Venerdi, 09/01/2026 - Tre bambini educati, belli, intelligenti, curati secondo la cultura di riferimento di chi sceglie una vita in mezzo alla natura, obbligati ad allontanarsi dalla loro famiglia. L’allontanamento dovrebbe essere un provvedimento di estrema ratio, suggerito dai Servizi Sociali, in base a un’indagine compiuta dagli stessi per tutelare i diritti dei minori. Il Codice civile con l’ex art. 403 prevede tale intervento al fine di garantire la protezione e la sicurezza ai minori rispetto a pericoli gravi e immediati nell’attesa delle decisioni del Tribunale per i Minorenni. Si parla di minori moralmente o materialmente abbandonati o in imminente pericolo psicofisico.
Il Sindaco, il Vescovo e la cittadinanza intervengono a favore di questa famiglia, diversa dalle comuni famiglie cittadine, forse più simile alle famiglie contadine di una volta, le quali offrono immediatamente il loro aiuto, la solidarietà in tutti i modi possibili e immaginabili. Ovviamente un aiuto a questa famiglia sarebbe gradito e opportuno, al posto di un intervento statalista di mera sorveglianza, come sembrerebbe, dal momento che dopo circa due mesi di allontanamento dal loro ambiente sono ancora senza una maestra.
L’iter a senso unico e standardizzato, ormai, sembrerebbe aver avviato quel percorso burocratico che per svariati motivi, tende a divenire poco comprensivo e senza ritorno ma pur sempre obbligatorio.
Molti talk show ne parlano, inizialmente a favore della famiglia, altri senza una fondata motivazione che giustifichi questa “estrema ratio”, utilizzando la terminologia politichese: “S’interviene per il bene dei bambini, per una loro maggiore socializzazione”! In un’altra trasmissione, invece, si parla di una numerosa folla pronta a un sit-in per sostenere questa sfortunata famiglia. la motivazione di chi parla tocca pieghe controverse rispetto all’estrema ratio e si accenna, tra le righe, ad eventuali interessi di ben altro tipo rispetto a quelli pedagogici. “Quando non si può ammettere di avere sbagliato si passa alle perizie”, afferma un interlocutore portavoce dei cittadini anti-allontanamento. Una casa famiglia con educatori dove funzioneranno la tv, la corrente elettrica, l’acqua calda, ma per i bambini anche appartenenti a un’altra cultura, sarà forse solo un luogo vuoto di affetti di riferimento, di armonia, rispetto a quella natura gremita di autentica socializzazione: amici del parco giochi, sorelle, amici animali, amici vegetali, genitori. Un luogo tecnico, vissuto dai bambini a dir poco come una punizione, dove non tardano a comparire i loro primi sintomi di forte disagio, quali ansia, rabbia, gesti di autolesionismo, insonnia e problemi respiratori, soprattutto nei gemelli. A nessuno di noi sarebbe gradito un sistema di “sorveglianza”; chiunque s’irrigidirebbe, sarebbe un po’ irritato nel sentirsi sorvegliato e giudicato, soprattutto se tutto ciò avesse come fine ultimo una decisione così grave: un abbonamento per allontanarsi chissà fino a quando, in una casa sconosciuta chiamata famiglia, dove non si ritroverebbero nemmeno i genitori 1 e 2, così convincenti rispetto alla “banalissima” famiglia composta da una madre e da un padre… A proposito di padre, figura presente in tutta la storia dell’umanità, “come luogo affettivo e simbolico in cui l’uomo ha appreso sia a rispettare la norma che a trasformare l’aggressività”, proprio in questa storia, viene subito accantonato, ignorando qualsiasi criterio relativo ai veri bisogni dell’infanzia.
A proposito di socializzazione, argomento così di moda nei talk show, sarebbe da soffermarsi sul significato della parola: non si può parlare di socializzazione senza considerare quella primaria, che ognuno intraprende nella prima infanzia, che gli permetterà di diventare membro di una società. La famiglia è il più importante agente di socializzazione, il factotum di ciò che saranno tutte le relazioni successive del bambino. Per questo l’allontanamento dei bambini è contrario a ogni buon senso o intervento pedagogico che agevoli una fase successiva di socializzazione nell’ambito più allargato del contesto sociale. Crescere dei bambini in un contesto semplice, rurale potrebbe essere una vera salvezza rispetto ad altri contesti condivisi dalla nostra cultura considerata un modello. Nel nostro sistema sociale, però, troppo spesso verso l’infanzia mancano quelle accortezze necessarie alla concreta protezione dei minori. Basti pensare ai giocattoli costruiti in serie e artificialmente, con materiali freddi e scadenti, fino all’offerta prematura di giocattoli elettronici, o peggio, di oggetti adultizzati come il cellulare, il tablet, la TV, con cartoni animati o programmi aggressivi caratterizzati da dialoghi senza senso e tanto altro inadeguato a tutelare la vera socializzazione e creatività del bambino. La Grande Madre del consumismo sfrenato è il vero attacco alla socializzazione dell’infanzia. Soddisfare i bisogni indotti da una società con un orientamento a dir poco regressivo, una società tutt’altro che volta a una sana pedagogia, capace solo di contribuire alla formazione di un’identità debole, stracolma di senso di vuoto e provvisorietà, come oggi mostrano molti preadolescenti. Una società dove spesso il ruolo del padre è inesistente. Ragazzi che amano socializzare colmando il vuoto con alcool e sostanze “leggere”, che pesanti lo diventano prestissimo per la dipendenza e i danni procurati, fisici e psichici, come problemi cardiaci, infiammazioni all’apparato urinario, fino alla più temibile: la depressione, sempre più dilagante nel nostro Paese. Per non parlare del bullismo, dell’uso sfrenato di droghe pesanti o dipendenza da farmaci, che comportano non soltanto una confusione identitaria come le altre, ma una devastazione dell’Io e della coscienza fino a una devianza e violenza sociale sempre maggiore. In fondo c’è la Grande Madre Lobby Farmaceutica che offre ogni giorno anche in TV ogni tipo di rimedio: per la stipsi, per la diarrea frequente, per l’ansia lieve, per i problemi dei vecchietti che vogliono ancora copulare e per tanto altro.
Di quale socializzazione vogliamo parlare? Perché fa tanta paura una famiglia che vive in armonia in un bosco e che vuole “proteggere” l’infanzia dei figli?
Si possono aiutare a comprendere il nostro sistema sociale schivando il peggio, senza distruggere lo sviluppo dei bambini e l’armonia della loro famiglia. Negare la sofferenza e il trauma imposto a queste creature significa solo non proteggere i minori, significa agire senza rispetto per un’infanzia ancora negata dal nostro sistema sociale: forse questo esprimono i genitori del bosco con la loro posizione, padre e madre che per non distruggere la loro famiglia devono pure sottoporsi a una perizia psichiatrica.
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