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La misogina storia d’amore tra patriarcato e capitalismo: il caso di Taylor B

La misogina storia d’amore tra patriarcato e capitalismo: il caso di Taylor B

La prostituzione non può essere considerato un 'lavoro' sessuale perchè copre l'aspetto della violenza sessuale, di cui è un'espressione

Mercoledi, 13/05/2026 - Di prostituzione ad oggi si parla come “lavoro” sessuale.
Nel caso della donna prostituita Taylor B si giunge persino a considerarla glamour.
Infatti, in un recente articolo pubblicato sul Corriere della Sera, di tutto si parla fuorché di violenza contro le donne, novero in cui la prostituzione senz’altro rientra.
Si usano frasi d’effetto ridicolizzando i “sentimenti” sull’altare del dio Sesso (“mi ami? in questo istante” “l’amore, nella sua grammatica, è un’illusione per principianti”). A riguardo, se per le teoriche della seconda ondata femminista l’amore era un modo per indorare la pillola di fronte al sofferto lavoro domestico e di cura, forse, in una pornificata quarta ondata si dovrebbe nobilitarlo in opposizione alla pornificazione (1).
Il secolo corrente ricorda in effetti quello che nelle visionarie opere di Mary Daly veniva chiamata sado-società, o ancora fallocrazia: una realtà violenta appannaggio di valori e istituzioni creati dal maschio per il maschio, e animata da una latente necrofilia (2). Per questo Daly vi oppone l’amore per la vita: la biofilia.
In questo raccapricciante contesto pornificato e quindi necrofilico si iscrive la storia di Taylor B.
Nell’articolo è chiaro un primo dato fondamentale: la prostituta (come nella maggior parte dei casi) è una donna; i clienti tutti uomini. Il genere (o meglio, il sesso) rispettivamente della prostituta e del cliente parlano chiaro: sono due soggetti ineguali. La donna non vede riconosciuti pienamente i suoi diritti, ha meno potere; ancor più se è portata da pressioni economiche a farsi stuprare da chi ha il coltello dalla parte del manico. Questa dimensione non si può ignorare.
Come si deve notare che il salato prezzo da pagare in termini di salute psicofisica sia nascosto dietro il lusso.
Viene poi venduta la bugia dell’“empowerment”: è lei che sceglie, “ha la freddezza di un broker” “seleziona l’uomo”, lei non chiama i clienti con i nomi propri, come se fossero loro quelli deumanizzati. È lei che ha potere su di loro? È lei che sceglie? Sì, sceglie da chi farsi stuprare perché, come viene spesso gridato in piazza, il sesso senza consenso è stupro. E ricevere un compenso in denaro per un rapporto sessuale non porta reciprocità e desiderio; piuttosto va a riprova dell’assenza della volontà di fare sesso. Libertà di chi quindi? Degli uomini di stuprarla. Uomini che, riprendendo la saggezza di Solanas, vengono socializzati ad essere ossessionati dal sesso e condonati quando agiscono di conseguenza.
Un’altra fallacia nel racconto in questione è la precisazione che le prostitute non fanno solo sesso. Mettere in luce che taluni uomini, dilaniati dalla solitudine che si autoprocurano, preferiscono intime confidenze al sesso, non toglie che le donne che si prostituiscono sono costrette a fare soprattutto quello, non di certo quattro chiacchiere. È bene non far sembrare la regola quella che è un’anomalia.
Ancora, si fanno riferimenti alla sua presunta indipendenza, al presunto controllo su di sé, a cui si aggiunge becera ironia relativamente al vendere una fantomatica “essenza” che poi “torna a lei”. Ciò rafforza la concezione che prostituta e cliente siano due individui con pari potere, pari diritti.
Il linguaggio usato è elusivo: non si tratta di comprare alcuna essenza si tratta di subire giornalmente sesso non consensuale, ossia uno stupro.
È lui che vuole fare sesso, talmente tanto che è disposto a pagare per farlo. È lei che subisce un rapporto sessuale a pagamento. Uno stupro.
Si fa persino riferimento alla volontà di non cedere “ai sensi di colpa” cadendo nella fallacia secondo la quale il sesso è sporco, le donne devono essere pure. Pare assurdo doverlo rimarcare alle paladine della sex positivity: il sesso deve essere consensuale e le donne non sono sporche se scelgono di farlo.
Altro piano problematico è il riferimento ad eventuali violazioni nei suoi confronti: il tutto viene liquidato dicendo che “[Taylor B] sa rimettere in riga l’avventore”. Come? Di certo non con la forza fisica; piuttosto corre ogni giorno il rischio di essere invasa dalla forza del maschio rispetto al quale è in condizione di vulnerabilità.
Gli elementi problematici non finiscono qui.
Oltre a subire rapporti sessuali deve anche performare la femminilità voluta dal maschio nel patriarcato, che è invasiva, scomoda e oggettificante: si sottopone a trattamenti che danneggiano il suo corpo, facendosi accecare dai simboli del capitalismo e dal mito della bellezza. È dunque vittima non solo del patriarcato ma anche del capitalismo.
Ciliegina sulla torta è il riferimento agli eccessi della pornificazione, ove si ammicca alle pratiche di BDSM, ai giochi di ruolo. Ammette anche, nemmeno troppo indirettamente, che ciò che fa lei è soddisfare “la richiesta di ogni uomo”; la libertà, la scelta, il potere è dunque quello del maschio. Lei si definisce persino “un trofeo”, “un marchio”, contribuendo alla sua spersonalizzazione.
La storia di Taylor B, così come narrata nell’articolo del Corriere della Sera, presenta quindi innumerevoli criticità.
Rispetto a quelle previamente evidenziate, ve ne è una ancora più profonda: il vissuto enarrato è totalmente disconnesso dalla realtà.
Occorre quindi proporre alcune irrinunciabili riflessioni relative alla prostituzione.
Essere sottoposte a stupri continui, picchiate per costringerle a restare, impedite di valutare altre opzioni, subire il trauma di una zona di guerra o di una camera di tortura, aver bisogno di droghe per continuare a farlo: è questo che si intende per lavoro? (3)
La prostituzione è l'ennesima conseguenza della struttura patriarcale, e più specificamente dello status e del potere che gli uomini detengono al suo interno. (4)
L'uomo è lo standard, la misura di tutte le cose; la società stessa è modellata sui suoi bisogni, mentre le donne devono adattarsi rimanendo "l'altro": inferiore, non solo diverso. (5)
Una delle tante dimensioni in cui le donne subiscono le conseguenze di questo squilibrio viene vissuta tramite il loro corpo e la loro sessualità.
Quando non sono "vergini" (concetto astruso perché la verginità non esiste) né madri, le donne sono “utili” agli uomini in altri modi, ad esempio accontentando il loro piacere. Così, quando il patriarcato incontra il capitalismo, il sesso viene richiesto a pagamento e il sacro e intoccabile desiderio maschile viene garantito. (6)
Ognuno di questi numerosi ruoli svolti dalle donne nella struttura patriarcale – la madre, la vergine, la prostituta – non conferisce loro potere, non favorisce la loro autonomia ma esiste piuttosto a favore degli uomini, rafforzando i loro privilegi a discapito delle donne.
Le prostitute subiscono un'ampia gamma di rischi e danni, intrinseci ai molteplici rapporti sessuali con sconosciuti, non lasciando spazio per la regolamentazione. (7)
La possibilità di vietare ciò che è fonte di sfruttamento e violenza senza punire la vittima è un punto di partenza significativo dell’abolizionismo. Tuttavia, è necessario concentrarsi sulla domanda ancor prima che sull’offerta, decostruendo il ruolo del piacere maschile entro la struttura patriarcale, comprendendo come questo si rafforzi a scapito dei diritti fondamentali delle donne. (8)
Inoltre, il formante legislativo è fondamentale per affrontare lo svantaggio economico e sociale, ad esempio favorendo la parità retributiva e le possibilità di esercizio del diritto al lavoro. (9)
Soltanto decostruendo la prostituzione come esito della struttura patriarcale è possibile contrastare attività traumatizzanti e dannose favorendo la tutela dei diritti delle donne. (10)
Sul punto si può quindi chiarire che la prostituzione non riguarda né il lavoro né rapporti sessuali consenzienti, privi di pressioni di alcun tipo. Piuttosto, riguarda donne spesso in condizioni economiche e sociali svantaggiate, che subiscono sulla propria pelle le asimmetrie di potere, a vantaggio degli uomini.
In definitiva, danneggia la salute mentale, sessuale e fisica, pertanto, dovrebbe essere affrontata partendo dal modello abolizionista e lavorando alla radice, smantellando i pilastri che sostengono la struttura patriarcale. (11)
Il primo passo per procedere in questa direzione è metterne in discussione le fondamenta, facendo luce sulla condizione delle donne all’interno della suddetta struttura.
Il secondo richiede un cambiamento sistematico, che in ultima analisi affronti gli anzidetti svantaggi socio-economici.
Inoltre è bene distanziarsi da una serie di fallaci concetti spesso riproposti nella letteratura in materia. La prostituzione infatti non riguarda la dignità, concetto arbitrario e sfuggente, piuttosto incide sulla salute e la discriminazione di sesso.
È una questione politica e non morale, e dovrebbe essere considerata e affrontata come tale.
In secondo luogo, sesso, etnia, condizioni sociali ed economiche giocano un ruolo fondamentale che non può essere minimizzato. La maggior parte delle prostitute presenta una o più caratteristiche che, nell'attuale società patriarcale, sono fattori di discriminazione La stragrande maggioranza delle prostituite sono infatti: donne indigene, donne migranti, donne appartenenti a minoranze etniche, donne in condizioni di povertà, donne vittime di violenza domestica, donne senzatetto, donne tossicodipendenti. (12)
Di conseguenza, la "sex positivity" dovrebbe essere messa da parte, così come il concetto di "empowerment", dato che coloro che detengono potere e controllo, e gli unici che acconsentono e scelgono veramente, sono i clienti: uomini. Gli stessi soddisfano il loro piacere mentre approfittano delle difficoltà economiche e delle asimmetrie di potere.
Infatti il ruolo svolto dal sesso (ad oggi chiamato “genere”) e dallo status delle prostitute, il loro bisogno di denaro per sfamare sé stesse e i propri figli, indeboliscono il consenso, rendendolo in definitiva assente e causa, tra le altre cose, della pressione economica.
Di conseguenza il sesso senza consenso, cioè lo stupro, non deve essere "regolamentato", deve essere vietato.
In terzo luogo, definirlo “lavoro” significa dimenticare e minimizzare il dolore – mentale, emotivo, fisico – sofferto dalle prostitute, indipendentemente dall’ordinamento in cui vivono. Sono infatti esposte ad alti tassi di violenza sessuale, malattie sessualmente trasmissibili, danni alla salute mentale (ad esempio, disturbo da stress post-traumatico, disturbi della personalità e dell'umore, ecc). (13)
Ancora, il punto non è la "mercificazione del corpo", bensì una questione molto più concreta e urgente. Le suddette conseguenze negative derivano dall'avere rapporti sessuali sotto pressione a causa di esigenze economiche, con sconosciuti, più volte al giorno. Non è lavoro; è sesso e non è consensuale.
In quarto luogo, la stigmatizzazione della prostituzione inasprisce la sofferenza delle vittime e nessuna abolizionista ha mai inteso stigmatizzare o giudicare le donne prostituite, piuttosto ha indicato che la strada preferibile non è quella di normalizzare il sesso a pagamento, bensì di contrastarlo.
Sebbene la riduzione del danno, a cui mira la decriminalizzazione, sia spesso definita realistica, di fronte alle violazioni dei diritti delle donne ciò che è “realistico” è solo un palliativo che comunque danneggia le donne, ed è insignificante al fine di contrastare la violenza maschile.
I frequenti discorsi sulla prostituzione sono ben lontani dal vero protagonista alla base: il piacere maschile. Spesso però in questo ambito come in altri, non si fa che dimenticare, perdonare e comprendere l’uomo e il suo “insopprimibile” impulso finendo per condannare soltanto la donna, senza considerare riprovevole l’approfittarsi di donne spesso malnutrite, stanche e in condizioni di svantaggio socioeconomico.
In chiusura si deve capire che realizzare il modello nordico ossia quello abolizionista è possibile.
Anzitutto: i rischi della prostituzione non si possono cancellare con la regolamentazione. Come si è accennato, tra i più comuni vi sono infezioni, gravidanze indesiderate, lesioni alla vulva, vagina, retto, area pelvica, danni al cervello causati da strangolamento o altre pratiche di violenza fisica; dissociazione, disturbo post traumatico da stress e altri elevati tassi di problemi di salute mentale.
Inoltre, dare la possibilità all’uomo di comprare il sesso aumenta i tassi di violenza sessuale, domestica, normalizza infatti il sesso senza desiderio reciproco, pertanto lo stupro.
Ciò che prevede il modello nordico è non punire la donna prostituita, sanzionare però sia i “protettori” sia i clienti. Rendere disponibili servizi per uscire dall’industria, educare a riguardo, offrire formazioni al personale sanitario e alle forze dell’ordine.
In Svezia, che applica questo modello, non ci sono prove che possano ricondurre alla presenza di un mercato nero che sfugga ai divieti; invece l’industria del sesso è stata minata: è infatti una destinazione ostile per i trafficanti. È inoltre avvenuto un cambiamento culturale e nel comportamento degli uomini.
Con la decriminalizzazione invece ogni aspetto dell’industria è decriminalizzato incluso lo sfruttamento della prostituzione e la gestione di case di tolleranza e non ci sono fondi pubblici per aiutare le donne a uscire dalla prostituzione.
In Nuova Zelanda, ordinamento che ha seguito questo secondo modello, le dimensioni dell’industria del sesso sono aumentate, la violenza e la coercizione sono all’ordine del giorno, solitamente non è possibile rifiutare clienti. In aggiunta, è comune il sesso non protetto e le ispezioni nelle case di tolleranza sono rare. (14)
Per concludere è bene prevenire una controargomentazione che viene spontanea comparando le donne in condizioni di svantaggio socioeconomico e il caso di Taylor B. Nel secondo, la donna prostituita sembra infatti priva di pressioni di alcun tipo. Attenzione però: il lusso acceca; volere sempre di più, nutrirsi di piaceri temporanei e di simboli di potere è il frutto marcio dell’epoca consumistica in cui viviamo.
Le “pressioni” sebbene diverse da quelle subite dalle donne vittime di tratta, ci sono comunque.
In secondo luogo, anche escludendo le suddette pressioni, permettere agli uomini di comprare sesso da noi donne significa permettere di deumanizzarci, oggettificarci e questo fa male a tutte le donne.
La sua presunta “scelta”, ricade pertanto anche su chi non ha mai voluto “vendere la sua essenza” per qualche sporca banconota; anche su chi non ha mai voluto fare la pornostar.
Ricade su ogni donna che viene vista come un oggetto, da uomini che sanno che possono accedere ai nostri corpi intercambiabili.
Occorre quindi capire che la prostituzione non è liberazione sessuale, è l’ennesimo espediente patriarcale con cui gli uomini sfruttano le donne.
Per liberarci veramente, abolirla è necessario.

Note
1. S. FIRESTONE, Dialectic of Sex: The Case for Feminist Revolution, New York City, Bantam, 1974;
2. M. DALY, Gyn/Ecology: The Metaethics of Radical Feminism, Londra, The Women's Press, 1987;
3. C. MACKINNON, Trafficking, prostitution, and inequality, in HARv. cR-cLL Rev, 2009, p. 288.
4. C. MACKINNON, Prostitution and civil rights, in Mich. J. Gender & L, 1993;
A. DWORKIN, Prostitution and male supremacy, in Mich. J. Gender & L, 1993.
5. C. MACKINNON, Feminism Unmodified, Harvard University Press, Harvard 1988.
6. K. F. BALLARD, On the Morality of Prostitution Under Hierarchical Social Structures: A Radical Feminist Analysis, in Ques, 2024.
A. SRINIVASAN, The Right to Sex, Bloomsbury Publishing, Londra 2021.
7. M. TYLER, All roads lead to abolition? Debates about prostitution and sex work through the lens of unacceptable work, in Labour & Industry: a journal of the social and economic relations of work, 2020;
K. BERAN, Revisiting the prostitution debate: Uniting liberal and radical feminism in pursuit of policy reform, in Law & Ineq, 2012;
J. FREEMAN, The feminist debate over prostitution reform: Prostitutes' rights groups, radical feminists, and the (im) possibility of consent, in Berkeley Women's LJ, 1989;
K. DAVIES, “The Female Condition”: (Re) thinking Marriage, Prostitution, and Feminist Theories of Abolition, in Signs: Journal of Women in Culture and Society, 2024.
8. M. COY, C. SMILEY, M. TYLER, Challenging the “prostitution problem”: Dissenting voices, sex buyers, and the myth of neutrality in prostitution research, in Archives of Sexual Behavior, p. 1933.
9. K. F. BALLARD, On the Morality of Prostitution Under Hierarchical Social Structures: A Radical Feminist Analysis, in Ques, 2024.
10. K. BERAN, Revisiting the prostitution debate: Uniting liberal and radical feminism in pursuit of policy reform, in Law & Ineq, 2012.
11. C. MACKINNON, Prostitution and civil rights, in Mich. J. Gender & L, 1993;
A. DWORKIN, Prostitution and male supremacy, in Mich. J. Gender & L, 1993.
K. KARNI, M. DAVEY, The prostitution debate in feminism: Current trends, policy and clinical issues facing an invisible population, in Journal of Feminist Family Therapy, 2010.
M. TYLER, All roads lead to abolition? Debates about prostitution and sex work through the lens of unacceptable work, in Labour & Industry: a journal of the social and economic relations of work, 2020.
G. ZARA, D. THEOBALD, S. VEGGI, F. FREILONE, E. BIONDI, G. MATTUTINO, S. GINO, Violence against prostitutes and non-prostitutes: an analysis of frequency, variety and severity, in Journal of interpersonal violence, 2022.
12. M. TYLER, All roads lead to abolition? Debates about prostitution and sex work through the lens of unacceptable work, in Labour & Industry: a journal of the social and economic relations of work, 2020, p. 75.
13. K. KARNI, M. DAVEY, The prostitution debate in feminism: Current trends, policy and clinical issues facing an invisible population, in Journal of Feminist Family Therapy, 2010, p. 9.
14. https://nordicmodelnow.org/2025/08/10/the-nordic-model-vs-full-decriminalisation/ 

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