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La maternità come 'centro di gravità escludente'?

La maternità come 'centro di gravità escludente'?

Un'analisi sul modello 'materno centrico' che intrappola la genitorialità in un destino di genere: dal superamento del mito del sacrificio individuale a strumenti di condivisione della cura e di trasformazione culturale della società, fino a un ragionam

Lunedi, 26/10/2026

La maternità come "centro di gravità escludente": e se ricominciassimo a ridisegnare la cura?
​Quando parliamo di genitorialità, spesso diamo per scontato che la cura dei figli debba ruotare interamente attorno a un unico asse: la madre.
​Questo fenomeno, che possiamo definire un vero e proprio centro di gravità escludente, rischia di produrre effetti collaterali profondi, sia sul piano sociale che culturale.
​La madre viene spesso investita di un mandato totalizzante, percepito come esclusivo e naturale, che la isola e la carica di un peso mentale ed emotivo insostenibile.
Di riflesso, il padre rischia di essere relegato a un ruolo di "aiutante" o ospite occasionale nella gestione quotidiana, perdendo l'opportunità di costruire un legame di cura primario e paritario.
Molti neopadri si auto escludono e autoassolvono, asserendo: "cosa potrei fare io?" Molto, moltissimo, anche se culturalmente siamo ancora indietro. Ancora risulta diffusissimo il termine canzonatorio di 'mammo'.
Questo modello 'materno centrico' frena la reale condivisione della cura e ostacola l'apertura verso una genitorialità davvero diffusa, che coinvolga la coppia, la rete sociale e il contesto lavorativo.
​Uscire da questa dinamica non significa svalutare l'importanza della maternità, ma de-centrarla per farla diventare parte di un ecosistema più ampio e sostenibile. Significa passare da un'idea di sacrificio individuale a una cultura della corresponsabilità.
​Per fare della cura un valore condiviso e non un recinto.
Significa liberarla dalla gabbia di un'aspettativa totalizzante per restituirla alla sua dimensione relazionale e umana, inserendola in una trama sociale dove la responsabilità genitoriale non pesi come un destino di genere, ma come una scelta condivisa.
Ecco perché, non comprendo chi ancora oggi non riconosce la necessità di una battaglia per il congedo paritario di paternità. Ci sono molti esempi di successo, significa cambiare la cultura della cura. Questa è una battaglia femminista, che potrebbe rivelarsi vincente e produrre alleanze virtuose.
Il modello basato sulla centralità esclusiva della madre frena la reale condivisione della cura e ostacola l'apertura verso un paradigma genitoriale diffuso. La cura non può continuare a essere un recinto privato, gravato dal mito del sacrificio individuale; deve trasformarsi in un ecosistema ampio, sostenibile e corresponsabile, capace di coinvolgere la coppia, la rete sociale e il contesto lavorativo.
Il congedo paritario non è una misura assistenziale isolata, ma il più potente strumento di trasformazione culturale a nostra disposizione. Quando i padri si fermano a casa fin dalle prime settimane di vita del neonato, assumendosi la responsabilità diretta, solitaria e quotidiana della cura, le dinamiche familiari cambiano irreversibilmente. Si rompe il circolo vizioso della divisione asimmetrica dei compiti. Si abbattono le discriminazioni nei contesti lavorativi, riducendo quel motherhood penalty che penalizza le donne nei percorsi di carriera e retribuzione. ​Si costruiscono alleanze virtuose, dimostrando che una società più giusta per le madri è, inevitabilmente, una società più ricca e completa per i padri e per l'intera comunità.
Altrimenti, continueremo a lamentarci senza costruire alternative valide.
​Continuare a denunciare il divario di genere senza aggredire le radici strutturali della cura significa condannarsi all'inefficacia. Le lamentele sterili non sostituiscono le alternative politiche.
​Ridisegnare la cura significa pretendere riforme strutturali, investimenti nei servizi educativi territoriali e una legislazione sul lavoro che non consideri la genitorialità un costo o un'interruzione, ma il pilastro fondamentale del futuro collettivo. È una battaglia femminista nel senso più alto e trasversale del termine: una lotta per la libertà di tutte e di tutti, capace di liberare gli uomini dai recinti del patriarcato e le donne dal giogo della solitudine domestica.
​Se non ripartiamo da qui, continueremo a discutere degli stessi problemi, immobili, ai margini del cambiamento. E con sempre meno giovani a scegliere di diventare genitori. Il tasso di 1,4 figli per donna continuerà a crollare anno dopo anno. Cambiamo approccio e cultura. Non remiamo verso il passato. Interroghiamoci sui fattori e sulle scelte compiute.
Chiudo con un dato evidenziato da il Sole24ore: tra le donne nate nel 1976, che oggi hanno compiuto 50 anni e hanno in gran parte concluso la propria esperienza riproduttiva, il 23% non ha avuto figli; trent’anni prima la quota era prossima al 10%. È uno dei dati che meglio fotografa i cambiamenti della genitorialità in Italia che emergono dal rapporto ’Natalità e fecondità della popolazione residente’ dell’Istat.
Ritorniamo al welfare, rendiamolo sostenibile e realmente universale, impegniamoci tutti e tutte a ridisegnare i contorni della cura, pensando oltre ai figli, ad ogniqualvolta si presenta e si interseca con le nostre vite.
Dobbiamo tenere insieme le generazioni, con un occhio alla cura che non sia più la Cenerentola degli interventi statali, purtroppo ancora concentrati su investimenti a suon di bonus e scarsi servizi.
Affinché nessuno/a resti indietro o ingabbiato. Affinché ogni scelta abbia piena e libera agibilità e rispetto.

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