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Mentre la parola “women” scompare gradualmente

Mentre la parola “women” scompare gradualmente

Dalla lista di parole proibite dall'amministrazione americana al femminicidio politico di Renee Nicole Good

Domenica, 18/01/2026 - Tra la famigerata lista delle parole proibite dall’amministrazione Trump a marzo 2025, un lunghissimo elenco da applicare ai documenti pubblici e alle policy dei siti federali, c’è anche "women". Far scomparire da questi spazi un vocabolo che descrive il 52% della popolazione mondiale è un’operazione estremamente ambiziosa; insieme a “donne” ce ne sono molte altre di parole “vietate”: riguardano l’orientamento sessuale, l’identità di genere, l’immigrazione e il cambiamento climatico. Sono tematiche considerate controverse dall’amministrazione attuale. Eppure, nonostante l’apparente assurdità della direttiva, in meno di un anno molte di queste parole sono scomparse da molti luoghi in cui eravamo abituate/i a vederle; non si sono solo dissolti i vocaboli sui siti federali, ma anche parte dei diritti civili che ne garantivano l’applicazione. Nel contesto dell’istruzione universitaria si sono ridotti fortemente i fondi per fare ricerca in queste aree. Come si può, ad esempio, approfondire la medicina di genere, di cui c’è molto bisogno, se i progetti di ricerca su quest’ultima non sono più incoraggiati e tantomeno finanziati? Caso eclatante di questi giorni è quella della Texas A&M University, che ha cancellato un corso di etica - dopo l’inizio del semestre - che si occupa delle complesse intersezioni tra genere, razza, religione ed identità nel contesto di public policy. Che cosa si dovrebbe insegnare, quindi, nelle università? Forse un sapere precedentemente approvato? O il pensiero critico, come questo corso di etica avrebbe fatto? L’università è per eccellenza il luogo della curiosità intellettuale, dell’apprendimento, della messa in discussione, del confronto. Luogo di riflessione, di studio, di scambio di opinioni, anche di quelle “scomode” in cui la cancellazione di tematiche e parole non portano giovamento. Le difficoltà, infatti, devono essere affrontate per essere eventualmente smantellate.

Renee Nicole Good è morta il 7 gennaio a Minneapolis, mentre la parola “donne” scompare gradualmente dai siti federali, dalla ricerca universitaria, dalle lezioni in facoltà. È stata uccisa da un agente dell’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement). Sul suo femminicidio politico girano più versioni: quella degli agenti ICE, sostenuta anche dall’attuale amministrazione Trump, e le inchieste del New York Times e della CNN ricostruite con i video delle persone che filmavano la scena. Good era una poetessa, forse avrebbe potuto essere salvata da un intervento medico offerto subito dopo il colpo di arma da fuoco, ma l’aiuto è stato rifiutato. Quando sono arrivati i soccorsi del 911 era già troppo tardi: i suoi figli, sua moglie e le sue amicizie non potranno più ascoltare la sua voce. Il femminicidio è l’uccisione di una donna che è uscita dagli schemi patriarcali a cui era stata confinata; ha ostacolato il potere maschile, si è lamentata, non ha accettato la gabbia prestabilita. Good con gentilezza non ha accettato il trattamento disumano nei confronti delle migranti e dei migranti da parte degli agenti dell’ICE. Avremmo potuto trovarci tutte in quella stessa situazione, in preda al panico, in una scena che sembra surreale, ma che è diventata la nuova quotidianità americana, quel Gilead descritto ne "Il racconto dell’ancella" della scrittrice canadese Margaret Atwood. Per non essere coinvolte, per non andarci di mezzo si dovrebbe stare in silenzio come le ancelle: studiose, giornaliste, attiviste, intellettuali, persone con una visione del mondo pacifica, femminista ed inclusiva. E se parlassimo tutte, invece, come nella serie televisiva in cui le ancelle danno vita ad una vera e propria resistenza contro il regime con i mezzi a loro disposizione? E se la voce del femminismo, altro vocabolo che l’amministrazione vorrebbe cancellare, dicesse basta? Basta alla prepotenza, basta alle armi per uccidere altrettante donne e bambine a Gaza e in altri luoghi del mondo, basta a una politica nazionale e internazionale scellerata? Se le donne scioperassero, bloccando una o più nazioni? Come lo sciopero delle islandesi del 1975 contro la disuguaglianza salariale e le ingiuste condizioni lavorative?
Renee Nicole Good non sarà dimenticata, e con lei molte altre donne punite dal patriarcato; vittime, ma allo stesso sopravvissute nel ricordo e nella voce di molte, come nella terminologia usata da molte, nonostante i "divieti"; in un momento storico senza umanità, forse solo l’unione delle “ancelle” può cambiare il corso degli eventi.

Francesca Calamita è professoressa associata presso l'Università della Virginia. Si occupa di studi sulle donne e di genere nel contesto italiano ed europeo, con uno sguardo più ampio rivolto al contesto globale. Autrice di "Visibili e influenti" (2023) e "Linguaggi dell'esperienza femminile" (2015), i suoi contributi sulle politiche di genere che si applicano ai corpi delle donne in Occidente e in Medio Oriente sono stati pubblicati di recente sulla rivista accademica "Women's Studies International Forum".
@frances.kalam

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