L’inadeguatezza della sinistra su islam, velo e libertà delle donne
"...Fastidioso che la destra si intesti il problema del velo e della libertà delle donne? Certo che sì, ma il problema è che a sinistra campeggiano tante dotte o ironiche dissertazioni..."
A leggere gli articoli, i post, i commenti ai post sulla questione, definita (perché lo è), delicata, spinosa,difficile, complessa (quest’ultima va per la maggiore) del velo islamico, in tutte le sue declinazioni e sulla libertà delle donne c’è da mettersi le mani nei capelli (per ora liberi da coperture).
Ha fatto scalpore il flash mob sul palco della Lega a Pontida: quattro attiviste intrappolate dal burka se lo sono tolto, incitate dal pubblico. Sdegno a sinistra: strumentalizzano! Vero.
Peccato però che sia la stessa pratica e lo stesso gesto, che hanno fatto, e fanno, le Femen in varie parti del mondo, o le attiviste iraniane gridando donna vita libertà. Il gesto ci ricorda che dove regna l’islam politico radicale (nei paesi islamici non c’è secolarizzazione, cioè divisione tra legge civile e legge religiosa coranica) le donne sono cittadine di serie b, e l’uguaglianza tra i sessi è assente.
A sinistra si sostiene che la destra agiti la questione burka/hijab/velo come una distrazione di massa per sottrarre l’attenzione sui veri problemi del paese: vogliamo dire con calma e oggettività che il rischio dell’islamizzazione esiste in Europa, forse non ancora in Italia, ma che è un tema del quale occuparsi?
Sempre a sinistra, poi, c’è un’altra rimozione da nominare: la condizione della metà della popolazione di un paese, le donne, è importante quanto e più forse di altre, non è una distrazione da altro.
Non abbiamo, noi femministe, stigmatizzato da sempre il fatto che i dossier che ci riguardano sono quelli che rischiano di scivolare all’ultimo posto nella lista?
Fastidioso che la destra si intesti il problema del velo e della libertà delle donne? Certo che sì, ma il problema è che a sinistra campeggiano:
1) dotte dissertazioni su come sia fascinoso (e femminista) nascondersi allo sguardo degli uomini con il burka e l’hijab.
2) dotte dissertazioni sulle differenze dei velamenti e conseguenti gradazioni di libertà: forse il burka e l’hijab nella scuola elementare meglio di no ma il velo forse sì, per le minorenni, così non si creano problemi alle famiglie migranti e non si rischia di essere razziste.
3) ironiche dissertazioni per sbugiardare la destra: a scuola ci sono le donne velate da sempre, le suore cattoliche! La cosa grave in questo paragone che spopola a sinistra tra l’islamica velata e la suora è che le suore (velate o meno) non sono un esempio per tutte le donne, e che il loro velarsi o meno non rimanda alle relazioni tra gli uomini e le donne nella società. Le varie e diverse coperture nell’islam, invece, sono norme precise e stringenti che regolano, nello spazio pubblico e in quello privato, i rapporti tra donne e uomini, e le gerarchie tra i sessi. Non è un dettaglio.
Poi ci sono le femministe che, in nome dell’intersezionalità, del decolonialismo e dell’altermondialismo anticapitalista difendono la (presunta) libertà insita in ogni velatura: mettere in discussione il velo islamico e l’islam stesso è sinonimo di islamofobia, colonialismo, razzismo, fascismo.
Si può, e si deve, esercitare il pensiero critico su ebraismo e cattolicesimo ma non sulla religione delle (presunte) vittime, oggi più che mai per via della Palestina, e guai a criticare Hamas, notoriamente movimento politico progressista a fianco delle donne.
Vogliamo provare a partire da una evidenza che, forse, varrebbe la pena di illuminare in questo faticoso dibattito a sinistra e nel femminismo?
L’evidenza è che mai, mai, si discute l’eventuale ‘divisa’ che gli uomini adottano per evidenziare l’appartenenza a un ideale religioso, o politico o ideologico: indossare qualcosa, o marcare nel corpo maschile un segno distintivo, (per esempio la barba, o la sua assenza) non mette gli uomini in una situazione sociale che ne determina limiti.
E perché?
Perché gli uomini non hanno bisogno di controllare i loro simili, ma controllano le donne per mantenere l’ordine sociale e, per farlo, usano anche la religione come formidabile strumento di contenzione e coercizione. Gli eventuali segni di riconoscimento che gli uomini adottano nell’abbigliamento, o nel corpo, non incidono sulla loro libertà di autodeterminazione e di movimento nello spazio pubblico. Talvolta, perfino, ne aumentano l’autorevolezza e l’importanza nelle dinamiche sociali.
Il velo e le altre peggiori coperture, oltre ad essere segnali pericolosamente identitari rispetto ad un gruppo specifico (ricordo che a sinistra il concetto di identità era considerato, poco tempo fa, un pericolo perché connesso alla destra nazionalista, e appunto, identitaria), sono una dichiarazione del come donne e uomini si devono relazionare. La donna per bene, la donna modesta, mette il velo. Negarlo non cambierà la situazione. Non dovrebbe, questa asimmetria tra i sessi e questa visione del corpo femminile, mettere in guardia circa l’aporia tra la scelta di velarsi e la libertà, che viene invocata come lasciapassare per qualunque atto e gesto, dal velo alla prostituzione (che si deve chiamare sex work) passando per l’utero in affitto (che bisogna chiamare maternità per altri)?
Se, come è giusto e doveroso, si stigmatizzano le uscite medioevali sulla lunghezza delle gonne del vicepremier nonché ministro Tajani, come mai, di fronte alla ‘modestia’ che le donne velate manifestano abbracciando i dettami islamici, si tace o la si celebra come scelta di libertà?
Il modest fashion, le sue weeke le sue tante influencer in Europa, con conseguente giro di denaro perfettamente inserito nel turbo capitalismo non andrebbe criticato, insieme alla giornata che celebra l’orgoglio dell’hijab, mentre invece è salutata con favore persino dal super progressista sindaco Mamdani, mentre le donne in Iran vanno in carcere o peggio se tolgono il velo, e in Afganistan vivono un drammatico apartheid sessuale da anni?
Che le contraddizioni siano tante e faticose, che sia necessario tener conto dell’onda pericolosa della destra neofascista, che tanto sta seducendo i giovani e giovanissimi maschi anche in Italia, è un imperativo.
Altrettanto lo dovrebbe però essere la difesa, senza tentennamenti, dell’universalismo dei diritti delle donne, che sono, e restano, il faro dei diritti di essere umano.
Perché saranno anche poche le bambine che vengono velate a scuola, (ci sono, purtroppo, negarlo non cambia la realtà): comunque, per quanto poche, questo fatto in uno stato laico non dovrebbe essere permesso. Le bambine, tutte le bambine e le donne, tutte le donne, vengono prima delle leggi del gruppo etnico o religioso, qualunque esso sia.
Se deroghiamo su questo, per qualunque motivo, come sinistra e come femministe, abbiamo perso la bussola.