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Make up e velo sono la stessa cosa: riflessioni a partire da due recenti casi di violenza

Make up e velo sono la stessa cosa: riflessioni a partire da due recenti casi di violenza

"Dire che la chirurgia è una scelta, così il velo, così il make up e qualsiasi condizionamento voluto dalla società del maschio è mentire a noi stesse sulla nostra condizione...."

Venerdi, 02/10/2026

Make up e velo sono la stessa cosa: riflessioni a partire da due recenti casi di violenza contro le donne[1]
Ho letto due notizie, l’una lo specchio dell’altra: una donna morta per la chirurgia estetica[2], una minacciata di morte perché non voleva indossare il velo (voleva “vestirsi all’occidentale”)[3].
Spesso rimango sorpresa dal pensiero liberale: va bene qualsiasi cosa se lo “scegli”. Va bene coprirti da capo a piedi a prescindere dal clima, non importa se soffochi. Se soffochi e vuoi soffocare va bene! È una tua scelta.
Va bene spogliarti quasi del tutto. Va bene mettersi chili di trucco. Va bene qualsiasi intervento estetico.
Se lo scegli.
Ma in base a cosa lo scegliamo?
C’è un problema numero uno – non si può ignorarlo, sono le condizioni materiali: economiche, leggi che impongono il velo, mariti che minacciano di morte le donne che vogliono toglierlo. Ma c’è anche un problema numero due che è altrettanto rilevante: non abbiamo voglia, tempo, interesse di chiederci perché lo scegliamo. Quindi lo facciamo e basta “se ci va”. Non ci rendiamo conto di quanto le norme estetiche siano pervasive.
Ascoltate quanto è ridicolo: le labbra della faccia possono essere rimpolpate, quelle della vulva sbiancate e/o tagliate per farle sembrare quelle di una bambina, il seno rimpicciolito, avvicinato quanto più possibile al mento con i capezzoli che guardano dritti in faccia il maschio e lo fanno eccitare, proprio come vogliono. Fare sesso con un corpo quanto più simile al loro modello – il porno – è il loro sogno, e se state con un maschio lo sapete perché non ve lo nasconde di certo. Per non parlare delle richieste di rompersi il naso e costruirlo da zero; o ancora di tagliare la pancia, le cosce.
Ci trasformano in bambole tagliate e ricucite sfruttando l’insicurezza che hanno fatto nascere in noi.
Ma le norme estetiche toccano qualsiasi cosa: i vestiti (scomodi), i peli (da bruciare o strappare), i capelli (da tingere se sono bianchi o grigi), le parti del corpo: sono solo esempi ma rendono chiara una tensione tra salute fisica e mentale da un lato, e canoni che ci hanno imposto dall’altro.
Pensarci su e applicarlo nella nostra quotidianità non è facile, non è immediato ma si può iniziare ascoltando come si sentono i nostri corpi quando facciamo e non facciamo quelle azioni, e chiederci perché le abbiamo sempre fatte.
Forse non ce ne rendiamo conto ma fin da piccole ci hanno chiesto di essere belle, di compiacere e non di essere intelligenti: l’intelligenza è coraggiosa, prende spazio, non è docile. È curiosa, loquace, scomposta, ambiziosa[4]. Dare la priorità al pensiero, all’agire, volerci intelligenti significa che potremmo avere dei pensieri, capire il valore di quei pensieri[5].
Dovremmo smettere di investire energie nel controllo continuo dei nostri corpi e ascoltarli di più. Guardatelo con occhi diversi: non è reale quel corpo, non esiste. Il seno, quell’unico tipo, che vi hanno detto essere perfetto, è uno tra tantissimi. I peli stanno bene lì esattamente come sono, sono proprio dove dovrebbero essere. E anche il seno è esattamente dove dovrebbe essere: può appoggiarsi placido sul ventre, o stare sospeso: non importa, è dove dovrebbe stare. Le cosce possono avere mille dimensioni. La cellulite è normale, non è una malattia, non è un difetto.
Però serve una cosa in più, difficile quando la società ti dice il contrario fin da piccola. Ridefinire la priorità. Conta di più la dimensione dell’agire, del pensiero o la bellezza? Cosa vi fa sentire libere? Cosa vi fa sentire in pace? State rispondendo con la vostra voce o con quella che avete imparato a usare per conformarvi agli standard?
Sarebbe bello vedere volti e corpi di donna che rispecchino esattamente ciò che sono[6].
Eppure accogliere l’analisi delle nostre scelte è scomodo. Soprattutto non rispettare le norme estetiche ha delle conseguenze[7]. Un esempio lampante è proprio la donna che è stata minacciata dal marito perché non voleva indossare il velo: lì ne va della sua vita, della sua integrità fisica. Non ha “scelta” se non vuole rischiare la pelle.
Noi sì però, noi abbiamo la scelta di piantarla di definire il velo una possibile “scelta”. Davvero credete che una qualsiasi persona voglia coprirsi il corpo interamente? Se lo accetta di buon grado per non indispettire il suo dio, la famiglia, il marito, non significa che lo vuole, significa che è condizionata e accetta le conseguenze di questo condizionamento. Non è scelta. È oppressione. E noi che non dobbiamo indossare il velo dovremmo combattere non contro queste donne, ma al loro fianco, dialogarci senza sovrastare, sostenere le donne che vogliono toglierlo.
Anche nel caso delle norme estetiche occidentali ci sono delle conseguenze: se ci adeguiamo agli standard siamo premiate perché considerate desiderabili, sexy, belle. Non adeguarci a quegli standard invece porta ad essere giudicate dagli sguardi, ritenute trascurate, brutte, non desiderabili, perdere l’approvazione del maschio e di conseguenza del nostro sguardo che è diventato quello del maschio.
Oltre alle condizioni materiali, al disinteresse relativo alle radici delle nostre scelte, c’è anche dolore: sapere che siamo immerse in una società misogina fa male. Non vogliamo saperlo. È meglio negarlo.
Liberarsi dagli standard è faticoso, impervio, richiede di comprendere che la società è misogina. Realizzare che viviamo in una società che ci odia a partire dai canoni estetici che ci “suggerisce” fino ai comportamenti (di stupratori, maltrattanti…) che lascia impuniti fa indubbiamente male.
C’è una metafora proposta da Andrea Dworkin che lo illustra chiaramente. Da quanto l’ho letta mi si è incisa nella testa e ci continuo a pensare.
Immaginiamoci sepolte in una pietra che prima non era solida, era lava.
Alcune di noi dicono «mi piace questa pietra, non pesa, non mi soffoca; mi protegge dalla pioggia, dal vento, dal fuoco» magari aggiungono «tutto ciò che conosco è questa pietra, non so cosa ci sia fuori dalla pietra».
Altre donne però iniziano a trovarlo insopportabile: vogliono muoversi liberamente, respirare.
Quindi iniziano a esercitare tutta la loro forza per scavare nella roccia attorno a loro, con le unghie, con i pugni, lacerandosi la pelle delle mani fino a farle sanguinare. Provano in ogni modo ad uscire, rompendosi i denti per mordere il granito. Molte muoiono in questa battaglia disperata e solitaria. Ma se tutte noi volessimo liberarci da questa pietra, se fossimo stufe dell’odore putrido dei corpi delle donne rinchiuse con noi nella stessa pietra, se non ne potessimo più del disgusto della nostra condizione? Potremmo studiare come si compone la pietra, la sua struttura, come si può eroderla. Per fare questa analisi servirebbe rigore, onestà, perché qualsiasi menzogna che ci raccontiamo riguardo alla nostra condizione nella pietra manterrebbe quella condizione[8].
Dire che la chirurgia è una scelta, così il velo, così il make up e qualsiasi condizionamento voluto dalla società del maschio è mentire a noi stesse sulla nostra condizione. Il primo passo è capire i condizionamenti e lo si fa ascoltando i nostri corpi: siamo scomode con quel trucco, con quei tacchi, moriamo sotto i ferri del chirurgo! Abbiamo caldo, soffochiamo sotto il velo. A cosa serve il trucco? A cosa serve il velo? A cosa serve essere tagliate e ricucite da un chirurgo estetico? Non a noi.

Note
[1]Due precisazioni:
-questo paragone molto forte non è mio è di Sheila Jeffreys ed è contenuto in Beauty and Misogyny: Harmful Cultural Practices in the West,Routledge, 2005.
-Make up e chirurgia estetica sono diverse nei mezzi ma identiche nella finalità.
[2]B. Todesco, Morta dopo l’intervento estetico, il compagno: «Era immobile nel letto, ho sperato per mesi, poi solo dolore. Chiedo la verità», Corriere della Sera, 26 settembre 2026, https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/vicenza/cronaca/26_settembre_26/morta-dopo-l-intervento-estetico-il-compagno-era-immobile-nel-letto-ho-sperato-mesi-poi-solo-dolore-chiedo-la-verita-5b6cacb4-4b86-4d22-9a2d-2a6694fa1xlk.shtml
[3] U. Cordellini, Lei voleva vivere in libertà, lui la picchia, la obbliga al velo e la minaccia: «Ti taglio le gambe». Operaio ludopatico a processo, il T Quotidiano, 25 settembre 2026, https://share.google/HEpGdUT3W9dDSn4ud
[4]Dworkin, Andrea. Right-wing women. Random House, 2025, pp. 27 ss.
[5]Dworkin, Andrea. Right-wing women. Random House, 2025, p.38.
[6] Brownmiller, Susan. Femminilità. Feltrinelli, 1985, p.145
[7] Levey, Lauren. ""Choice" "Feminism" or Agency?" Substack, 6 luglio 2026. https://radfemlesusa.substack.com/p/choice-feminism-or-agency.
[8]Dworkin, Andrea. Our Blood. TarcherPerigree, 1981, pp. 78,79.

 

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