Volontarie della Croce Rossa furono al fianco della popolazione dopo i bombardamenti del settembre 1943. Il loro impegno? Non sempre ricordato abbastanza
Venerdi, 02/10/2026
Moltissime sono le vittime; i danni sono ingenti; la città è quasi distrutta; la popolazione terrorizzata è fuggita. L’opera di soccorso si presenta vasta e complessa; bisogna recare maggiori aiuti. In un giorno si organizza un treno per l’assistenza sanitaria. Un ufficiale ne prende la direzione; sono con lui un Dottore, quattro Infermiere Volontarie, due squadre di Operai e Portaferiti della "Croce Rossa". Si parte nel pomeriggio del 12 settembre e si giunge a tardissima ora. Tutto è silenzio, silenzio di morte: cadaveri straziati nel corpo, giacciono a gruppi o isolati, coi segni del terrore nel volto; carogne putride appestano l’aria; le strade deserte sono ingombre di macerie o interrotte da profonde fosse. Spettacolo tragico, reso più triste dal chiarore lunare. Col cuore oppresso dall’angoscia, si guarda, mentre muta la preghiera s’innalza al Signore. All’Ospedale, distante due chilometri dalla stazione, un altro quadro pietoso e grave si presenta: alla luce della luna e delle lampadine tascabili, si scorgono ovunque feriti in letti o in barelle. I loro lamenti e gemiti, la loro faccia stravolta, passano l’anima".Per portare via da quell'inferno i vari feriti, furono organizzati due treni: già la prima sera furono caricati i primi feriti. "Passato il pericolo e tornata la calma - scrive la Volontaria - i portaferiti si avviano con le barelle al treno; le Sorelle in Ospedale finiscono di prendere e di sistemare il materiale sanitario e le medicine della piccola farmacia. Quindi, il Dottore con le Sorelle ed i Padri Cappuccini si accingono a far ritorno alla stazione, quando innanzi a loro si ferma un carretto con un ferito. Il ferito ha nel viso i segni della sofferenza e della fame; è di un pallore cadaverico; gli occhi solo luccicano per la febbre. Implora di non essere lasciato: ha una gamba spezzata ed è rimasto quattro giorni in un pagliaio con una scodella piena d’acqua e poca frutta lasciata lì, accanto a lui, da un pastorello in fuga. Come si fa a portarlo col carretto fra le strade ingombre di macerie? I Padri, già affaticati e stanchi, si fanno avanti, prendono una barella, e aiutati dal Dottore e dalle Sorelle vi depongono il ferito. E con quel peso sulle spalle, silenziosi, percorrono la lunga via che porta alla stazione. Si tratta di un detenuto, salvo dalle macerie del fabbricato delle carceri, raso completamente al suolo. È l’alba: per strada s’incontrano uomini e donne, venuti dalle campagne per prendere un po’ di roba nella casa non distrutta: qualcuno si avvicina per farsi medicare una ferita leggiera, per chiedere garza e disinfettanti o per raccontare le sue pene e sentire una parola di conforto".