Giovedi, 05/03/2026 - Incontriamo Yuleisy Cruz Lezcano, poeta, scrittrice, traduttrice, attivista e professionista della salute. Nata a Cuba, a Santa Clara, dove ha frequentato le scuole superiori, vive a Marzabotto. È laureata in Scienze Biologiche e in Scienze Infermieristiche e Ostetriche presso l’Università di Bologna. Frequenta attualmente un master in Gestione della Violenza in ambito sociale, sanitario ed educativo, un percorso che riflette il suo impegno attivo sul campo. Autrice di diciotto libri, alcuni dei quali pubblicati in edizioni bilingue (italiano/spagnolo o spagnolo/portoghese), ha ottenuto riconoscimenti in diversi premi letterari in Italia e all’estero.
Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Di un’altra voce sarà la paura (Leonida Edizioni, 2024), Doble acento para un naufragio (Edições Fantasma, 2023), L’infanzia dell’erba (Melville Edizioni, 2021), Demamah: il signore del deserto (Monetti Editore, 2019), Inventario delle cose perdute (Leonida Edizioni, 2018) e Fotogrammi di confine (Laura Capone Editore, 2017).
Ciao Yuleisy, grazie per aver accettato di fare quest’intervista. Prima di parlare di libri, vorrei che ci raccontassi un po’ di te... Sei nata a Cuba, a Santa Clara, dove hai anche frequentato le scuole superiori. Quando sei venuta in Italia? Cosa ti ha spinto? Qual è il ricordo più bello che hai della tua città? Come ti trovi in Italia?
Sono nata a Santa Clara, nel cuore di Cuba, e lì ho frequentato le scuole superiori. Nel 1992 sono arrivata in Italia. È stato un passaggio radicale, non solo geografico ma esistenziale. Mi ha spinto il desiderio di cercare nuove possibilità, di studiare, di crescere, di misurarmi con un altrove che intuivo necessario per la mia formazione umana e culturale. Il ricordo più bello della mia città è la luce: una luce intensa, verticale, che cadeva sui muri scrostati e li trasformava in scenografie vive. Ricordo la musica che riempiva le strade senza chiedere permesso, il senso di comunità, la forza ironica delle persone anche nelle difficoltà. Cuba è stata la mia prima grammatica del mondo. In Italia ho trovato complessità e accoglienza. Non è stato sempre semplice: essere straniera significa spesso dover dimostrare di più, attraversare pregiudizi sottili. Ma ho incontrato anche calore umano, amicizie profonde, opportunità di studio e di crescita. Oggi vivo tra due appartenenze: sono radice e movimento insieme.
Con la politica di Trump, secondo il quale Cuba sarebbe una “emergenza nazionale” per la sicurezza degli Stati Uniti, la mancanza di energia ha paralizzato il paese: famiglie, imprese e istituzioni sono senza elettricità, la produzione industriale si è fermata così come la distribuzione di cibo. Mancano acqua potabile e servizi sanitari. Il carburante è introvabile e costoso, i trasporti pubblici sono rari… hai notizie dirette da Cuba? Cosa pensi del blocco petrolifero?
Ho notizie dirette attraverso amici e familiari. La situazione è estremamente difficile: mancanza di elettricità, carenza di carburante, difficoltà nell’accesso ai beni essenziali, problemi nei servizi sanitari. È una crisi che pesa soprattutto sulle persone comuni, sulle famiglie, sugli anziani. Le tensioni geopolitiche e le politiche restrittive hanno aggravato una condizione già fragile. Ogni misura economica ha ricadute concrete sulla vita quotidiana: non resta mai astratta. Io guardo Cuba con amore e con senso critico. Non posso romanticizzare il dolore, ma non rinuncio neppure alla dimensione poetica e culturale che mi ha formata. L’isola che porto dentro non coincide completamente con quella che oggi soffre, ma continua a essere una costellazione interiore che mi orienta.
La tua silloge “Di un’altra voce sarà la paura”, un libro che ti ha dato tante soddisfazioni, racconta la violenza contro le donne, un tema che ti sta molto a cuore e sul quale continui a studiare…dal libro è nato anche un progetto educativo e di sensibilizzazione itinerante dedicato a contrastare la violenza di genere, ma anche la violenza sui bambini e sugli anziani. Ce ne vuoi parlare?
Dopo la pubblicazione di Di un’altra voce sarà la paura ho capito che la scrittura non poteva restare chiusa nella pagina. Quel libro è stato un inizio, non un approdo. È nato così un progetto educativo e di sensibilizzazione itinerante contro la violenza sulle donne, sui bambini e sugli anziani. Ho attraversato scuole, biblioteche, associazioni, istituzioni, portando letture poetiche, incontri, dialoghi aperti. Ogni appuntamento è diventato un laboratorio umano prima ancora che culturale. Ho sentito la necessità di approfondire con rigore il linguaggio della violenza, perché le parole possono giustificare o possono liberare. Per questo ho intrapreso un Master universitario di secondo livello sulla violenza e sulla comunicazione.
A breve inizierò anche un’esperienza pratica in una casa rifugio, lavorando con donne e bambini vittime di violenza. Lì la parola dovrà essere ancora più responsabile, più attenta, più vera.
Di recente hai cominciato a scrivere poesie e articoli riguardo alle morti sul lavoro, una strage che in Italia conta ogni anno più di mille vittime. Hai anche intrapreso quello che tu chiami “un dialogo di accompagnamento” con alcuni familiari delle vittime… raccontaci!
Da alcuni anni seguo con attenzione le morti sul lavoro. In Italia le vittime sono più di mille ogni anno. I numeri, però, rischiano di anestetizzare. Ogni incidente è una casa che si svuota, una famiglia che cambia per sempre. Ho sentito il bisogno di trasformare quei dati in volti, in nomi, in storie. Ho avviato quello che chiamo un “dialogo di accompagnamento” con alcuni familiari delle vittime: un ascolto rispettoso, mai invasivo. Scrivere, in questo caso, è un atto di veglia civile. È un modo per oppormi all’indifferenza e restituire dignità alle assenze.
I temi dell’identità migrante e della memoria diasporica sono importanti nella tua scrittura, così come il tuo percorso di ricerca interculturale; è qualcosa che comprendo profondamente, avendo vissuto io stessa per molti anni all’estero in un contesto culturale e linguistico piuttosto diverso dal mio. Interculturalità è il futuro? La convivenza pacifica e l’integrazione di lingue, tradizioni e culture diverse è un sogno o può secondo te diventare realtà?
Credo che l’interculturalità non sia un sogno ingenuo ma una necessità storica. La mia vita è una diaspora poetica prima ancora che geografica. Vivo tra due lingue che non si annullano ma si ampliano. Sogno in italiano quando sono in Italia e in spagnolo quando torno in un contesto ispanofono. La convivenza pacifica non significa cancellare le differenze, ma imparare a dialogare con esse. È un processo lento, che richiede educazione, ascolto, responsabilità politica e culturale. Non è semplice, ma è possibile. Io stessa sono il risultato di questa integrazione complessa.
Raccontaci la tua esperienza di traduttrice letteraria – sia dall’italiano che dallo spagnolo, complimenti!
Per me la traduzione non è mai stata un semplice trasferimento di parole da una lingua all’altra. È un atto creativo, etico e poetico, che richiede attenzione alla struttura, al simbolismo, ai ritmi, ai modi di dire, ma anche alla complessità cognitiva ed emotiva del bilinguismo. Tradurre significa abitare la voce dell’altro senza tradirla, attraversando non solo le sfumature linguistiche, ma anche quelle culturali, sociali e storiche. Chi vive tra due lingue sviluppa una doppia sensibilità: la capacità di percepire sfumature di significato, tonalità e registri che per un monolingue resterebbero invisibili. La traduzione poetica sfrutta questa elasticità cognitiva: occorre cogliere non solo il senso delle parole, ma la musica interna di un testo, il ritmo del verso, le pause, le rime e i silenzi, la scansione delle immagini, il peso emotivo delle metafore. Ogni poesia è un microcosmo, e tradurla significa ricrearlo in un’altra lingua, mantenendo la densità simbolica senza spezzarne il respiro. I modi di dire e le espressioni idiomatiche, poi, rappresentano un aspetto particolarmente delicato: ogni lingua custodisce immagini radicate in una cultura, in un paesaggio, in una storia condivisa. Tradurre significa decidere se restituire l’estraneità, lasciando emergere la distanza culturale, oppure trovare equivalenti capaci di suscitare emozioni simili, senza banalizzare il testo. È un esercizio continuo di appropriazione espressiva, basato su studio profondo, letture comparate, riscritture e ascolto attento della lingua parlata e scritta.
Hai curato performance poetico-teatrali come “Intrecci: la fatica e il canto”, presso il Museo Nazionale della Paglia a Signa. Sono curiosa: di che progetto artistico si tratta?
“Intrecci: la fatica e il canto” è stato un progetto poetico-teatrale e musicale nato in occasione dell’inaugurazione del Museo Civico della Paglia di Signa. È stato uno spettacolo costruito come un tessuto vivo: parola, memoria storica, canto e musica intrecciati tra loro, proprio come le trecce di paglia lavorate dalle donne signesi. Il cuore poetico della manifestazione si apriva con versi come:
Arriva la pioggia della vita
con una cesta piena di paglia,
con un sorriso che abbaglia
trascina la fatica e il sudore
e con le mani intrise d’amore
intesse treccia a treccia un cappellino…
Da questa immagine nasceva l’intero impianto drammaturgico, creato da me e da Antonello Nave, il regista del gruppo Altroteatro di Firenze. La paglia trasformata in arte, la fatica trasformata in canto, il lavoro umile elevato a gesto poetico. I testi che ho scritto, tra cui “Canto al cappello di paglia”, “Il cappello di Signa”, “Meraviglia artigianale”, celebravano non solo l’oggetto, ma l’universo umano che lo rende possibile: le mani pazienti, i davanzali assolati, il rumore della trebbiatrice, le trecce che si allungano come destini condivisi.
Le mie poesie, scritte per l’occasione, sono nate anche grazie alle fotografie storiche che mi ha concesso Fiorenza Puccini, nipote di Nada Puccini di Signa. Quelle immagini, che ancora oggi custodisco nel mio archivio come un tesoro, sono state la scintilla visiva ed emotiva del progetto. Guardando il volto di Nada e di tutte le altre donne di Signa, quei grembiuli, quelle posture concentrate sul lavoro, ho sentito il bisogno di restituire loro voce e respiro.
Che progetti hai per il futuro?
Il futuro, per me, non è una linea retta ma un orizzonte che si muove, come quello che vedevo dalla Loma del Capiro: sembra lontano, ma ti chiama. Ho ancora molti semi da piantare, e ognuno ha un colore diverso.
Continuare a scrivere poesia è il mio primo respiro. Sto lavorando a una nuova raccolta che attraversa tre geografie interiori: Cuba, l’Italia e quel territorio invisibile che è la migrazione dell’anima. Vorrei che fosse un libro fatto di acqua e di radici, di memoria e di corpo, dove le lingue si sfiorano senza chiedersi il permesso. Nel cassetto custodisco anche un progetto narrativo a cui tengo molto. Sto progettando anche un libro ibrido, a metà tra poesia e testimonianza civile, dedicato alle morti sul lavoro e al tema della cura.
Un altro progetto che mi accompagna è l’ampliamento del percorso educativo contro la violenza di genere e la violenza sulle fragilità. Sogno una rete stabile tra scuole, operatori sanitari, centri culturali, dove la poesia diventi strumento di prevenzione e consapevolezza.
Il mio futuro lo immagino così: pieno di pagine ancora bianche, di viaggi tra scuole e biblioteche, di letture condivise, di ponti costruiti parola dopo parola.
Ci regali una tua poesia?
L’isola in versi (inedita)
La mia isola mi attende
con il suo porto nell’ombra,
nel volo dei suoi rami
galleggianti sulle onde.
Mi attende come una preghiera
che non trova riva.
La diaspora è inesauribile
zigzag della disperanza,
un’altalena che sale e scende
tra ciò che ero e ciò che resto.
Nelle mie mani scorrono vene d’acqua,
dolci e fredde come pelli di frutti liquidi.
E sotto i ponti della memoria
strisciano terrosi animali,
si dileguano per case inventate
con il tetto di palma.
La mia isola è un’isola divisa:
in Italia mi sono fermata
su numeroso calore umano,
rive piene di spighe e aironi bianchi,
ma ogni approdo era ed è
un sentiero fluente
che non smette di chiamarmi altrove.
Davanti a me si continua ad aprire
un litorale stupefatto,
un portico della sorpresa,
figure cancellate dell’innocenza.
E io resto in una lotta silenziosa
tra le onde del pensiero.
Mi muovo ancora
con occhi che vanno
negli impulsi del terreno,
nel risucchio sonnolento.
Sento nella mia carne occhi
senza palpebre,
che dentro un turbinio di foglie,
vegliano sulla mia doppia assenza.
Talvolta la mia terra
è uno sguardo di pietra,
contempla l’infinitudine dell’humus
e la lucertola immobile.
Vedo tra le mie dita
il segnale della piazza,
la chiesa di mattone
bella e distrutta.
Io mi riposo e mi riconosco
nello spazio vuoto
degli angeli sul muro,
in questo gioco di echi,
Chissà!
Se la terra può riconoscermi
ancora figlia!
Sento il dolore,
sono anche io una terra ferita,
piena di sangue e cupidigia
che spaventa i passeri.
La terra mi fa e mi programma,
con il dolore del conflitto,
senza margini.
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