Giovedi, 07/05/2026 - Un'asserzione che può risultare banale, ma che non lo è affatto. Specialmente se la si contestualizza nell'epoca in cui fu in qualche modo pensata, costruita, registrata, pur in diverse perifrasi e varie declinazioni.
Si tratta di una frase che emblematizza il filone principale delle rivendicazioni femministe, fatte da una interessantissima cerchia di donne intellettuali e attiviste – come Simone de Beauvoir, Christine Delphy, Colette Capitan, Emmanuèle de Lesseps, Nicole-Claude Mathieu, Monique Plaza e, più tardi, Monique Wittig – legate alla storica rivista francese: Questions féministes. Un periodico pubblicato tra il 1977 e il 1980, come espressione della corrente materialista dell'emancipazionismo d'oltralpe.
Di questo intrepido gruppo di teste pensanti (e di cuori pulsanti) faceva parte anche Colette Guillaumin, che qui ricordiamo proprio nell'intorno dei giorni che segnano la ricorrenza della sua scomparsa: Guillaumin venne a mancare il 10 maggio 2017, nove anni fa.
«Sessismo, razzismo», scriveva Guillaumin, «sono dei naturalismi, poiché mettono in pratica una credenza, una fede preverbale e preformale secondo cui i comportamenti umani avrebbero un'origine "viscerale" o "programmatica"».
Si apre in questo modo il capolavoro intitolato Sesso, razza e pratica del potere, che noi citiamo dall'edizione parigina del 1992. Un libro-pilastro che tocca forte (e spacca anche qualche vetro, diciamolo) perché ci fa capire come il sessismo e il razzismo siano fenomeni socialmente interconnessi, naturalizzati, ovvero credenze aberranti che vengono trasformate, nei discorsi della classe egemone o dominante, in «fatti di natura».
Quindi? La donna è sottomessa perché è femmina?
Guillaumin cita le pesanti stigmatizzazioni sessiste e razziste, falsità da combattere con ogni mezzo: «donne bugiarde, neri puerili».
Se queste illazioni assurde, ignominiose per il genere umano, sono state smascherate come falsi sillogismi, come stigmi, come maldicenze portatrici di ideologie maschiliste, eurocentriche e biancocentriche, ciò si deve anche a Colette Guillaumin.
La trappola dei naturalismi è fatale, perché l'intero sistema di oppressioni (su base etnica o sessuale) viene mascherato, nascosto, disonestamente ratificato dai fatti di natura, da quelle che paiono evidenze biologiche, dai dati somatici. Eppure la correlazione è immaginaria, fantasiosa, fideistica. Pura invenzione farneticante.
Una tragica esperienza che ben conosciamo, soprattutto dopo i vissuti storici del nazifascismo. Eppure, Guillaumin mette l'accento sulla naturalizzazione delle dinamiche di potere sessiste, che invece sono più difficili da individuare. La stessa galanteria, lei scrive, nasconde strumenti di controllo:
«se non avete paura della realtà più amara, osservate i giovani innamorati per strada, mano nella mano, [...] osservate come gli uomini tengono la "loro" donna per il collo (come una bicicletta per il manubrio) o come la tirano per un braccio (come il carretto giocattolo della loro infanzia...). [...] Finisco per chiedermi seriamente se questo gesto maschile apparentemente galante, che per inciso sta scomparendo, di "cedere il passo" a una donna (cioè lasciarla andare per prima), non fosse esplicitamente un modo per assicurarsi di non perderla di vista nemmeno per un secondo: non si sa mai, anche con i tacchi altissimi, potrebbe correre e scappare».
Dobbiamo a Colette Guillaumin una lucida, spietata analisi del concetto di appropriazione. Essa indica un rapporto sociale di potere in cui un gruppo umano è ridotto allo stato di proprietà (nel senso ordinario e materialista del termine) di un altro gruppo. Non si tratta di una semplice metafora giuridica, ma di un uso corporeo diretto in cui l'essere umano è trattato come una "cosa vivente" o uno strumento per la soddisfazione di bisogni, per l’espletamento di oneri, per l’assolvimento di funzioni.
Il sessismo che Guillaumin denuncia consiste nell'indebita appropriazione, da parte degli esemplari maschi della specie umana, delle donne, gli individui femmine. Da queste ultime, tuttavia, non si esige solo la forza lavoro, ma, scrive l'intellettuale francese, si reclamano quattro tipi di cose: il tempo, i prodotti del corpo (i figli), l'obbligo sessuale, la cura dei membri (maggiori o minori, validi o invalidi) del gruppo e della famiglia.
Oggi suonano come concetti assodati. Eppure tra gli anni Settanta e Novanta ebbero l'impatto di una grave esplosione su tutto l'ordine costituito.
C'è persino, in Guillaumin, una peculiare interpretazione del concetto di «prostituzione». Tenetevi forte:
«esistono due forme principali di questo uso fisico di tipo sessuale. Quello che interviene per contratto monetario nel matrimonio. E quello che è direttamente monetizzato: la prostituzione. Superficialmente sono fenomeni opposti, ma al contrario, sembrano convalidarsi a vicenda nell'esprimere l'appropriazione della classe femminile».
Lo si vede subito, l'analisi di Colette Guillaumin è profondamente sovversiva perché smantella la distinzione ideologica tradizionale tra il matrimonio (visto come un'unione sentimentale e contrattuale) e la prostituzione (vista come una transazione commerciale marginale), rivelando che entrambi sono manifestazioni dello stesso, asimmetrico, inegualitario, rapporto di potere.
Ovviamente, quello di Guillaumin è un femminismo militante della seconda ondata, un femminismo crudo, amaro, più che pungente.
Ma merita forse qualche indugio anche il discorso, pieno di colpi di scena, che Guillaumin fa sull'intuizione femminile – un'analisi in cui, appunto, mette in rilievo che le donne hanno, sì, un sesso, un utero, ma hanno anche una testa che pensa e riflette sulla propria condizione di oppresse.
Guillaumin capovolge completamente la visione patriarcale, che tende a ridurre le facoltà mentali delle donne a mere proprietà biologiche o «magiche» del corpo femminile. Per secoli si è infatti creduto che alla donna fossero precluse le vie del pensiero razionale. Il massimo che una donna potesse fare era legato alla sua animalità, si credeva, all'istinto, all'intuizione più bassa. Alla donna era attribuito quindi un tipo di intelligenza pratica e materica, per lo più illogica e irriflessa.
L'ideologia dominante definiva (e forse definisce ancora, da qualche parte) l'intuizione femminile (il famoso "sesto senso"?) come un modo di conoscere irragionevole: come una proprietà chimica dei corpi. Ma è proprio qui che Guillaumin mette in luce un paradosso.
Per le donne, il pensiero intuitivo, associativo, il pensiero sulla soglia del pensabile, si pone come atto di resistenza, come scappatoia creativa da una rete di catene, come il tentativo di prendere parte ad un mondo che la esclude con ogni mezzo dalle posizioni di controllo.
«Ora, questo esercizio di correlazione di dettagli frammentari è glorificato e definito "intelligenza deduttiva" presso i dominatori [...], ma perde qualsiasi carattere intellettuale nel momento in cui si manifesta in una donna, presso cui viene sistematicamente privato di senso comprensibile, diventando semmai l'immagine di un carattere metafisico».
Contro questa visione dicotomica e sessista, allora, tuona Guillaumin, esortandoci a vedere nei nostri sforzi intellettuali (scoraggiati in ogni modo dall'intero sistema nel suo insieme) il valore di una resistenza e di una resilienza possibili ed estremamente dignitose.
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