai genitori e alla sorella. Le difficoltà, però, erano cominciate presto. Già a sedici anni soffriva di ansia e attacchi di panico. Le relazioni erano complicate, così come la gestione delle emozioni: «Da bambina, - dice - mi caricavo di tutto. Sentivo troppo».
Nel tempo, la sofferenza è diventata sempre più difficile da sostenere. Sono arrivati una profonda depressione, uno scompenso psichico e una dipendenza da farmaci, che Camilla definisce, con poche parole, «un modo per tamponare la sofferenza».
In famiglia era soprattutto con la madre che se la prendeva: «Mia madre ha sofferto e mi capiva anche troppo».
Il nonno materno aveva sofferto a sua volta di un disturbo psichiatrico. Camilla pensa che sua madre, attraverso le difficoltà della figlia, abbia rivissuto qualcosa del dolore conosciuto durante la propria infanzia, quando era stata lei a crescere accanto a un padre che soffriva di un disturbo mentale.Una sofferenza che sembrava riaffacciarsi, molti anni dopo, attraverso un’altra persona amata.
Prima di entrare in comunità, Camilla era una studentessa. Terminato il percorso riabilitativo, si è formata come operatrice sociosanitaria (OSS) e ha lavorato come assistente domiciliare. Un’esperienza che si è rivelata emotivamente difficile. Dice: «Non sono riuscita atrovare un compromesso tra la mia consapevolezza sul disturbo mentale e l’approccio lavorativo. Mi sembravano probabilmente riduttive le mansioni richieste e poi mi immergevo troppo, finendo per non essere d’aiuto».
La vicinanza alla sofferenza degli altri diventava un coinvolgimento difficile da contenere. La consapevolezza maturata attraverso la propria esperienza sembrava rendere ancora più complicato trovare una misura tra ciò che le veniva richiesto professionalmente e ciò che sentiva umanamente. Anche nelle relazioni personali, Camilla racconta di aver faticato a trovare quella misura.
Quando parla delle persone che si allontanavano durante i periodi più difficili, non attribuisce loro la responsabilità di quelle distanze: «Ero io ad allontanarle».
Racconta di aver vissuto momenti che oggi definisce di «delirio di onnipotenza», accompagnati dalla percezione di poter essere dannosa per gli altri. Così, per non sentirsi responsabile della loro sofferenza, finiva per respingerli.
Racconta anche quanto sia difficile, una volta terminata una crisi, fare i conti con la propria coscienza, con le parole dette e con i comportamenti avuti quando la sofferenza rendeva difficile mantenere la lucidità. A volte bastava poco perché una tensione esplodesse: un contrasto, una parola, un’occasione qualsiasi potevano diventare il pretesto per una crisi.
Le occasioni, del resto, non mancavano.
Fuori c’è un mondo con le proprie contraddizioni, le incomprensioni, le difficoltàdi ogni relazione, ma Camilla, ripercorrendo quegli episodi, torna soprattutto sui propri comportamenti, sulle proprie reazioni e sul dolore che teme di aver provocato.
La sua sensibilità, quella che fin da bambina la portava a sentire tutto con tanta intensità, sembra aver reso particolarmente difficile distinguere ciò che nasceva dentro di lei da ciò che arrivava dagli altri.
Il percorso verso la consapevolezza del proprio modo di vivere e di relazionarsi è stato lungo e complicato: «Una trasformazione continua attraverso la sofferenza», dice.
Descrive così il cambiamento che ha attraversato: un cammino nel quale ha dovuto imparare a riconoscere le proprie fragilità, ma anche a confrontarsi con un mondo che non sempre è disposto a comprendere quelle degli altri.
Oggi cerca un equilibrio che le permetta di vivere le relazioni senza esserne travolta, di conservare la propria sensibilità senza lasciare che tutto ciò che accade intorno a lei finisca per diventare un peso da portare.
Durante la nostra conversazione, Camilla si sofferma poi su un’esperienza alla quale tiene particolarmente.
Dopo aver concluso il percorso in comunità e superato la propria crisi, due persone a lei care si sono tolte la vita e lei si è trovata, questa volta, dall’altra parte della sofferenza: non più soltanto dentro quel buio, che aveva conosciuto personalmente, ma fuori, accanto a persone che lo stavano attraversando.
Racconta di essersi resa conto di quanto, quando si è immersi nel dolore e nella confusione che la crisi comporta, possa diventare difficile intravedere una via d’uscita: «È come trovarsi dentro una bolla, incapaci di vedere ciò che esiste al di là. Eppure, - osserva, - può esserci uno sbocco, un varco, una possibilità che ancora non si riesce a scorgere».
Ciò che l’ha colpita profondamente, oltre al dolore delle perdite, è stato vedere come un solo gesto possa rendere eterno quello che, per quanto doloroso, avrebbe potuto essere soltanto un momento buio.
Successivamente, in un messaggio, Camilla sente il bisogno di precisare meglio quel sentimento: «Sì, vedere dall’esterno quanto, anche provandoci con tutto il cuore, sia difficile spezzare la solitudine di una persona che sta attraversando quel buio».
Camilla questa solitudine l’ha conosciuta dall’interno.
E, in seguito, ha conosciuto anche il dolore di chi cerca di raggiungere una persona amata senza riuscire a oltrepassare la distanza che la sofferenza ha creato. Ha potuto conoscere quel dolore perché di quel dolore ne aveva consapevolezza anche grazie al percorso di recupero fatto in comunità.
Oggi vive in una casa condivisa, cerca un proprio equilibrio e prova a capire quale direzione dare alla sua vita.
Non sa ancora quale sarà la sua strada, ma in un certo senso il percorso riabilitativo le ha permesso di guardare la propria vita anche dall’esterno, attraverso quella degli altri. Ha imparato a riconoscersi nelle fragilità altrui e sta provando a comprendere ciò che può sostenere, ciò che desidera e ciò che invece rischia di travolgerla. A stare vicino agli altri senza smarrire sé stessa.
Quando le viene chiesto perché abbia accettato di raccontare la propria esperienza, risponde: «Perché credo possa essere utile. E perché incoraggia anche me e mi fa sentire meno sola».