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Da modella a reporter di guerra: la storia di Lee Miller a teatro - di Alma Daddario

Da modella a reporter di guerra: la storia di Lee Miller a teatro - di Alma Daddario

Dalle pagine patinate di Vogue ai campi di sterminio, il racconto nello spettacolo 'Oltre l’obiettivo', in scena dal 19 Febbraio a Roma. Intervista alla protagonista, Valentina Corti

Sabato, 07/02/2026 -

“Sembravo un angelo fuori, mi vedevano così. Invece ero un demonio dentro. Ho conosciuto tutto il dolore del mondo sin da bambina” (Lee Miller)
Si può dire che Lee Miller è stata una donna che ha vissuto molte vite. Bellissima, di una bellezza androgina e angelica inconsueta per i parametri estetici del periodo in cui è vissuta, è stata modella, fotografa, fotoreporter di guerra. Una donna coraggiosa che ha vissuto non solo i successi del mondo patinato della moda, ma anche tragedie che ne hanno segnato l’esistenza. La sua vicenda umana è raccontata, o meglio rappresentata, nello spettacolo teatrale: “Oltre l’obiettivo”. Incontriamo la protagonista, Valentina Corti, prima del debutto.

A che è dovuta la scelta di mettere in scena un personaggio dalla vita a dir poco complicata?
Sono stata colpita dalla vicenda umana di Lee Miller, leggendo il libro: “La vasca del Furer” di Serena Dandini. Così ho convinto mio marito, che cura anche la regia dello spettacolo, a scrivere un testo teatrale da mettere in scena.

Alcuni conoscono Lee Miller soprattutto come una delle modelle iconiche del periodo surrealista, ha posato per pittori, e per fotografi e artisti come Man Ray. È stata una delle più richieste dalle prime riviste di moda come Vogue.
È vero. Ma pochi sanno che quella vita, apparentemente ricca e brillante, poco si confaceva al suo carattere. A volte poi la bellezza per una donna, lungi dall’essere qualcosa che facilita i rapporti umani e professionali, diventa una vera e propria gabbia. La sua immagine angelicata nascondeva un grande dolore: all’età di 7 anni era stata fatta oggetto di violenza da un amico del padre. Purtroppo contrasse la gonorrea da questa violenza, e dovette sottoporsi a cure dolorose. Quasi per consolarla da quella tragedia che ne aveva compromesso il rapporto con il corpo, e l’anima, oltre che con il mondo esterno, il padre, fotografo per diletto, cominciò a fotografarla, e le insegnò quelle tecniche, che in seguito lei avrebbe perfezionato.

È stato per questo che scelse di fare la modella?
In realtà non fu una scelta, ma un incontro casuale con un automobilista che rischiò di investirla, e che si rivelò essere un editore di moda che rimase colpito dalla bellezza di lei. La sua carriera iniziò da li. Cominciò a viaggiare, venne introdotta nei circoli artistici del tempo, soprattutto a Parigi, dove conobbe e frequentò Man Ray, Picasso, Jean Cocteau, Gertrude Stein. Di Man Ray divenne anche allieva e amante, oltre che musa ispiratrice. Tuttavia si rendeva conto sempre più che preferiva stare dietro l’obiettivo, più che davanti. Non solo, recenti studi hanno svelato che alcune fotografie attribuite a lui, in realtà erano opera della Miller, che avrebbe inventato una tecnica particolare dell’utilizzo della luce che Man Ray si sarebbe attribuito. Alla fine, stanca di quell’ambiente che mal considerava le donne che volevano sperimentare la loro creatività, tornò a New York dove aprì un suo studio, continuando a lavorare sia come fotografa che come modella. Lì conobbe un ricco egiziano, che la convinse ad abbandonare gli States per andare a vivere in Egitto. Avrebbe cominciato ad appassionarsi a fotografare il deserto, le realtà beduine, una natura affascinante e diversa. Ma non era ancora soddisfatta, nel 1937 lasciò anche l’Egitto per tornare a Parigi, dove conobbe il pittore e poeta inglese Roland Penrose. Con lui frequentò esponenti della cultura internazionale, viaggiò a lungo, ma quando scoppiò la seconda guerra mondiale e Penrose venne richiamato, decise di diventare reporter di guerra. Non si trattava di un incarico facile da ottenere per una donna, ma Lee era così coraggiosa e determinata che riuscì a convincere la direttrice di Vogue britannica che le conferì quell’incarico da sempre considerato solo maschile.

Ha documentato le immagini del fronte, al pari di colleghi come Robert Capa…
Non solo. Si è spinta sino a Dachau e Buchenwald, dove vide e documentò l’orrore dei campi di concentramento. Entrò nelle prigioni della Gestapo per fotografare i sopravvissuti. Immagini forti che documentano l’orrore, l’inferno. Il suo obiettivo ha raccontato anche quanto coraggio avessero le donne, le ausiliarie e le crocerossine che assistevano i soldati al fronte. Sviluppava le pellicole in una camera oscura improvvisata nella propria stanza d’albergo. In questo periodo conobbe il fotografo statunitense David Scherman, dal quale si fece fotografare in modo provocatorio nuda, dentro la vasca della stanza da bagno di Adolf Hitler, a Monaco di Baviera. Alla fine della guerra tornò a Londra da Penrose, da cui ebbe un figlio. Ma le esperienze estreme che aveva vissuto l’avevano segnata in modo drammatico. Purtroppo divenne preda di una depressione che l’avrebbe accompagnata sino alla fine dei suoi giorni, che non furono i più felici della sua vita. Ma grazie a lei, abbiamo ereditato un’importante documentazione storica, immagini riprese da un occhio femminile, sensibile e attento nel ritrarre il dolore e il degrado di una umanità finita nel baratro del male.

È stato difficile trasportare tutto questo in un “racconto teatrale”?
Certamente il teatro ha un altro approccio e un’altra dimensione rispetto al cinema. Il cinema consente un’esposizione temporale diversa delle vicende, ma il contatto con il pubblico in maniera tangibile e reale in teatro consente la percezione delle emozioni che riesci a trasmettere. C’è un coinvolgimento che percepisci con il respiro degli spettatori che ti osservano e ti ascoltano, che si immedesimano nella storia. Per quello che riguarda le vicende risalenti al periodo giovanile di Miller, abbiamo utilizzato dei filmati che illustrano dei flash-back, molto efficaci. Siamo soddisfatti del risultato e in attesa delle conferme di chi verrà a vedere lo spettacolo. 

“Dietro l’obiettivo” non è solo un racconto biografico, ma un invito a fermarsi, osservare e interrogarsi sul potere delle immagini, sulla memoria storica e sulla responsabilità dello sguardo. Uno spettacolo che promette una serata di teatro raccolta e profonda, capace di coinvolgere emotivamente il pubblico e di lasciare una traccia, trasformando la visione in un’esperienza di riflessione condivisa. La storia di Lee Miller diventa un monito: ciò che è accaduto può accadere ancora, ogni volta che la memoria viene rimossa e l’umanità smette di interrogarsi sulle immagini che produce e consuma.

Intervista a cura di Alma Daddario 

DIETRO L’OBIETTIVO
Regia e drammaturgia di Riccardo Riande
Con Valentina Corti, Alessandro Giova, Antonio Sarrantino
ONIRIKA PRODUCTION 

Dal 19 Febbraio allo Spazio Arte Teatro
Via Sergio De Vitis 100 Roma
(Eur-Mostacciano)
Info e prenotazioni 327 8906775


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