Le proteste giovanili e la piccola storia di Vittoria: tra slogan, normalità, obiettivi e futuro/ il femminile di giornata 115
Le proteste dei/delle giovani (studenti e non solo) di fine d’ottobre hanno guadagnato pagine e pagine dei giornali. Le piazze, i fatti, gli accadimenti, i commenti, i giudizi, le ricerche dei perché. Articoli, indagini, riflessioni, giudizi sulla furia e sulla violenza e poi - di volta in volta - gli altri volti significativi delle proteste dove e quando i giovani cercano di raccontare, spiegare, divulgare e convincere delle proprie ragioni, di chiedere attenzione. Dalla denuncia di sentirsi inascoltati e non considerati, al tentare di spiegarsi, mostrarsi, farsi conoscere e riconoscere con gesti, parole d’ordine, comportamenti per "non fare di tutta un’erba un fascio”. E’ stato, in particolare nella ”seconda mandata” delle manifestazioni che in tutta Italia dopo “le distruzioni di Milano”, il tentativo dei/delle giovani nei cortei di cercare di esporre le ragioni del malessere, le aspettative, le richieste stringenti, e su tutto il bisogno d’ascolto e conseguentemente di risposte.
Fra i tanti episodi vale la pena di soffermarsi sulla ”piccola”, ma forse non così piccola, notizia di cui è stata protagonista Maria Vittoria Terrosi una studentessa fuorisede dell’Università di Bologna, subito affiancata dai suoi coinquilini, come ci hanno raccontato coloro che hanno fotografato sul campo, ovvero sulla tangenziale di Bologna, quella raccolta in buste di plastica dei rifiuti lasciati alla fine della manifestazione di venerdì 30 ottobre, in onore del decoro della città, che tanto ha fatto notizia.
Uno stupore divenuto caso di cronaca controbilanciato dal distaccato commento proprio di Vittoria, che vedendo il suo stesso nome divenire sinonimo di un successo che fa notizia, ha risposto ad ogni domanda con normalità, che potremmo definire disarmante. Maria Vittoria Terrosi è di Grosseto ed è a Bologna per frequentare all’Università Scienze della Comunicazione, il che mi viene da dire forse offre una riflessione e una risposta in più, su quelle da lei sottolineate col suo gesto. Finita la manifestazione, e trovandosi sulla tangenziale di Bologna, Vittoria ha preso una busta di plastica e ha iniziato a raccogliere i rifiuti. A lei si sono uniti i suoi coinquilini. Certo è che il suo gesto - diciamo certamente inusuale nella situazione data - ha incuriosito cronisti e fotografi presenti, tanto da immortalarla come davvero qualcosa di straordinario nel suo gesto e intervistandola immediatamente dopo.
Ed è lì che Vittoria, da quel che arriva dalle sue risposte, con una normalità quasi provocatoria e liquidatoria ha spiegato come per lei quel comportamento fosse ovvio, normale e frutto sicuramente della sua educazione in famiglia e anche di scout, cosa non da poco nella sua esperienza formativa. Ha poi tenuto a sottolineare, in primis, quanto pochi fossero i rifiuti da raccogliere come a far notare la civiltà dei manifestanti, e poi a comunicare l’emozione di vedere la tangenziale di Bologna così vuota senza macchine, concludendo con il suo sogno, un giorno, di divenire giornalista. Certo è che se nonostante l’ammirevole “pretesa” di normalità del suo gesto - che in verità può essere affiancato ad altri episodi analoghi in manifestazioni in altre città negli stessi giorni, fatti da gruppi con la precisa e giusta intenzione di mettere in mostra la propria scelta di civiltà - quello di Vittoria firmato, si può dire, dalla semplicità e ovvietà più assoluta assume una simbologia potente. Razionale o irrazionale poco importa, non si può non riflettere e ricollegarsi agli studi di Vittoria, a quella facoltà di Scienze della Comunicazione per cui viene spontaneo pensare abbia in qualche modo, col suo fare e dire, deciso e proposto una tesi di laurea adeguata e conveniente alla Facoltà che frequenta. Col suo gesto esemplare ha sfondato una barriera di pregiudizi e distorsioni “comunicando” in quanto assodati, valori come: responsabilità individuale, correttezza, partecipazione al bene comune e in sintesi civiltà da praticare per il bene della comunità tutta.
Una storia piccola ma grande nella sua capacità di imporsi come altre che, ripercorrendo con serenità e voglia e volontà di capire, abbiamo visto passare nelle manifestazioni giovanili di fine ottobre.
Per questo che, seppur solo con un breve accenno che nulla toglie alla lunghezza che merita di riflessione e apprezzamento, è fantastico quanto accade in un'altra manifestazione nelle stesse giornate, quando abbiamo visto sfilare tanti ragazzi di seconda generazione con la bandiera italiana in mano e rivendicare, orgogliosamente, di essere italiani anche loro, probabilmente volendo sottintendere che sarebbe ora di cancellare quell’aggettivo “seconda”, inteso come distintivo di differenza indebita e dichiarare e pensarli semplicemente giovani italiani e italiane.
Paola Ortensi