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Le Case delle donne più forti se insieme: la proposta di una Rete e di un’agenda nazionale

Le Case delle donne più forti se insieme: la proposta di una Rete e di un’agenda nazionale

Nella Casa Internazionale delle donne di Roma una due giorni molto partecipata delle tante Case delle donne di tutta Italia che ha messo al centro il valore politico e istituzionale di queste realtà. Proposte comuni di rafforzamento e l’idea di un rico

Martedi, 27/10/2026

Tantissime donne, qualche centinaia, hanno riempito per due giorni (24-25 ottobre) gli spazi della Casa Internazionale delle donne. Venivano da diverse città in rappresentanza delle tante Case delle donne, una trentina, che in questi anni sono nate e cresciute.
Alcune già con una lunga storia alle spalle (Torino, Milano, Pisa, Firenze, Padova, Modena, Udine), altre di più recente nascita ma oramai solidamente attive come quella dell’Aquila, nata dopo il terremoto, Terni, Ascoli Piceno o in fase di costituzione, come quella di Perugia.
Non tutte hanno scelto di chiamarsi Case, ma di seguire quel modello. E’ il caso di Brigata Alice di Genova, completamente autofinanziata, che riunisce varie realtà e collettivi in una via centrale della città.
A promuovere l’incontro è stata la Casa Internazionale delle donne di Roma, insieme alla Casa Lucha Y Siesta, nell’ambito delle tantissime iniziative organizzate per ricordare i 50 anni dall’occupazione del Governo Vecchio, che segnò la nascita della prima Casa delle donne. Quell’evento si collocava nel pieno della crescita e delle mobilitazioni di piazza dei movimenti femministi e segnava un capitolo nuovo dell’attivismo delle donne: la creazione di luoghi collettivi autonomi dove non solo incontrarsi per discutere o decidere le mobilitazioni ma dove svolgere attività di diverso tipo,politico e culturale, caratterizzate da una profonda visione e pratica di autodeterminazione.
Dallo sgombero da quel luogo, come si sa, germogliò il percorso successivo che portò, dopo occupazioni, lotte, negoziazioni, ma anche sperimentazione di pratiche femministe in tanti campi, alla creazione della Casa Internazionale delle donne nell’edificio del Buon Pastore in via della Lungara.
Non era la prima volta che le Case delle donne di altre città si trovassero a Roma per confrontarsi sulle loro esperienze, i tanti problemi, le prospettive. Era avvenuto già nel 2012, un incontro intenso di lavoro di scambio dove si passarono in rassegna le specificità delle diverse Case, le strategie e le forme organizzative assunte, i problemi comuni tra cui quello centrale della sostenibilità gestionale ed economica e quello delle modalità e regole dei rapporti con le istituzioni.
Da allora si aprì una relazione tra le Case, importantissima nella fase del Covid, caratterizzata da scambi a distanza per condividere iniziative e proposte, ma non si arrivò a creare una rete formalmente stabile e riconoscibile.
Negli anni successivi, come si sa, la Casa di Roma è stata impegnata in difficili trattative dove si giocava la sua stessa sopravvivenza. Periodo di grande mobilitazione che ha visto una diffusa e forte solidarietà delle donne e di settori della società a livello romano e nazionale e che riuscì non solo a risolvere il problema dell’esposizione debitoria con il Comune ma a fare approvare dal Parlamento una Legge che, riconoscendo il valore sociale delle Case dello donne, offriva più favorevoli condizioni per le definizioni dei rapporti negoziali con le istituzioni.
In particolare la possibilità di convenzioni nelle forme di comodati gratuiti per la concessione di spazi.
Un risultato frutto anche di quella rete di rapporti con altre Case e che è stato importante per i passaggi negoziali successivi con le istituzioni di altre Case. Ma stavolta l’incontro è avvenuto con presupposti e obiettivi diversi: intanto da allora è cresciuto il numero delle Case presenti in Italia (oltre 30), e la narrazione reciproca delle esperienze ha evidenziato, nelle diversità, una maggiore consapevolezza di cosa debba essere e fare una Casa rispetto ad altre esperienze associative e politiche.
L’importanza dell’essere un “luogo” stabile, dove non solo avere sedi di associazioni e realtà delle donne , fare attività e servizi ( centri/sportelli antiviolenza, legali, attività sociali e culturali,ecc) ma svolgere un ruolo di accoglienza e riferimento per altre realtà femministe e di donne del territorio. Luogo di elaborazione culturale e politica, di costruzioni di proposte e iniziative di lotta.
Essere luogo collettivo comporta avere spazi adeguati e curati in una visione organizzata, costi di gestione da coprire nel tempo e quindi rimane importantissima per le Case la discussione sulle modalità e regole dei rapporti negoziali e politici con le istituzioni locali. E di questo si è parlato molto, affrontando il nodo di come costruire percorsi di concertazione che possano garantire una autonomia politica dell’uso degli spazi, ma anche situazioni non precarie o dipendenti dai possibili cambiamenti che intervengono nei governi locali.
Nel pensare e organizzare l’incontro c’era, da parte della Casa di Roma, anche l’obiettivo di promuovere la realizzazione di una rete stabile tra le Case delle donne, creare strumenti comuni e tessere alleanze per pesare di più.
Aprendo l’Assemblea la presidente Barbara Kenny ha tracciato alcuni elementi di questa discussione e alcuni obiettivi dell’incontro: l’importanza della esistenza di “istituzioni” femministe e transfemministe create e gestite dal basso, luoghi autonomi anche sul piano economico, non rifugi per alcune ma spazi aperti soprattutto nei confronti delle nuove realtà e generazioni di donne che vivono nuove condizioni nella gestione della propria vita che si riflettono criticamente sui modi e tempi della politica.
"Nel contesto difficile attuale che sta creando fratture sociali, tentazioni di ritorni a modelli patriarcali - ha sottolineato Barbara Kelly - e di fronte al crescere di investimenti in guerre e non per il benessere delle persone diventano fondamentali spazi di libertà che danno corpo alla voce politica e sociale delle donne. E le Case insieme, possono aggiungere nuova forza alle parole e alle azioni delle donne”.
Per meglio conoscere le diverse esperienze, discutere sui problemi da affrontare e sulle proposte da costruire, il lavoro delle giornate è stato organizzato in quattro gruppi tematici: 1) Genealogia e memoria, custodire la storia con uno sguardo al futuro; 2) Tra le maglie della burocrazia, pratiche di resistenza e dialogo con le istituzioni; 3) Economia transfemminista, strategia di sostenibilità e autonomia; 4) Cultura transfemminista, corpi, linguaggi, immaginari.
Ogni gruppo ha lavorato con intensità e con grande attenzione e interesse all’apporto di ciascuna delle partecipanti. Sono emersi mondi di donne e di presenze organizzate sul territorio diversificate ma anche spesso accomunate da obiettivi simili e pratiche segnate da creatività e impegno quotidiano; un quadro di attivismo prevalentemente fondato su base volontaria delle donne che pure sottolineato e apprezzato da tutte ha suscitato in alcuni casi una riflessione critica circa la praticabilità di un simile modello per le giovani generazioni, prese da problemi di precarietà e sostenibilità economica e di tempi di vita complessi.
Come garantire accesso e accoglienza alla luce di queste diverse condizioni di vita delle donne?
Un tema al centro del confronto è stato quello delle fonti di sostentamento e finanziamento delle Case, un problema aperto per tutte le esperienze alle prese con la ricerca difficile di attivare molteplici vie per coprire sia i costi di mantenimento che quelle delle attività, nella cornice a volte stretta delle regole definite per il Terzo settore a cui la grande parte le Case appartengono.
Si è parlato delle difficoltà di lavorare per progetti di ampio respiro, di come ampliare la forza dell’autofinanziamento in una fase di crescita dei problemi economici delle donne, di come reperire risorse da donazioni anche a fronte di un avvio ancora limitato di esperienze di Fondazioni dedicate alle donne che potrebbero rappresentare, come succede in altri paesi, una importante fonte di supporto economico non vincolato sul piano culturale e politico.
Si è parlato dell’importanza di azioni comuni per ampliare l’utilizzo del 5 per mille come fonte di autofinanziamento.
Nella fine mattinata del 25 ottobre, aperta da un saluto canoro del coro della Casa di Padova nel bel cortile della Casa, si sono riportati in assemblea alcune sintesi della discussione e le proposte uscite dai gruppi.
Difficile sintetizzare le tante cose dette e proposte.
Del resto il carattere dell’Assemblea finale era aperto, con la richiesta di molte e raccolta dal direttivo della Casa, molto presente e attivo in tutte le fasi delle due giornate, di continuare a lavorare insieme con incontri e altri strumenti a distanza.
Sul tema del ruolo delle Case per la trasmissione della memoria e storia delle donne si è insistito perché la memoria non sia una trasmissione statica ma un processo vivo, aperto alle istanze e visioni, al linguaggio delle giovani generazioni. Quindi le Case devono impegnarsi molto nei confronti delle scuole e di altri luoghi dove sono presenti le giovani generazioni.
Sul piano della cultura e dell’azione politica delle Case si è posto con forza il problema di fare entrare di più contenuti, valori, soggetti e strategie dell’ecofemminismo, asse cruciale dell’esistenza umana, femminile e del pianeta e tema centrale per coinvolgere e portare nelle Case le giovani generazioni.
Molto presente il tema di come le Case possano essere luoghi di promozione e sviluppo di multiculturalità, non limitandosi all’incontro tra diversità ma realizzando esperienze concrete di transculturalità e operando attivamente per fare superare stereotipi presenti anche nel mondo delle donne.
Ci si è interrogate e impegnate su come le Case in questa fase di protagonismo delle giovani generazioni possano e debbano essere luoghi concreti e aperti per i loro incontri e le loro iniziative, ad esempio, come ha deciso la Casa di Roma di dedicare uno spazio specifico a questo scopo.
Sulle Case come istituzioni autonome e femministe e sul loro rapporto con le istituzioni si è posta la esigenza di un’ azione comune per individuare e definire forme adeguate di rapporti meno precarie ma fondate sul principio della concertazione e del superamento dei bandi, garantendo una più adeguata tempistica che consenta una seria programmazione del ruolo delle Case.
Qualcuna ha proposto di creare tra le Case strumenti per la formazione di competenze utili ad aspetti normativi e gestionali per essere più forti nei confronti delle istituzioni. Tema che ha accomunato tutti i tavoli di lavoro e che è stato portato in assemblea con forza è stato quello del riconoscimento da parte istituzionale delle Case come soggetto specifico, luoghi di libertà delle donne e di produzione di valore sociale, in qualche modo ricollegabile al principio di bene comune già entrato in molti quadri normativi.
Si è molto discusso su questo punto: come costruire un percorso di riconoscimento che non sia una richiesta a qualcuno ma un frutto di processo di acquisizione del valore sociale, politico e culturale delle Case delle donne non solo da parte delle istituzioni ma di ampi settori del mondo femminile, femminista e sociale. Qualcuna andando un po' oltre ha proposto di fare un’azione comune per essere riconosciute dall’Unesco come bene immateriale.
Quello che certo è uscito con forza dall’Assemblea e dai due giorni è la richiesta e proposta di creazione di una Rete stabile nazionale tra tutte le Case delle donne o realtà assimilabili in Italia, studiando strumenti, modalità e una campagna comune. Per dare il segnale che già esiste una Rete nazionale delle Case si è deciso infine di partecipare con un unico striscione alla manifestazione prevista a Roma per il 28 novembre nell’ambito delle iniziative previste attorno al 25 novembre contro la violenza alle donne.  

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