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Mi presento: sono Martina Marchiò, operatrice umanitaria e autrice

Mi presento: sono Martina Marchiò, operatrice umanitaria e autrice

Incontri di letteratura, musica e arte per raccontare la creatività delle donne

Domenica, 10/05/2026 - Incontriamo Martina Marchiò, operatrice umanitaria e autrice torinese che da nove anni lavora con Medici Senza Frontiere. Si è laureata in Scienze Infermieristiche nel 2013 e nel 2017 è partita per la prima missione con questa ONG. Da quel giorno non si è più fermata, ha lavorato nel continente africano – in Congo, Mozambico, Etiopia, Sud Sudan –ma anche in Messico, Grecia, Bangladesh e Afghanistan. Dopo il 7 ottobre 2023 è stata a Gaza nel 2024 e ha raccontato la sua esperienza nel libro Brucia anche l’umanità. Diario di un’infermiera a Gaza con Infinito Edizioni. Sempre per la stessa casa editrice aveva pubblicato nel 2023 Memorie dal campo di un’infermiera zen.
È tornata a Gaza City con Medici Senza Frontiere tra aprile e giugno 2025.
Martina sarà a Le Muse Festival, quest’anno dedicato al tema attualissimo della guerra e del suo superamento, a Sanremo il 14 giugno.

Ciao Martina, grazie per aver accettato di farti intervistare. Parlaci un po’ di te… ci racconti chi sei? Cosa ti ha spinto a scegliere un lavoro tanto impegnativo quanto rischioso? Come hai capito che volevi diventare un’operatrice umanitaria?
Sono una persona che sente il bisogno di lottare quando vede profonde ingiustizie, l’ingiustizia è il motore che attiva in me una rabbia costruttiva che poi si concretizza nell’azione medica e nella testimonianza. Durante gli studi universitari è arrivata una lenta consapevolezza guardando il mondo e sentendo che la mia professione poteva fare una piccola differenza in contesti di crisi dimenticate.
Ciò che mi ha spinta non è il gusto per il rischio, ma l'impossibilità di restare a guardare. Ho capito che volevo diventare un’operatrice umanitaria quando ho realizzato che il diritto alla salute non è distribuito equamente e che volevo mettere le mie mani e le mie competenze al servizio di chi è escluso da tutto.

Non credo sia facile possedere i requisiti per diventare operatrice umanitaria. Quali caratteristiche umane e quali competenze bisogna avere? Quale è stata la tua prima esperienza di lavoro umanitario?
Oltre alle competenze tecniche, che devono essere solide perché spesso ti trovi a decidere in pochi secondi con risorse minime, servono adattabilità, resilienza e capacità di accettare ciò che non puoi cambiare. Ma la caratteristica umana fondamentale è la capacità di entrare in contesti culturali diversi senza la presunzione di avere la verità in tasca.
La mia prima missione con Medici Senza Frontiere è stata nel 2017. È stato l'inizio di un viaggio che mi ha portata in contesti estremi, dal Congo all'Afghanistan, e che ha resettato completamente la mia scala di priorità.

Da questa tua prima missione è nato anche un libro, “Memorie dal campo di un’infermiera zen”. Cosa ti ha spinto a mettere nero su bianco quello che avevi vissuto?
La mia salute mentale è sempre passata dalla scrittura. In missione assorbi un carico emotivo enorme; mettere nero su bianco mi ha aiutata a elaborare il dolore, a fare ordine nei pensieri e a trovare pace dentro di me. Il titolo "infermiera zen" riflette il tentativo di mantenere un centro, un equilibrio interiore, anche quando intorno tutto sembra crollare. Volevo che le persone potessero vedere attraverso i miei occhi, non solo la tragedia, ma anche l'umanità che resiste.

Ho letto il tuo libro “Brucia anche l’umanità. Diario di un’infermiera a Gaza” sempre di giorno, mai di sera, a letto, come faccio di solito. E a ragione: sono certa che mi avrebbe tenuto sveglia. Perché hai deciso di scriverlo? Sei arrivata a Gaza dopo il 7 ottobre, è stata una scelta consapevole? Raccontaci il primo ricordo che ti viene in mente quando ci ripensi. Gaza secondo te rappresenta uno spartiacque nella storia dell’umanità?
Gaza per me sono i bambini che prima dell’invasione di terra di Rafah, città ormai rasa al suolo, ancora giocavano con gli aquiloni e guardando in alto oltre agli aquiloni c’erano i droni. Un’immagine che mi ricorda l’infanzia che resiste alla violenza e alla morte.
Ho scritto questo libro perché il silenzio sarebbe stato una colpa. Raccontare la mia esperienza e le storie dei miei colleghi palestinesi mi sembrava fondamentale, una scrittura semplice e diretta da poter arrivare anche nelle scuole e restare a memoria per sempre. Gaza è genocidio, è un luogo dove l'umanità sembra essersi consumata. La mia è stata una scelta assolutamente consapevole: sapevo che lì c'era un bisogno disperato di cure e di testimonianza, e ho scelto di fare qualcosa nel mio piccolo.
Credo che Gaza sia uno spartiacque. Rappresenta il fallimento del diritto internazionale e della nostra capacità di proteggere i più vulnerabili. Se "brucia l'umanità" lì, brucia un po' anche la nostra, ovunque siamo.

Chi si impegna nel lavoro umanitario è confrontato con il problema della colpa: i familiari convivono con la paura che succeda qualcosa… che problemi sorgono in famiglia? Si è costretti a nascondere delle cose?
È la parte più difficile. Quando parti, porti con te il peso della preoccupazione di chi resta. C’è una forma di "colpa" nel sapere che la tua scelta di aiutare gli altri infligge ansia a chi ti ama. Partire significa dover accettare di essere un po’ egoisti, perché la tua scelta farà soffrire le persone che più ami. Spesso sì, si tende a omettere i dettagli più crudi o i pericoli immediati per proteggerli. È un equilibrio precario tra il bisogno di verità e il desiderio di non ferire chi è a casa.

Cosa ti resta di questi anni sicuramente intensi ma anche difficili? Cosa hai imparato? Sei cambiata? Mi sembra di capire che vuoi continuare a lavorare come operatrice umanitaria… quale sono oggi le tue motivazioni?
Mi resta la consapevolezza che la vita è un soffio e che la dignità e la vita umana sono sacre, dovunque. Sono cambiata profondamente: sono più essenziale, sicuramente più disincantata, ma ho ancora una grande passione per il mio lavoro e una profonda fiducia nell’umanità buona che ancora resiste.
Ho imparato che non posso salvare il mondo, ma posso fare la differenza nel mio piccolo. Tante piccole gocce insieme fanno l’oceano che può portare al cambiamento, c’è bisogno di persone coraggiose che ci credano insieme!

Grazie di cuore, Martina.

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