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Donne che contano i giorni - di Anna Paola Lacatena*

Donne che contano i giorni - di Anna Paola Lacatena*

La detenzione femminile, il diritto alla salute e l’esigibilità delle cure è il focus della ricerca 'Il corpo della donna e il carcere' condotta in tre Istituto di pena in Puglia dal Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL TA

Lunedi, 12/10/2026

La ricerca “Il corpo della donna e il carcere”, realizzata dal Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL TA, ha inteso promuovere una riflessione sulla conciliabilità del diritto alla salute (art.32 della Costituzione della Repubblica italiana) e l’esigibilità delle cure, nell’esperienza della detenzione femminile, riservando specifica attenzione alle consumatrici di sostanze (legali e illegali).
Secondo dati dell’Associazione Antigone, sono 2.804 le donne detenute nelle carceri italiane al 31 marzo 2026 (quasi 100 in più rispetto al 2025),ossia il 4,3%della popolazione detenuta complessiva - la media europea è di circa il5% - percentuale sostanzialmente stabile da decenni.
Il carcere è una istituzione maschile e mascolinizzante, in cui spesso le donne scontano la loro pena accresciuta dal carico ulteriore, conseguenza dell’irrilevanza quantitativa e non solo, di una minore offerta di opportunità lavorative, culturali, scolastiche e sportive.
Lo studio “Il corpo della donna e il carcere”, realizzato tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, da alcuni operatori del Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL TA, ha inteso approfondire quanto la detenzione, con le sue implicazioni bio-psico-sociali, si rifletta in termini di salute e benessere sul corpo delle donne detenute.
Con adesione volontaria e anonima, è stato sottoposto un questionario a domande chiuse a 64 recluse cosiddette comuni – ossia non di Alta Sicurezza - della Casa Circondariale (C.C.) di Taranto e Lecce e del Carcere di Trani (BAT).
Nel solo istituto penitenziario del capoluogo jonico sono seguiti, poi, tre Focus group per approfondire i dati prodotti nella prima fase e arricchirli dal punto di vista qualitativo e l’iniziativa di sensibilizzazione e informazione sui corretti stili di vita “Vis a vis”, in collaborazione con altre realtà dell’Azienda Sanitaria Locale e dell’Amministrazione penitenziaria.

Materiali e Metodi
Per poter accedere all’ambiente di interesse è stata richiesta autorizzazione al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) di Bari, al Direttore DAP Puglia e Basilicata e ai Direttori delle Strutture detentive interessate.
Aderendo alla disponibilità e alle esigenze della struttura ospitante, la somministrazione del questionario si è svolta nell’arco delle ore antimeridiane per ogni sede individuata, dividendo il numero di partecipanti nell’ordine delle 12-15 partecipanti per ogni gruppo.
A questo ha fatto seguito la costruzione della matrice dei dati e la revisione dell’inserimento di quanto raccolto, portando alla scomposizione del testo e alla costruzione dello schema interpretativo (Focus group).
La composizione del campione, per un totale di 64 partecipanti, è risultatala seguente:
Casa Circondariale (C.C.) di Taranto - 29 detenute comuni (non Alta Sicurezza)
Casa Circondariale (C.C.) di Lecce -11 detenute comuni (non AS)
Casa di reclusione femminile di Trani (BAT) - 24 detenute comuni (non AS).
Complessivamente, l’età media riscontrata è di circa 44 anni con la più giovane di 25 anni e la più adulta di 71. Il titolo di studio più frequente è quello di Scuola secondaria di I grado (un tempo Scuola Media Inferiore), con un numero di laureate (7%, concentrate tra Trani e Lecce) inferiore a quante hanno indicato un’istruzione scolastica che si è fermata già in quinta elementare.
L’85% è madre, con numeri più alti riscontrati nella sezione femminile della Casa Circondariale di Lecce.
Il 25% è separata o divorziata, il 31,3% vive con la famiglia di origine, il 34% in una casa in affitto, il 17% in una casa popolare assegnata.
L’intervallo degli anni di detenzione oscilla per Taranto da 0 a 16, per Trani da 0 a 9, per Lecce da 0 a 17, con una mediana per il capoluogo jonico di 3 anni e per gli altri due istituti di 4 anni e mezzo.
I reati che le 64 donne partecipanti alla ricerca hanno indicato, sebbene non va trascurata la percentuale di quante non hanno risposto alla domanda specifica (17%, di fatto la frequenza più alta) sono nell’ordine: spaccio (art.73 del DPR 309/90), furto (art.624 del C.P.), truffa (art.640 C.P.) e estorsione (629 C.P.) sono appaiate. A questi dati vanno aggiunti quelle relativi alla rapina (art.628 C.P.) che spesso ne accompagna altri (tab. 6).
Per le donne detenute “comuni” della C.C. di Taranto i reati più commessi sono il furto, l’estorsione, i maltrattamenti e l’evasione, tutti presenti da soli o combinati con un 11%. Nessuna è ristretta per spaccio, fatto salvo il 14% (4 su 29) che alla domanda non ha risposto.
Per le detenute di Trani i reati più frequenti sono, invece, lo spaccio (21%), il furto e l’associazione. Per le ospiti della C.C. di Lecce allo spaccio (28%, valore più alto in assoluto per tutte e tre le realtà analizzate) segue la truffa.
In relazione a quanto ricavato dall’analisi del questionario per arricchire lo studio di aspetti qualitativi, sono stati predisposti, solo presso la C.C. “C. Magli” di Taranto, tre Focus group ai quali le donne detenute (27), che avevano già partecipato alla somministrazione dei questionari, hanno aderito su base spontanea. La metodologia seguita è stata di tipo induttivo, prevedendo lo sviluppo di eventuali teorie dai dati raccolti durante il processo di ricerca.
A conclusione della ricerca, le risultanze sono state comunicate, come stabilito in fase di programmazione delle fasi dello studio, al DAP regionale e ai Direttori degli Istituti penitenziari ospitanti.

Risultati
Tra le donne che hanno riscontrato uno stato di salute scarso o grave: l’85% ritiene che il suo corpo sia cambiato dall’inizio dell’attuale detenzione e la maggior parte dei disturbi è legata a variazione di peso, ciclo irregolare e problemi dell’apparato gastrointestinale.
Il 95% dichiara di sentirsi talvolta triste, il 65% di percepirsi depressa. Il 25% si è deliberatamente fatta del male durante la detenzione, il 60% dichiara di non piacersi fisicamente, il 70% di avere malattie diagnosticate e di queste il 43% puntualizza che tali patologie limitano le attività quotidiane.
Tra le donne il cui rapporto con il corpo è cambiato durante la detenzione, il 26% ha dichiarato di aver scoperto nuove cose su di sé o del proprio corpo e in particolare il 14% ha dichiarato di aver trovato difficoltà nell’accettarlo.
Alla domanda “Cosa pensi che manchi di più al tuo corpo oggi?” la risposta maggioritaria è stata il contatto fisico con i familiari e l’attività sportiva (spesso correlata all’esigenza di spazio e luce naturale). Si osserva che tale gerarchia di preferenza si osserva in generale, ma anche in ciascuno delle tre carceri considerate.
Per l’83% delle detenute, le carenze riscontrate al punto precedente giocano un ruolo in negativo sullo stato di benessere psico-fisico (con un’incidenza maggiore a Lecce e minore a Trani). Le aree sulle quali tali carenze si riflettono sono equidistribuite con picchi, rispettivamente, su: disturbi del sonno, alterazione del tono dell’umore, oscillazioni di peso, sensazione di rabbia e irritabilità e incapacità di rilassarsi.
Circa il 23% delle detenute ha ammesso di avere avuto una o più esperienze traumatiche legate al sesso e tra queste:l’80% ammette di averle subìte da conoscenti o familiari (50% e 50%).
Una detenuta su due consuma solitamente 3 pasti al giorno. Il 69% ritiene che il menù soddisfi totalmente o parzialmente le proprie esigenze o necessità. Il 67% delle detenute ritiene che il quantitativo di cibo assunto ogni giorno sia sufficiente (e tale risultato vale globalmente e localmente all’interno delle tre carceri considerate).
Delle detenute che hanno avuto figli, il 50% dichiara la gravidanza del primo figlio come desiderata/attesa, il 28% la denota imprevista ma ben accettata.
Alla domanda “In che modo è possibile colmare più facilmente il disagio relativo alla lontananza dai figli per una detenuta madre?” le risposte più ricorrenti sono state: telefonate giornaliere, più videochiamate e più incontri fisici (tale preferenza si osserva globalmente e anche localmente in ciascun carcere).
Da una più puntuale messa a fuoco sulle donne consumatrici di sostanze (legali e illegali) emergono, poi, importanti differenze e inderogabili spunti di riflessione:
• il 69% dichiara di aver uno stato di salute discreto, scarso o grave;
• il 4% di aver fumato e poi aver smesso. L’89% fuma e tra queste, il 78% dichiara di fumare più di 10 sigarette/tabacco al giorno;
• il 100% dichiara di avere problemi ad addormentarsi;
• il 96% si sente talvolta triste, mentre il 69% si sente talvoltadepressa;
• il 42% si è fatta deliberatamente del male (tagli, bruciature, ecc.);
• l’85% assume farmaci regolarmente prescritti;
• l’89% si è in passato rivolta a un Servizio per le Dipendenze, ma solo il 73% è attualmente seguita da un Ser.D.;
• il 23% si è detta essere stata oggetto di derisione per qualche caratteristica del proprio corpo nel corso di questa o di altre detenzioni;
• il 27% riconosce di aver subito durante il periodo di questa o di altre detenzioni attenzioni o molestie non volute da altre donne;
• il 42% confida che sono presenti nel suo vissuto una o più esperienze traumatiche legate al sesso.
L’89% fuma sigarette tradizionali e tra queste, il 78% dichiara di fumare più di 10 sigarette/tabacco al giorno.
Solo presso la Casa di reclusione femminile di Trani, delle tre strutture visitate, è stato riscontrato l’utilizzo di e-cig (sigaretta elettronica). Va precisato che la stessa è consentita in carcere – circolare del Ministero della Giustizia del 07 dicembre 2016, a firma del Capo di Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), Santi Consolo - ma solo a determinate condizioni, ossia deve essere un modello monouso e non ricaricabile, acquistato tramite il "sopravvitto" (il servizio di acquisti in carcere) e in nessun caso può essere consegnata direttamente dai familiari.
Se la salute delle donne detenute in carcere non è particolarmente buona, quella delle donne consumatrici/dipendenti da sostanze (legali e illegali) è certamente peggiore.
Queste sono oggetto di una duplice costrizione (stato di reclusione e interruzione dell’assunzione di sostanze) con uno stigma intersezionale decisamente più pesante.
Se il 30% ha ammesso, poi, attraverso il questionario, di fare uso di sostanze, quanto emerso dai Focus group, condotti nella C.C. di Taranto, ha evidenziato una percentuale di gran lunga superiore e, nella percezione di alcune, quasi pari alla totalità delle ospiti.
È un dato preoccupante e foriero della necessità di ulteriori approfondimenti qualora corrispondesse alla realtà o anche, semplicemente, appartenesse alla sfera delle impressioni delle dirette interessate.
L’85% delle partecipanti allo studio ritiene che il proprio corpo sia cambiato dall’inizio dell’attuale detenzione, legando la maggior parte dei disturbi a variazione di peso, ciclo irregolare e problemi dell’apparato gastrointestinale, non di meno le stesse sono portatrici di sindromi depressive e stati di sofferenza psichica legati alla distanza da figli e familiari, soprattutto quanti tra questi ultimi necessitano di cure a supporto.
Non si tratta di un accudimento solo materiale ma di “guidare” la vita familiare, dare alla stessa un centro intorno a cui ruotare, un’organizzazione, uno spazio, un confine tra esterno e intimità personale e familiare.
La prima conseguenza nelle donne detenute costrette alla forzata lontananza dai propri figli è inevitabilmente la depressione (Poehlmann, 2005).
Da quanto emerso dai Focus group e dal contatto diretto con le detenute, non mancano i processi di distacco emotivo, senso di estraneità, depersonalizzazione/derealizzazione e depotenziamento delle proprie abilità e capacità (dis-empowerment).
Questo non vuol dire che bisognerebbe riconoscere alle donne ciò che viene negato agli uomini, ma più semplicemente che bisognerebbe riconoscere a ciascuno quei bisogni che appartengono a chiunque, al di là del genere, ma attraverso il genere, tenere conto di innegabili peculiarità.

Perché l’indagine proposta sui cambiamenti del corpo della donna nella detenzione non restasse solo un sia pur importante impegno di conoscenza e sensibilizzazione, in data 25 novembre 2025, è stato avviato il Progetto “Vis a vis. Promozione e prevenzione integrata della salute nella popolazione femminile detenuta”, con la collaborazione della Direzione Strategica ASL TA, del Distretto Socio-Sanitario Unico ASL TA, del Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL TA e del Dipartimento di Prevenzione ASL TA.
L’obiettivo condiviso è stato quello di supportare le attività sanitarie garantite presso la Casa Circondariale “C. Magli” di Taranto, offrendo, nello specifico alla sezione femminile, interventi di promozione della salute correlati ai corretti stili di vita, alla prevenzione dell’uso di sostanze legali e illegali, di comportamenti a rischio, delle patologie croniche non trasmissibili, infettive, oncologiche.
Sono stati eseguiti interventi vaccinali nei gruppi di popolazione ad alto rischio per patologia ed è stata registratauna diffusa adesione ai programmi di screening (Pap test, Mammografia e screening per la prevenzione e la diagnosi precoce dei tumori del colon-retto).
Considerata la partecipazione e l’interesse suscitato tra le donne detenute, sulla scorta dei risultati ottenuti, si intende riproporre il Progetto “Vis a vis”, provando a renderlo una consuetudine, con una tempistica almeno annuale.

La ricerca, infine, ha esitato nella pubblicazione del libro Donne che contano i giorni.Riflessioni e proposte dalla Ricerca “Il corpo della donna e il carcere”, Altrimedia, Matera, 2026. Parte degli eventuali proventi delle vendite saranno destinati a sostenere le attività dell’Associazione “Antigone” Puglia.

*Anna Paola Lacatena
Sociologa presso il Dipartimento Dipendenze Patologiche - DDP ASL TA

 

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