I dati del progetto Respiro mostrano cosa accade ai figli dopo un femminicidio: trauma, perdita, nuovi equilibri familiari e un sostegno che spesso arriva tardi. Un tema che obbliga a guardare oltre la cronaca e a chiedersi come proteggerli davvero
Martedi, 03/11/2026 Quando una donna viene uccisa dal partner, chi racconta cosa succede ai suoi figli il giorno dopo, il mese dopo, dieci anni dopo?
Il 30 ottobre 2026, a Napoli, sono stati presentati i risultati di cinque anni del progetto Respiro – Rete di sostegno per percorsi di inclusione e resilienza con gli orfani speciali. La rilevazione riguarda 124 orfani di femminicidio appartenenti a 78 nuclei familiari, seguiti in sei regioni del Sud Italia. Questi numeri obbligano a fermarsi, perché se li leggiamo con attenzione si evince come più della metà aveva meno di nove anni quando la madre è stata uccisa, e quasi uno su tre non aveva ancora compiuto sei anni. Nel 25% dei casi i bambini hanno assistito direttamente al delitto; un altro 32% era nella stessa casa. Nell’87,7% dei casi documentati, l’autore del reato era uno dei genitori.
Sono dati che ci gelano il sangue e risultano difficili da leggere senza pensare a ciò che accade dopo, perché la cronaca racconta il femminicidio nelle ore immediatamente successive (il luogo, la dinamica, l’arresto, le testimonianze dei vicini), ma poi l’attenzione si sposta altrove.
Per i figli, invece, nulla finisce, anzi, l’incubo ha appena inizio.
Orfani di femminicidio: una violenza che spesso comincia prima
L’indagine del progetto Respiro mostra che per molti bambini il trauma non coincide con il giorno dell’omicidio, anche perché molti di quei bambini avevano già imparato a vivere nella paura prima ancora di perdere la madre.
I dati ce lo confermano: per l’83,1% degli orfani presi in carico era già documentata almeno una forma di violenza o un evento fortemente stressante precedente. Per il 66,9% gli eventi erano almeno due; tra le esperienze registrate compaiono violenza assistita, maltrattamento psicologico, trascuratezza affettiva o materiale.
La violenza domestica, infatti, non riguarda soltanto chi la subisce direttamente. Un bambino che assiste a minacce, aggressioni, umiliazioni o controllo coercitivo vive dentro quello stesso sistema di violenza. E quando avviene il femminicidio, quel bambino non perde soltanto la madre; spesso, perde anche il padre, perché arrestato, detenuto o morto. E nel frattempo perde la propria casa, è costretto a cambiare famiglia, scuola, città. Un orfano di femminicidio può essere affidato ai nonni o ad altri parenti, che a loro volta stanno affrontando un lutto devastante.
Il trauma non è un momento, diventa un percorso.
Dopo il delitto, quasi otto bambini su dieci vengono accolti dai familiari
Dopo il femminicidio, quasi l’80% degli orfani seguiti dal progetto è stato accolto da familiari. Nel 64,9% dei casi si tratta della famiglia materna. Dietro questo dato ci sono spesso nonni, zii e parenti che, nel giro di poche ore, devono trasformarsi in figure genitoriali.
Gli orfani di femminicidio, fortemente destabilizzati, sono affidati ad altre persone distrutte psicologicamente, che stanno piangendo una figlia o una sorella e che contemporaneamente devono sostenere bambini traumatizzati, affrontare procedure giudiziarie, organizzare una nuova quotidianità e sostenere costi che prima non esistevano.
Non sempre ricevono immediatamente gli strumenti necessari. Tra i 110 orfani per i quali era disponibile l’informazione, 53 non avevano ricevuto interventi clinici prima dell’ingresso nel progetto Respiro. Nel 45,5% dei casi documentati non erano stati utilizzati i benefici economici previsti dal decreto 71 del 2020.
La legge esiste, anche se il problema è fare in modo che raggiunga davvero chi ne ha bisogno.
Per una famiglia travolta da un femminicidio, orientarsi tra domande, documenti, tribunali e servizi può diventare un peso ulteriore. È proprio nei momenti più fragili che lo Stato dovrebbe essere più semplice da raggiungere.
Non basta sopravvivere a un femminicidio
Uno degli aspetti più delicati riguarda il sostegno psicologico, in quanto un bambino può provare sentimenti contraddittori che un adulto fatica persino a immaginare: dolore per la madre, paura, rabbia, senso di colpa, ma anche affetto per il padre che ha commesso il delitto.
Non esiste un modo “giusto” di reagire, anche per questo servono percorsi costruiti nel tempo e professionisti formati sul trauma infantile. Non soltanto qualche colloquio nelle settimane successive alla tragedia.
La storia di Biagio Giannini, oggi ventenne, aiuta a capire quanto possa contare un accompagnamento duraturo. Sua madre Alessandra Sorrentino fu uccisa dal marito nel 2012, quando lui aveva cinque anni. Il 30 ottobre Biagio ha raccontato pubblicamente quanto il sostegno ricevuto dal progetto Respiro, sul piano psicologico ed economico, sia stato importante per costruire il proprio futuro. Oggi sogna di creare un proprio marchio di abbigliamento.
È una storia di futuro, ma non dovrebbe servire a costruire una narrazione consolatoria. Non tutti i percorsi sono uguali e nessun ragazzo dovrebbe sentirsi obbligato a trasformare il proprio trauma in una storia esemplare di resilienza. Il compito degli adulti è offrire possibilità, non pretendere eroismo.
La violenza di genere continua anche dopo l’ultimo titolo di cronaca
E’ importante continuare a parlare degli orfani di femminicidio per ampliare il modo in cui raccontiamo la violenza di genere. Siamo così abituati a considerare soltanto la vittima uccisa e l’uomo che l’ha uccisa, ma andrebbe tenuto conto del fatto che restano figli, famiglie, relazioni spezzate e vite che devono essere ricostruite.
La tutela degli orfani dovrebbe quindi entrare stabilmente nelle politiche contro la violenza: sostegno psicologico, contributi economici accessibili, assistenza legale, accompagnamento scolastico e formazione per chi li accoglie. Anche perché tali interventi non possono dipendere dalla capacità di una famiglia di trovare da sola il servizio giusto.
Un femminicidio non termina con una sentenza e nemmeno con l’ultima notizia pubblicata, ma continua nella vita di chi resta.
Se vogliamo davvero misurare la capacità di una società di contrastare la violenza di genere, non dobbiamo guardare soltanto a ciò che fa prima di un femminicidio, abbiamo il dovere di considerare anche come prendersi cura dei bambini che, dopo quel delitto, devono imparare di nuovo che il futuro può esistere.
BIOGRAFIA
Valeria Russo è giornalista pubblicista e docente di lettere classiche. Napoletana, insegna latino e greco e scrive di scuola, cultura e parità di genere. Cura il blog L’Eco della Verità e si occupa di SEO, intelligenza artificiale e comunicazione digitale.