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Mano nella mano, anche noi possiamo

Mano nella mano, anche noi possiamo

La storia di Davide e dei suoi genitori, Loredana e Gianni, che davanti alla prima porta chiusa hanno capito una cosa fondamentale: per costruire davvero un futuro, a volte, bisogna iniziare da sé stessi. Mano nella mano

Giovedi, 14/05/2026 - Davide nasce da un parto gemellare prematuro. Riporterà danni che comporteranno, per il resto della sua vita, una disabilità complessa ad alto carico assistenziale, anche psichica.
«Ero giovane, amavo il mio lavoro di infermiera. Non ho voluto rinunciarci nonostante abbia fatto i salti mortali per riuscire a tirare su i gemelli. Fortunatamente Simone, il fratello di Davide, non ha subito danni a causa del parto prematuro».
Racconta Loredana Fiorini, presidente di Hermes APS, di non avere mai portato i propri problemi familiari sul posto di lavoro, ma di essersi battuta con tutte le proprie forze per i diritti relativi alla Legge 104/92 di tutti i lavoratori e le lavoratrici con familiari da assistere, come lei.
Questo ci dice molto sul suo conto.
«Fin dalla nascita di Davide un pensiero mi ha accompagnato senza mai lasciarmi: “il durante noi, qui e ora”. Ho subito capito che il suo benessere psicofisico dipendeva interamente da me, da suo padre: una grande responsabilità che mi ha dato una grande forza».
È un pensiero che non si ferma quello di Loredana: si sposta nel tempo e cresce insieme a Davide, fino a trasformarsi, inevitabilmente, in un’altra domanda, la più difficile, la più angosciante: il “dopo di noi”.
E poi quel punto interrogativo prende forma quando Davide compie tredici anni e la sua neuropsichiatra infantile suggerisce a Loredana di iniziare a pensare a un’alternativa alla scuola, perché il percorso che lo attende non è in grado di accoglierlo davvero.
«Con una lista di centri diurni in mano, insieme a mio marito prendemmo un primo appuntamento. Andammo ovviamente insieme a Davide. Ascoltammo, osservammo. Io provai a immaginare, ma mi dissero che, con la sua disabilità ad alto carico assistenziale, Davide non poteva essere inserito in quel Centro Diurno».
È in quel momento che tutto cambia.
«La soluzione per il dopo la scuola la dobbiamo creare noi», dice Loredana a suo marito, seduto alla guida accanto a lei, mentre tornano a casa.
Loredana reagisce immediatamente. Sa di vivere una condizione di maternità estrema, ma non vuole seppellire la propria vita e quella di suo figlio sotto il principio di realtà: l’emarginazione sociale, l’abbandono da parte delle istituzioni, la sopravvivenza quotidiana.
In quel “noi” c’è già tutto, a partire dalla coppia che si sostiene, che tiene insieme forza e paura senza cedere. Una forma di unione che farà la differenza.
È una storia, quella di Davide e dei suoi genitori, che Loredana mi racconta facendomela vivere in tre dimensioni. Tanti particolari, tanti passaggi: il racconto è fitto. Comprendo quanto sia difficile, per lei, rinunciare anche a un solo tassello di un puzzle costruito con tanta fatica e dedizione.
A destra, a sinistra, sopra, sotto: nella vita di questa famiglia tutto si muove insieme. Io ne sono coinvolta emotivamente. È tanto ciò che stanno costruendo per Davide e, insieme, affluiscono responsabilità, impegni, scelte. Io stessa mi sento come presa per mano da lei mentre mi mostra che insieme si può.
Percorro il suo racconto come una strada che porta in avanti, senza possibilità di voltarsi indietro, per non diventare statue di sale. Ci sono scelte che implicano una serietà che non prevede ripensamenti, come certe forme di maternità estrema, che tante donne, come Loredana, vivono ogni giorno.
Oggi Davide è un uomo. Un uomo che non ha mai mollato. Ha trovato il suo posto nel mondo, fatto di piccoli spazi e tanti bisogni, ma abitato da una presenza che ogni giorno continua a dire sì alla vita.
E da qui si apre un altro livello della storia. Quello delle altre madri, del bisogno che esce dalla dimensione privata e diventa qualcosa di condiviso.
L’Associazione Hermes nasce nel 2010, da un gesto semplice e radicale. Tre madri decidono di non aspettare oltre: «La soluzione per il dopo la scuola la dobbiamo creare noi».
All’inizio è solo un atto formale, uno statuto chiuso in un cassetto, mentre la vita continua a chiedere presenza: Davide, la scuola, Simone, la crescita, gli equilibri familiari. Poi qualcosa si muove.
Nel tempo, grazie anche alla disponibilità di una dirigente scolastica e alla collaborazione tra famiglie e amici, nascono i primi laboratori socio-occupazionali.
Tre giorni a settimana, gratuiti, dentro una scuola. Uno spazio che non esisteva, e che prende forma.
La risposta cresce. I ragazzi aumentano, le famiglie si avvicinano, il bisogno si allarga.
E quello che nasce da una necessità personale diventa, nel tempo, un progetto sociale.
Hermes diventa un luogo in cui stare.
Non c’è distinzione tra disabilità, per tipologia o intensità: ci sono persone, giovani adulti che chiedono una cosa semplice: continuare a far parte del mondo.
“Mano nella mano, anche noi possiamo”.
A questo punto, con questo ricorrente “lo dobbiamo creare noi”, a me viene in mente Ursula di Cent’anni di solitudine, di Gabriel García Márquez, che mentre gli uomini sono impegnati anche nella guerra continua a creare nuove stanze nella casa per ampliarla. La famiglia cresce, c’è bisogno di più spazio. È un gesto creativo ma anche tragico: una maternità estrema. È la maternità che non abbandona e continua a costruire, nonostante la guerra, nonostante il mondo cada, nonostante le formiche rosicchino i muri della casa, minandone le fondamenta. La madre continua a edificare.
Dice Loredana: «La partecipazione delle famiglie è fondamentale, e allo stesso tempo difficile. La vita del caregiver è faticosa, consuma energie, e con il tempo le forze diminuiscono mentre le preoccupazioni aumentano. Ma una piccola associazione vive di senso di comunità e, quando questa coesione viene meno, quando la partecipazione si indebolisce, tutto diventa più fragile».
Loredana fa fatica a coinvolgere le famiglie a collaborare attivamente all’interno dell’associazione.
«È l’unione a fare la differenza», conclude Loredana. Ed è qui che si sente tutta la forza di un carattere:
«Costruire insieme significa restare, partecipare, condividere. Significa trasformare un bisogno personale in un progetto di vita».
Questa storia ci racconta che, in una società come la nostra, ciò che fa la differenza è ancora una volta avere una famiglia che sostiene, una madre instancabile al di là di come va il mondo e di come, troppo spesso, sono le persone.
«La verità è che costruire il “durante e dopo di noi” è faticoso» osserva consapevole Loredana. «Le famiglie sono stanche, consumate da una quotidianità che non lascia tregua. E anche gli operatori, a volte, crollano: è il burnout.
La spinta a non mollare mai me la dà Davide. Cadere sì, è ammesso, purché ci si rialzi sempre».
Ci fermiamo qui.
Ogni cosa che Loredana racconta mi sembra essere, allo stesso tempo, il contenitore di ciò che seguirà e il contenuto di ciò che la precede. Una sorta di gestalt, perlomeno pare a me.
Ha tanta esperienza Loredana Fiorini e io le sono grata per averla condivisa con noi.
E forse è proprio da qui che si continua a costruire. Mano nella mano. E questo Loredana sa farlo bene: ha preso per mano anche me e, con il suo racconto pieno di immagini, mi ha fatto vedere la sua vita ed è stato come indossare i suoi occhi, essere per un momento dentro il suo sguardo: un’immersione nella sua vita, che mi è parso di vivere in 3D.
Marina Morelli 

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