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Dalla buccia d’arancia al maglione: quando gli scarti diventano moda
 - di Pinuccia Montanari

Dalla buccia d’arancia al maglione: quando gli scarti diventano moda - di Pinuccia Montanari

Le nuove frontiere dell’economia circolare tessile in Italia. Ecomondo 2026 apre un nuovo spazio alla trasformazione sostenibile dell’industria della moda

Martedi, 03/11/2026

Dalle bucce delle arance ai residui della vinificazione, dagli scarti delle mele alla lana rigenerata: la nuova frontiera della moda sostenibile passa anche dalla capacità di trasformare ciò che consideriamo rifiuto in una risorsa. È una delle sfide più interessanti dell’economia circolare, nella quale ricerca scientifica, agricoltura, industria manifatturiera e creatività si incontrano per ripensare materiali e processi produttivi.

Un maglione può nascere dagli scarti della lavorazione delle arance, un materiale per accessori dalle vinacce, un nuovo tessuto da vecchi abiti e fibre recuperate. Non si tratta più soltanto di sperimentazioni di laboratorio: in Italia sono nate imprese, filiere produttive e collaborazioni industriali che stanno portando queste innovazioni verso il mercato.

A questo processo Ecomondo 2026, in programma alla Fiera di Rimini dal 3 al 6 novembre, dedica un’attenzione particolare. La 29ª edizione della manifestazione organizzata da Italian Exhibition Group introduce infatti una novità significativa: un intero padiglione riservato alla filiera tessile. Una scelta che riconosce il peso ambientale e industriale del settore e la necessità di accelerarne la trasformazione circolare.

La moda e il costo ambientale dei materiali

L’industria tessile è una delle filiere produttive nelle quali la transizione ecologica richiede un cambiamento profondo. La produzione di fibre, la tintura, la lavorazione, il confezionamento, il trasporto e lo smaltimento dei capi comportano consumi di acqua ed energia, utilizzo di sostanze chimiche e produzione di rifiuti.

A questo si aggiunge il modello della fast fashion, fondato sulla rapida immissione sul mercato di grandi quantità di abiti e sulla loro frequente sostituzione.

Il problema non riguarda soltanto ciò che accade quando un vestito diventa inutilizzabile. Comincia molto prima, nella scelta delle materie prime, nella progettazione dei prodotti e nella durata prevista degli oggetti.

Per questo la moda circolare non può limitarsi a raccogliere gli abiti usati. Deve ripensare l’intero ciclo produttivo: dalla progettazione alla scelta delle fibre, dalla riparazione al riutilizzo, fino al recupero dei materiali a fine vita.



Dalle arance ai tessuti: la rivoluzione dei biomateriali

Una delle esperienze italiane più conosciute è quella di Orange Fiber, impresa nata in Sicilia che ha sviluppato una tecnologia per ricavare cellulosa dagli scarti dell’industria agrumicola.

Il cosiddetto pastazzo, costituito dai residui della spremitura industriale delle arance, può diventare materia prima per la produzione di fibre tessili. L’idea è semplice quanto innovativa: valorizzare un sottoprodotto dell’industria alimentare, evitando che venga considerato soltanto un residuo da gestire.

Il progetto ha già attirato l’attenzione della moda internazionale, con collaborazioni importanti, tra cui quella con Salvatore Ferragamo.

Un’altra esperienza significativa è VEGEA, che utilizza gli scarti della produzione vinicola, come bucce, semi e raspi dell’uva, per sviluppare materiali innovativi destinati alla moda, agli accessori e ad altri settori industriali.

Il legame tra agricoltura e industria tessile assume così una dimensione nuova. Gli scarti delle filiere agroalimentari possono diventare risorse per produzioni ad alto valore aggiunto, creando nuove opportunità di collaborazione tra territori agricoli, centri di ricerca e imprese manifatturiere.

Anche Frumat, in Alto Adige, ha lavorato sul recupero dei residui della lavorazione delle mele per sviluppare nuovi materiali destinati a diverse applicazioni, comprese quelle della moda.

Queste esperienze rappresentano una delle espressioni più interessanti della bioeconomia circolare: non si tratta semplicemente di sostituire una fibra con un’altra, ma di costruire nuovi collegamenti tra settori produttivi tradizionalmente separati.

Occorre tuttavia distinguere tra materiali di origine biologica e materiali effettivamente biodegradabili: la presenza di una componente vegetale non garantisce automaticamente che il prodotto finale sia compostabile o privo di componenti sintetiche.

La canapa e le fibre naturali: un patrimonio da riscoprire

Accanto ai biomateriali ottenuti dagli scarti alimentari, esiste un altro filone importante: la valorizzazione delle fibre naturali.

La canapa, in particolare, rappresenta una risorsa di grande interesse per il settore tessile. È una coltura che può richiedere relativamente pochi input agricoli e permette di ottenere fibre resistenti e versatili.

In Emilia-Romagna opera Opera Campi, realtà di Parma che ha scelto proprio la canapa come elemento centrale della propria produzione. L’azienda sviluppa tessuti e capi di abbigliamento, anche attraverso combinazioni con altre fibre naturali, come la lana.

La riscoperta della canapa apre anche una riflessione sulle potenzialità agricole e industriali italiane. Per molti anni questa coltura ha avuto un ruolo importante nell’economia rurale e manifatturiera. Oggi la ricerca sui materiali e le nuove esigenze ambientali possono contribuire a restituirle una funzione produttiva.

Non si tratta di considerare le fibre naturali una soluzione automaticamente sostenibile, ma di valutarne l’intero ciclo di vita, dalla coltivazione alla trasformazione industriale.

Rigenerare la lana e il cashmere: il valore dei tessuti che abbiamo già prodotto

Un secondo grande capitolo dell’economia circolare riguarda il recupero delle fibre tessili già esistenti.

In questo campo il distretto di Prato rappresenta una delle esperienze industriali più importanti. Qui opera Manteco, storica azienda tessile specializzata nella rigenerazione della lana e nella produzione di nuovi tessuti attraverso il recupero delle fibre.

Il suo sistema MWool valorizza lana recuperata e scarti tessili, dimostrando come la tradizione manifatturiera possa diventare una risorsa per l’innovazione ambientale.

Sempre a Prato opera Rifò, marchio che produce maglieria e accessori utilizzando fibre rigenerate, tra cui lana, cashmere e cotone. Il recupero dei vecchi indumenti permette di ridurre il ricorso a materie prime vergini e di prolungare la vita dei materiali.

Queste esperienze mostrano che il riciclo non è soltanto una questione di raccolta differenziata. Richiede tecnologie, competenze, selezione dei materiali e capacità di garantire qualità e prestazioni ai nuovi prodotti.

Ecomondo 2026: il tessile diventa un settore strategico dell’economia circolare

La scelta di dedicare un intero padiglione al tessile rappresenta uno dei segnali più importanti della 29ª edizione di Ecomondo.

Il Textile District riunisce aziende, centri di ricerca, consorzi e operatori impegnati nella trasformazione della filiera. Non soltanto produttori di tessuti e abbigliamento, ma anche imprese specializzate nella selezione, nel trattamento e nel recupero degli scarti.

Tra le realtà presenti nell’area espositiva figurano:

• Borsoi Recycling & Green Innovation, che sviluppa impianti automatizzati per la selezione e il recupero delle fibre da rifiuti tessili complessi.
• Casati Flock & Fibers, che trasforma scarti tessili in flock e ha sviluppato il marchio ECOFLOCK.
• Dell’Orco & Villani, specializzata in macchinari e impianti per recuperare fibre dagli scarti dell’industria tessile.
• Cormatex, che sviluppa tecnologie per trasformare fibre corte, scarti e materiali di recupero in tessuti non tessuti.
• Pulvera, spin-off di Casati Flock & Fibers, che utilizza una tecnologia di polverizzazione per trasformare gli scarti tessili in polveri riutilizzabili nella produzione di nuovi materiali.
• RE&UP, che lavora sul riciclo tessile-tessile per ottenere nuove fibre di cotone e poliestere.
• RE.CREA, consorzio promosso dalla Camera Nazionale della Moda Italiana, impegnato nella gestione dei prodotti tessili e degli accessori a fine vita.
• Retex.Green, consorzio dedicato all’economia circolare del sistema moda.
• Next Technology Tecnotessile, centro di ricerca e trasferimento tecnologico che opera sull’innovazione e sulla sostenibilità dell’industria tessile.

La presenza di questi soggetti permette di comprendere la complessità della filiera. Per trasformare un abito dismesso in una nuova fibra occorre infatti una catena organizzata: raccolta, selezione, identificazione dei materiali, separazione delle componenti, trattamento e nuova produzione.

Una particolare difficoltà è rappresentata dai tessuti misti, composti da fibre differenti, spesso difficili da separare e riciclare. È per questo che la progettazione ecologica dei capi, o ecodesign, assume un’importanza decisiva.

La sfida europea: progettare i prodotti pensando al loro fine vita

La trasformazione del tessile non è soltanto una scelta volontaria delle imprese più innovative. È anche una necessità che deriva dall’evoluzione delle politiche europee.

La normativa europea sull’ecodesign e il Regolamento ESPR (Ecodesign for Sustainable Products Regulation) spingono verso prodotti più durevoli, riparabili e riciclabili. Un ruolo crescente sarà affidato anche al Passaporto Digitale del Prodotto, che dovrà contribuire a rendere più trasparenti le informazioni sui materiali e sulle caratteristiche dei prodotti.

A Ecomondo 2026 saranno affrontati anche i temi della responsabilità estesa del produttore (EPR), della tracciabilità e dell’organizzazione dei sistemi di raccolta e riciclo.

Il principio è importante: chi immette sul mercato un prodotto deve assumersi una responsabilità anche rispetto al suo fine vita.

La transizione verso una moda circolare richiede quindi una collaborazione tra imprese, istituzioni, consorzi, consumatori e centri di ricerca.

Non basta riciclare: bisogna consumare meno e meglio

La tecnologia può offrire soluzioni importanti, ma non può da sola risolvere il problema di un modello produttivo basato sulla continua crescita dei consumi.

Il primo obiettivo deve essere allungare la vita dei capi. Riparare un maglione, acquistare un prodotto di qualità, scegliere il mercato dell’usato, riutilizzare un indumento e ridurre gli acquisti superflui sono comportamenti che hanno un valore ambientale concreto.

Il riciclo interviene quando altre possibilità sono esaurite. La prevenzione, il riuso e la riparazione devono venire prima.

Anche la moda può contribuire a una nuova cultura del consumo, nella quale il valore di un abito non sia determinato soltanto dal marchio o dalla tendenza del momento, ma dalla qualità dei materiali, dalla durata, dalle condizioni di produzione e dalla possibilità di recuperarlo.

Una nuova alleanza tra agricoltura, industria e ambiente

Le esperienze italiane raccontano una trasformazione che merita di essere seguita. Dalla Sicilia, dove gli scarti delle arance diventano fibre tessili, al Veneto e all’Alto Adige, dove si sperimentano nuovi biomateriali, fino ai distretti di Prato, Biella e Carpi, dove la tradizione tessile incontra le tecnologie della rigenerazione.

È una nuova alleanza tra agricoltura, industria e ricerca che può contribuire a rafforzare la manifattura italiana, ridurre gli sprechi e valorizzare risorse che oggi vengono ancora troppo spesso considerate rifiuti.

Ecomondo 2026 offre l’occasione per osservare da vicino questa trasformazione e interrogarsi sulle sue prospettive.

Dalla buccia d’arancia al maglione, il messaggio è chiaro: il futuro della moda non dipende soltanto da ciò che siamo capaci di produrre, ma anche dalla nostra capacità di non sprecare ciò che abbiamo già.
Per chi fosse interessato a visitare Ecomondo 2026 questa settimana il treno ferma direttamente lì a Rimini Fiere. Due passi e entri

Pinuccia Montanari

Fotografie di Pinuccia Montanari e Giuseppe Lanzi
 

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