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La casa siamo noi: l’ultimo libro di Rosangela Pesenti*

La casa siamo noi: l’ultimo libro di Rosangela Pesenti*

Un libro sull'abitare, la casa, i generi e le generazioni

Mercoledi, 09/01/2013 - Ci provò, nel 2003, Sandra Petrignani a scrivere di case con ottica di genere, scegliendo l’ambito che le è più congeniale: quello della letteratura, dando così alla luce La scrittrice abita qui, testo che fu definito “un po' pellegrinaggio e un pò seduta spiritica: questo libro porta dalla Sardegna di Grazia Deledda all'America di Marguerite Yourcenar, dalla Francia di Colette all'Oriente di Alexandra David-Néel, dall'Africa alla Danimarca di Karen Blixen, all'Inghilterra di Virginia Woolf. Un lungo viaggio in case - museo che, attraverso mobili e suppellettili, stanze e giardini raccontano la storia sentimentale delle più significative scrittrici del Novecento”.

Più indagato nel femminismo nordamericano e nordico, il rapporto tra lo spazio privato costituito dalla casa che le donne e gli uomini abitano è stato invece scelto come terreno d’indagine inedito per l’Italia da Rosangela Pesenti, che ha significativamente intitolato il suo ultimo libro Racconti di case - il linguaggio dell’abitare nelle relazione tra generi e generazioni (edizioni Junior)

Non solo quindi lo spazio fisico, ma anche il tempo e l’intreccio dei corpi, della storia e delle storie trovano luogo in questa lunga e dettagliata ricerca che Pesenti sceglie di offrirci in lettura.

Come di consueto nella sua scrittura, che intreccia percorsi teorici e quotidiano, l’autrice spiega l’idea dalla quale nasce il libro :”Se penso all’origine di questa ricerca torno con la mente a un ricordo lontano nel tempo, quando ero una giovane donna dalla vita ingombra e i miei figli erano piccoli. Spesso rientravo da scuola tardi, dopo la fatica di una mattina in classe, il pomeriggio ai consigli o al collegio docenti e l’intervallo del pranzo occupato a correggere compiti e caricare lavatrici, mentre i bambini erano all’asilo. Tornavo stanchissima e trovavo sempre una fila di sedie allineate lungo lo spazio di passaggio dalla zona pranzo al salotto, cariche di cuscini, coperte, giochi vari: si trattava di un treno. Meccanicamente smontavo il gioco e infilavo le sedie sotto il tavolo prima di cominciare i miei traffici casalinghi per preparare la cena e apparecchiare la tavola. Alle loro proteste rispondevo che avevano tutto il salotto a disposizione, poltrone e seggioline solo per loro, costruzioni che stanziavano sul pavimento a lungo e muri su cui scrivere, quelle sedie servivano sotto il tavolo. Mi sentivo una madre disponibile e mi sembrava che non ci fossero spazi interdetti per i bambini, perciò la questione sedie era decisamente irrilevante. L’episodio si ripeté alcune volte, entravo e smontavo, finché un giorno mio figlio grande, cinque anni, mi disse con voce stupita e il viso alzato per raggiungere i miei occhi: “Ma è un treno, come fai a non vederlo!?”. Mi guardavano entrambi con aria smarrita e non si trattava di un capriccio, era un treno.

Come facevo a non vederlo? Con quale diritto stabilivo che quelle si chiamavano sedie e non treno? Mi sono resa conto di colpo che si confrontavano in quel momento due visioni del mondo e io imponevo la mia con la forza e il potere di una posizione adulta che si autolegittimava in modo autoritario e culturalmente miope.

Loro sapevano vedere il treno e contemporaneamente le sedie quando le usavano per stare a tavola. Chi stabilisce l’uso e la funzione degli oggetti? Intorno a me ogni mobile, ogni cosa, stava nel suo posto ‘naturale’, quello che anch’io avevo introiettato in un percorso di crescita fatto di interdizioni e definizioni che dovevo semplicemente apprendere, alle quali mi ero adattata finché la sistemazione del mondo non era diventata un’abitudine del corpo e una forma della mente.

Ho pensato allora che venire al mondo significa sperimentarlo, conoscerlo, pensarlo in modo autonomo e non c’è bisogno di imposizioni perché i bambini apprendano i significati che noi abitiamo, inconsapevoli del nostro antico percorso di crescita. Ho capito che non mi chiedevano di adattare i miei pensieri ai loro, ma semplicemente di vivere nel mio modo, con le mie sedie, la scrivania, i compiti da correggere, accanto a quel loro tempo e spazio così diversi e così straordinariamente nuovi. Ho scoperto che forse anche la radice della democrazia sta proprio nel rinascere continuo della vita, che si apre a nuove opportunità perché vede le cose come noi non potremmo mai vederle e queste nuove visioni hanno diritto di abitare dentro le nostre case, le nostre istituzioni, le nostre città, i nostri sogni”.

Se questo è l’esordio risulta chiaro come il libro ci conduce dentro al mondo privato delle case che Rosangela Pesenti ha visitato in oltre un anno di ricerca tenendo conto di più fattori: l’età, il genere, le interazioni tra chi abita. Le case come desiderio, le sue stanze come (anche) segnali di distanze, forma di pensiero, protagoniste di traslochi e quindi di cambiamento, elementi centrali e fisici della contrattazione tra generi e generazioni: tutte variabili che Pesenti intreccia, e districa, per farci ragionare sulla casa, e quindi su di noi, con occhi e pensieri nuovi e profondi.

Senza dimenticare che la casa non è solo un luogo privato. In una delle più belle e politiche canzoni di Gaber, il cantautore, (non a caso maschio), sosteneva che “nelle case non c’è niente di buono, quando la porta si chiude dietro a un uomo: c’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza”.

Anche se è pur vero che la casa è stata (ed è) il luogo principale dell’emarginazione femminile l’autrice nel finale del testo propone un capovolgimento dello sguardo, e apre al cambiamento, alla rivoluzione che solo il femminismo riesce a immaginare:” La casa non è un oggetto architettonico, ma un organismo urbanistico, una parte costituente l’ambiente della sopravvivenza umana, un sistema di mediazione tra relazioni umane interne ed esterne, stabilisce tempi e modi di trasmissione e riproduzione favorendo il processo di osmosi tra stati diversi della materia vivente di cui anche gli umani partecipano, è il luogo che fonda l’economia, che è prima di tutto domestica. Se l’abitare propone nuove forme dello scambio e la casa viene riconosciuta come luogo di formazione di saperi, e non solo terminale di merci, l’energia richiesta dai ritmi del vivere può trasformarsi in risorsa diffusa e motore di cambiamento del territorio”.



* http://www.rosangelapesenti.it/

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