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Da Barbiana a Trescore: lettera 'A/DA' una professoressa

Da Barbiana a Trescore: lettera 'A/DA' una professoressa

Dalla scuola di Barbiana di Don Milani alla lettera di Chiara Mocchi, insegnante di francese, ai/alle studenti della sua scuola media

Martedi, 31/03/2026 - Da Barbiana a Trescore: lettera 'A/DA' una professoressa / il femminile di giornata ottantasette
Era il 1967 quando i ragazzi, sollecitati, aiutati e accompagnati da Don Milani, divenuti alunni nella ”sua” famosa scuola di Barbiana, videro la divulgazione della loro esperienza, delle loro considerazioni nel testo “Lettere a una professoressa”.
Il libro e le riflessioni con cui tanti alunni denunciavano la scuola che discriminava tra classi sociali, tra chi poteva e chi no. Segnavano e stigmatizzavano, così, un’epoca con le loro richieste, sollecitazioni, suggerimenti e consigli su cosa desideravano fosse la scuola e quali fossero i punti determinanti su cui a scuola si doveva impegnare.
Quella “lettera”, quel lungo e argomentatissimo testo trovava evidentemente, nella figura della professoressa, il simbolo, l’interlocutrice più significativa per intendere la complessità stessa della scuola, dell’educazione, dell’insegnamento. Don Milani con i suoi ragazzi segnalava difficoltà, punti, obiettivi decisivi per l’insegnamento nel loro tempo. Veniva condannata l’indifferenza rispetto alla diversità delle diverse situazioni degli alunni, promuovendo l’uguaglianza e rimuovendo le differenze, sottolineando con forza come ”il problema dell’altro è 'uguale' al proprio”, come la consapevolezza non sia un frutto individuale ma bensì sociale, perché esito di una ricerca comune, di un confronto con le situazioni, le cose, gli altri. Solo accenni a cui non può non essere aggiunta la piccola ma grande sintesi, si potrebbe dire lo slogan a cui si affidò l’anima delle richieste che la lunga “lettera” argomentava, ovvero : “ I CARE”. Una brevissima frase inglese, traducibile in: Mi sta a cuore, quale condizione decisiva da parte di chi la scuola amministra, per quell’impegno attivo contro le discriminazioni e per promuovere: l’emancipazione, inclusione sociale, la cooperazione, la responsabilità sociale; nella convinzione che la consapevolezza non è un frutto individuale ma sociale in quanto l’esito di una ricerca comune, che maturi in un confronto costante con le cose e con gli altri, sempre a vantaggio degli studenti e del loro futuro. E allora oggi?
Sono praticamente sessant’anni e la scuola vive, di nuovo e ancora, momenti difficili, sottobraccio ai suoi ragazzi, figli di un'epoca problematica, a dir poco, e condizionata da una violenta trasformazione indotta dalle nuove tecnologie che accompagnano la vita dei tutti ma in particolare dei giovani, quando una nuova lettera che, seppur frutto di tutt’altra brutta storia, segna il calendario dei problemi presenti e del presente.
Questa volta non sono i ragazzi a rivolgersi alla professoressa ma è Chiara Mocchi, insegnante di francese alla scuola media di Trescore in provincia di Bergamo a scrivere ai suoi alunni, dopo un evento tragico e drammatico, una lettera memorabile, considerando i tempi che viviamo, e per l’occasione violenta e tragica che l’ha determinata.
La professoressa insegna da vent’anni francese, in una scuola media, una scelta, quella voluta da lei, di dedicarsi ai ragazzi più piccoli, e lo fa, come abbiamo potuto imparare, con passione, dedizione e valutazione dei tempi attuali; un metodo a cui aspiravano, forse, i ragazzi di Don Milani. Ma quello che un suo alunno percepisce del suo metodo di insegnamento è esattamente il contrario di quanto lei cerchi di fare. Cosi “Giorgio” (il nome di fantasia con cui è stato chiamato) a tredici anni per punire la professoressa - e vendicarsi di quello che definisce il suo atteggiamento contro di lui - annuncia, in modo farneticante “ucciderò la mia insegnante di francese!” e pubblica sui social una dichiarazione in inglese in cui dice "La sua è una vita (scolastica) piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità: ne sono stanco, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. La scelta non è casuale, è mirata, perché lei mi ha preso di mira e perché mi vuole umiliare davanti a tutti".
E così il ragazzino, con una preparazione che va dall’abbigliamento drammaticamente esagerato e finalizzato a mostrare palesemente le sue intenzioni (a partire dalla maglia con la scritta vendetta), arrivato a scuola, la mattina del 25 di marzo, aggredisce la professoressa colpendola al collo con un coltello e la riduce in fin di vita. Solo la pronta reazione, proprio di un altro alunno, come ha raccontato la prof in una seconda lettera e poi dei colleghi e dei bidelli, di chi, da subito, l’ha circondata d’affetto e solidarietà, l’immediato arrivo dell’elicottero con strumenti all’avanguardia da mettere in azione già prima dell’arrivo in ospedale, evitano la sua morte.
Il ragazzino viene bloccato e, data la sua età, di cui è ben consapevole, come si è vantato sottolineando che gli avrebbe garantito la non punibilità, viene mandato in una comunità protetta. Passano solo due giorni quando la professoressa Chiara Mocchi, ancora in terapia intensiva, ma non più in pericolo di vita, detta al suo avvocato una seconda lettera per la sua scuola, davvero da non sottovalutare.
Dopo aver ringraziato tutti coloro che l’hanno salvata e aver ricordato la sua attuale situazione quasi miracolosa, essendo stata colpita a un millimetro dall’aorta, è con parole chiave che divulga i suoi sentimenti, propositi, progetti e il suo sentire in un momento così d’eccezionale dolore fisico e morale.”Non muri ma ponti”, “una scuola più attenta”, “non provo nè rabbia né paura”: questi i suoi sentimenti rivolti ai suoi alunni, che vengono prima di ogni altro pensiero. E questo fino a “Giorgio”, che con un coltello ha tentato di ucciderla e che, come lei dice: ”forse nel profondo non saprà neanche perché, come non lo sapranno neanche i suoi genitori“.
Continua poi a preoccuparsi per i suoi alunni, che pensa siano usciti sconvolti dalla vicenda che l’ha coinvolta, rivolgendosi a loro con queste parole: “non lasciamoci vincere dal buio”,”non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro, senza paura ma con coraggio: questa ferita non deve diventare - ripete - un muro ma un ponte verso una scuola più attenta, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili perché, nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno e la mia vocazione”.
Una lettera bella e scomoda, perché senza precisarlo chiama a una riflessione e ad impegni che, partendo dalla “vicenda” terribile della Professoressa e della messa a nudo del sentire di un ragazzino che nel suo eccesso rappresenta comunque un problema legato, anche, a quella “invasione incontrollata della tecnologia, dell’ IA (intelligenza artificiale). Non a caso solo un giorno dopo, in un’altra regione, un ragazzo di 17 anni viene fermato perché sta architettando un massacro ancora una volta a scuola.
Tornando a Chiara Mocchi, prima di uscire dall’ospedale ha ricevuto, a sorpresa, la visita del Ministro dell’Istruzione Valditara. Ne è stata data notizia con un comunicato contraddistinto da accenti positivi, propositivi, condividendo l’esigenza di approfondimenti.
Un incontro bello, come ha sottolineato il Ministro. Un’occasione che subito dopo ha visto nuove parole della Professoressa, per valorizzare in particolare l’atto di coraggio dell’alunno che ha affrontato con immediatezza, prendendolo a calci, il compagno di scuola che voleva ucciderla, salvandola, e per il quale vorrebbe che ci fosse una medaglia di riconoscimento.
In questa seconda lettera ribadisce come per lei si sia mosso un mondo di coraggio e umanità e come non porti rabbia, ma solo il desiderio, rivolgendosi ai ragazzi, di rivedervi crescere sereni e protetti, aggiungendo ancora, rivolgendosi al suo assalitore, che per lui sarebbe il momento di “fare l’esame di coscienza, così capisci questi tuoi errori e prendi i binari giusti”. Dedicandogli così un consiglio che va oltre il perdono implicito ma ambisce a lanciargli una riflessione, un insegnamento.
Questa storia che, più che cronaca, merita di essere catalogata nelle vicende politiche, sociali dei nostri tempi e che vede, caso non usuale, una risposta alla violenza, da parte della Professoressa Chiara Mocchi con ragionamenti e con la positività di misurarsi per ricostruire, guardando avanti, oltre domani.
Una vicenda che, ribadisco, per come è stata gestita dalla vittima risulta eccezionale ma tanto scomoda perché estremamente impegnativa.
Il rischio è di vedere la risposta della Professoressa, positiva e propositiva, liquidata in breve tempo, come una buona azione di valore umano; che non può certo essere confutato, considerandola un’occasione, davvero indesiderata ma accaduta, ragione quindi per un serio dibattito e confronto proprio come, dopo una lunga censura, toccò, con le dovute differenze, alla ”Lettera ad una professoressa” di Don Milani.
E’ urgente guardare e ricercare, ipotizzare azioni e risposte utili alla situazione dei ragazzi, ben al di là dei metal detector all’ingresso delle scuole; ragazzi che oggi poi, oltre alle molte difficoltà, con l’arrivo dell’AI, quale diagnosticato e provato nuovo confidente e consigliere ufficiale, rischiano una pericolosa solitudine e imprevedibili reazioni che sfuggono agli adulti, che siano scuola o famiglia.
Paola Ortensi

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