Sul posto di lavoro, la menopausa resta un tabù: le donne che la vivono diventano spesso bersaglio di battute velenose, giudizi offensivi e pregiudizi che finiscono per screditarne la professionalità e le competenze.
Venerdi, 30/10/2026 Una donna non perde competenza quando il suo corpo cambia, oggi così come ieri, può temere che basti pronunciare la parola “menopausa”, perché qualcuno cominci a guardarla con occhi diversi. Prima era una persona autorevole, adesso è solo una “tipa nervosa”, qualche secondo prima era esigente, adesso invece è “tutta colpa degli ormoni”. E così, una normale fase della vita diventa una spiegazione comoda per mettere in discussione una persona. Vi sembra giusto? Non è forse questa una discriminazione gratuita scaricando eventuali colpe sulla natura?
Una notizia pubblicata da Euronews il 17 ottobre riporta la richiesta della Confederazione Europea dei sindacati di riconoscere la menopausa nelle tutele europee sul lavoro. Un’ottima notizia, sebbene sia solo una rivendicazione e non una legge approvata: al centro, le conseguenze che l’assenza di sostegno può avere su retribuzioni, carriera e pensioni. E allora viene naturale chiedersi: quanto è libera una lavoratrice di raccontare una difficoltà senza dover poi difendere il proprio valore?
Immaginiamo una mattina qualunque, una donna ha dormito male, arriva al lavoro, prepara una riunione, risponde alle richieste. A un certo punto, avrebbe bisogno di una pausa, ma teme che quel bisogno venga associato alla sua età, e decide di tacere. Alla fatica, si aggiunge allora il peso di controllare ogni gesto, per evitare commenti e interpretazioni da parte di superiori e di colleghi un po’ troppo invadenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che la menopausa non è una malattia e che le esperienze sono diverse. I disturbi possono incidere sulla vita personale e professionale e nessuna donna dovrebbe essere obbligata a minimizzarli; nessuna dovrebbe essere descritta come inevitabilmente sofferente.
Il problema è anche nel linguaggio che si usa verso una donna: “Sarà la menopausa” sembra una battuta da corridoio. In realtà, sposta il discorso verso il valutare ciò che una donna dice per interpretare il suo corpo. Un’obiezione diventa uno sbalzo d’umore, oppure un dissenso viene liquidato come irritabilità. Se una responsabile contesta una decisione, bisogna rispondere ai suoi argomenti. E se un’insegnante segnala un problema, occorre esaminarlo. Attribuire parole e comportamenti agli ormoni permette di evitare il confronto e di sottrarre autorevolezza a chi sta esercitando il proprio ruolo.
Non dobbiamo assolutamente cadere nell’ errore di considerare il riconoscimento della menopausa in un’etichetta, ovvero che le donne oltre una certa età vanno considerate meno affidabili o meno adatte a incarichi complessi. Il sostegno deve ampliare le possibilità di scelta, partendo dall’ascolto: discutere un’esigenza di orario, valutare una pausa, migliorare il comfort degli ambienti, individuare interlocutori preparati. Sono proposte da concordare secondo bisogni e mansioni. Chi insegna, assiste pazienti o lavora a una cassa ha margini diversi da chi può collegarsi da casa; occorre tenerne conto e va rispettata la riservatezza.
Un ambiente accogliente permette di parlare, se lo si desidera, ma non autorizza colleghi e superiori a chiedere dettagli intimi, interpretare assenze o suggerire diagnosi. La prova arriva dopo, ovvero quando si assegna un progetto, una responsabilità, una promozione. Quella richiesta di sostegno tornerà come un dubbio sulle capacità della lavoratrice? Accoglierla e poi escluderla dalle opportunità significa farle pagare la fiducia che le era stata chiesta. Da docente, penso a quanto contino le parole con cui descriviamo le persone, perché possono ferire più di un’arma, lasciando spazio oppure chiudendolo. Una donna dovrebbe avere il diritto di poter attraversare questa fase restando riconosciuta per la preparazione, l’esperienza e le decisioni che assume. Rispettarla significa ascoltarla senza compatirla, crederle senza ridurla ai suoi disturbi, sostenerla senza decidere al suo posto. Il suo potere di scegliere, dirigere, insegnare e contribuire deve restare pieno.
Possiamo finalmente permetterle di dire come sta, senza costringerla subito dopo a dimostrare quanto vale?
BIOGRAFIA
Valeria Russo è giornalista pubblicista e docente di lettere classiche. Napoletana, insegna latino e greco e scrive di scuola, cultura e parità di genere. Cura il blog L’Eco della Verità e si occupa di SEO, intelligenza artificiale e comunicazione digitale.