Login Registrati
La fine di un giorno di  gioiosa festa: Mio padre pregava, mia madre piangeva e poi sono morti !/ il

La fine di un giorno di gioiosa festa: Mio padre pregava, mia madre piangeva e poi sono morti !/ il

Tragedie e violenze agite contro un'innocente famiglia palestinese, la cui storia drammatica, nell'impossibilità d'essere oscurata per la denuncia di due bambini sopravvissuti, diviene nel loro tragico racconto, testimonial di tanti, troppi orrori che

Martedi, 17/03/2026 - La fine di un giorno di gioiosa festa: Mio padre pregava, mia madre piangeva e poi sono morti !/ il femminile di giornata
Mentre la guerra aperta e voluta da Trump e Netanyahu contro l’IRAN prende una piega sempre più invasiva e preoccupante, nel silenzio, si susseguono vicende drammatiche che violano qualunque tregua dell’attacco israeliano a Gaza, e in Cisgiordania continui risultano gli attacchi da parte dei coloni e anche delle forze del IDF ( Israel Defense Forces) nei confronti di Palestinesi inermi. Ed è in questo clima che, per l’orrore e l’immensità dell’accaduto, il silenzio viene bucato dalla vicenda della Famiglia Odeh che diviene simbolica di tante altre, troppe, morti ingiuste e ingiustificabili che svaniscono abitualmente nel buio più totale della memoria .
La fine del Ramadan è prossima e Ali Khaled Bani Odeh di 37 anni, con sua moglie Waad Othman Bani Odeh di anni 35 e i loro 4 figli : Khaled 11 anni, Mustafa 8, Othman 7 anni e Mohammad 5 decidono di prepararsi a festeggiare, partendo dal Tammun il loro paese per recarsi a Nablus a circa 20 km, non solo per una cena tutti insieme in allegria, dopo il digiuno dovuto, ma anche per acquistare doni e i vestiti nuovi per Eid al-Fitr, la festa di chiusura del Ramadan, appunto. Oramai di ritorno a casa la macchina di questa famiglia, come conclusione di un giorno di gioia, viene travolta da una gragnuola di colpi d’arma da fuoco che penetrano e uccidono senza pietà alcuna: madre padre e due dei bambini più piccoli, di cui uno cieco, che si trovavano davanti vicini alla madre. I due più grandi Khaled e Mustafà rispettivamente di 12 e 8 anni feriti, fortunatamente, leggermente, sono vivi e lucidi quando i soldati spalancano le porte e con violenza, trascinandoli fuori dal mezzo chiedono chi siano i “morti” della macchina. Alla risposta di Khaled: sono i miei genitori e i miei fratelli; dal suo racconto, avvenuto poi in ospedale, emerge, come la risposta del soldato, per altro insieme agli altri arrivati sotto copertura con una macchina dalla targa palestinese, risulti più che violenta. Dopo aver definito il ragazzino bugiardo il militare lo butta a terra e sia lui che il fratello vengono spogliati e viene rallentata la possibilità dell’arrivo dell’ambulanza aggiungendo una dose di calci. Fra i molti racconti relativi all’inquietante vicenda c’è un ulteriore testimonianza di Khaled che davvero indigna, se possibile, ancora di più. Con quella semplicità che in un bambino è capace d’emergere anche in situazioni disperate. Khaled chiede al suo aguzzino: “ ma tu vuoi bene ai tuoi genitori? Si ! e allora perché hai uccisi i miei? L’uomo picchia Khaled!
Solo un giorno dopo a Tammun nel paese della famiglia Odeh il funerale dei genitori e dei due figli vede la presenza di un popolo oppresso dal dolore e dalla rabbia di tanta, troppa ingiustizia, nelle pieghe di una guerra contro l’Iran ed il Libano, di fatto, che sta dilagando in modo, sembra, irrefrenabile e che ha silenziato le vite i drammi e i soprusi che continuano con forza in Cisgiordania e non solo.
Tale l’evidenza di questa diabolica “cattiveria” nella storia della” nostra” famiglia che l’Idf e la polizia di frontiera israeliana non negano l’incidente e neppure di essere li con una targa palestinese ovvero irriconoscibili. L’unica paradossale affermazione che sanno motivare per lo scandalo di tanto orrore è che la macchina andasse troppo in fretta . Una nota che, come credibilmente ha commentato qualcuno, sembra quasi impensabile in una mezzo con una famiglia di sei persone di cui 4 bambini.
Quei bambini di cui, pensando ai due sopravvissuti, c’è da domandarsi come potranno riuscire ad accettare quanto ha distrutto la loro famiglia e come potranno trovare risposte alla violenza, all’incredulità nei loro confronti, che forse ha subito un accanimento aggiuntivo, per il loro ruolo di testimoni scomodi di quanto accaduto. Un avvenimento che grazie a quelle due voci infantili è divenuto denuncia di comportamenti inaccettabili, sempre più scomodi quando lasciano tracce incancellabili, divenendo testimonial di quanto avviene e viene ignominiosamente cancellato. La dolorosissima storia dei due bambini, rimanda anche a un fatto, se possibile, ancor più drammatico avvenuto a Gaza nell’aprile del 2024. Anche allora la macchina con dentro una famiglia in fuga dal proprio quartiere di GAZA fu obiettivo di spari micidiali di un carro armato israeliano che in vita lasciarono solo Hind Rajab, una bimba piccolissima. Lei divenuta dolorosamente famosa per avere parlato col telefono, sola, circondata dalla sua famiglia uccisa, per ben tre ore dichiarando la sua paura, e chiedendo aiuto e ancora aiuto alla Mezza luna Rossa, che nel tentativo di raggiungerla e aiutarla, parlando, a combattere la sua disperata solitudine non riuscì a salvarla. Alla fine infatti Hind Rajab fu uccisa in contemporanea con l’attacco anche all’ambulanza che avrebbe dovuto salvarla. La bimba e la sua storia, colpì tanto e divenne non a caso protagonista di un documentario che ha vinto anche un festival ed il suo nome fu dato ad una sala dell’Università della Columbia, in seguito alle proteste e dimostrazioni di molti studenti.
Queste storie, drammatiche e che c’è chi sostiene definibili quali “crimini di guerra”, emergono comunque e aldilà di ogni definizione perché nella brutalità, inumana che mettono in mostra , nella grandezza del sacrificio di innocenti che le rende incancellabili, sono testimoni di tantissime altre drammatiche morti analoghe ingiuste e inaccettabili che sono avvenute e continuano ad avvenire, sepolte nel silenzio, accantonate come vite inutili, sepolte, svanite nel pianto di chi non ha voce. Mentre ciò che possiamo affermare con certezza è che mai sparirà la disperazione dei sopravvissuti, di chi come i nostri Kaled e Mustafa, come tanti altri bambini e bambine di cui non conosciamo il nome sono rimasti soli, privati dell’amore dei loro genitori, dei loro fratelli e toccati, di certo, da un senso d’ingiustizia, d’ incomprensione del perché sia dovuto capitare a loro. Domande terribili che non hanno risposta accettabile, avvenimenti che generano terribili sentimenti di rivalsa, in creature per cui l’ultima voce della mamma è stato un pianto che s’è spento insieme alla sua vita e a quella del padre la cui preghiera non ha fermato i carnefici di una famiglia innocente, il cui solo peccato è stato quello di concedersi un’attimo di vita “normale” .
Paola Ortensi

Lascia un Commento

©2019 - NoiDonne - Iscrizione ROC n.33421 del 23 /09/ 2019 - P.IVA 00878931005
Privacy Policy - Cookie Policy | Creazione Siti Internet WebDimension®