«Quello che mi faceva più male da bambina non era la disabilità di mia madre, ma lo sguardo degli altri. Il modo in cui la fissavano per strada, le parole dette senza pensarci e quel soprannome: “la gobbetta”.»
Inizia così la storia di Michela, oggi madre di tre figli, due dei quali con disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), felicemente sposata e circondata, come lei stessa racconta, da una famiglia che la ama profondamente.
Quando le chiedo chi sia Michela oggi, prima ancora di parlare delle difficoltà, lei parte dalla fortuna: «Mi ritengo molto fortunata perché ho una bella famiglia, con un marito che mi vuole un mondo di bene e tre figli che mi amano immensamente.»
Poi arriva subito il ricordo di sua madre: una donna di origini siciliane, arrivata a Roma da bambina insieme alla famiglia, composta da quattro figlie.
Una grande lavoratrice, impiegata alle Poste, una donna con una disabilità fisica che non le aveva impedito di costruirsi la propria autonomia: «Mia madre mi ha insegnato tutto. Soprattutto, mi ha insegnato che una madre può essere anche una lavoratrice. Lei aveva una disabilità, eppure lavorava. Era una persona molto disponibile e tanto, tanto dolce. Affrontava la vita con il sorriso e con grande gioia.»
Michela dice di sentirsi molto simile a lei: «Sono un po’ chioccia, forse troppo protettiva, ma molto semplice. Mi sento molto uguale alla mia mamma, o almeno spero di essere almeno un pochino come lei.»
Essere figlia di una donna con disabilità l’ha naturalmente portata a responsabilizzarsi molto presto.
Da bambina aveva imparato a collaborare in casa e a diventare autonoma prima di molti suoi coetanei: «Forse sono cresciuta troppo in fretta, ma non lo rimpiango. Anzi, sono contenta, perché credo di avere trasmesso ai miei figli la stessa autonomia.»
Oggi Michela è a sua volta una donna che lavora e una madre di tre figli.
Accanto al lavoro e alla famiglia porta avanti anche un impegno concreto nella sua parrocchia, dove è catechista.
Due dei suoi figli hanno una diagnosi di ADHD, ma con caratteristiche molto differenti.
Riccardo, il maggiore, presenta un disturbo molto più marcato. Michela racconta che la sua iperattività era evidente fin da piccolissimo: «Nella pancia non stava fermo neanche un attimo. Forse avrei dovuto capirlo già da lì.»
Al nido e alla scuola materna seguirlo era molto difficile. Con l’arrivo dei gemelli, poi, la gelosia aveva reso ancora più complessa una situazione già faticosa. La diagnosi più precisa è arrivata grazie anche all’attenzione di un’insegnante delle elementari, dopo che alla scuola materna il disturbo non era stato riconosciuto.
Per molto tempo Riccardo era apparso agli occhi degli altri semplicemente problematico, poi, con il percorso diagnostico, con il sostegno degli specialisti e anche con l’aiuto di una terapia farmacologica, molte cose sono cambiate: «Ha migliorato il rapporto con i professori e con i compagni e non è più apparso come un bambino maleducato e viziato, ma come un bambino adorabile che si è fatto voler bene da tutti.»
Gabriele, uno dei gemelli, presenta invece una forma più lieve di ADHD, associata a dislessia, discalculia e disgrafia.
Le sue difficoltà sono diverse da quelle del fratello.
Se Riccardo appariva agli altri come un bambino difficile da contenere, Gabriele rischiava invece di rimanere indietro rispetto ai compagni: «Con i giusti supporti, però, è migliorato moltissimo.»
I suoi tre figli, due dei quali con la stessa diagnosi, hanno profili completamente diversi.
Anche il rapporto di Michela con loro cambia: «Li amo nello stesso modo, naturalmente. Però con mio figlio grande entro molto più spesso in conflitto. Nonostante il percorso di psicoterapia fatto anche insieme a mio marito per imparare a gestire meglio certi suoi atteggiamenti, a volte ci casco e perdo il controllo.»
Michela racconta la fatica: «Essere mamma di un figlio con ADHD non è molto semplice, soprattutto con mio figlio grande. È un continuo litigio, un continuo stare attenta a non ferirlo, ma allo stesso tempo cercare di parlargli per aiutarlo a modificare alcuni comportamenti. È veramente molto complicato e a volte è estenuante.»
Il giudizio degli altri, in questo percorso, ha pesato molto. Quando le chiedo se si sia mai sentita giudicata come madre, la risposta arriva immediata: «Eccome!»
Riccardo veniva percepito come un bambino problematico. Gabriele come un bambino semplicemente troppo vivace, capace di creare confusione in classe perché spesso non riusciva a seguire come gli altri.
Eppure Michela racconta di essere stata anche fortunata, soprattutto nel rapporto con la scuola.
Insieme alla neuropsichiatra e alla psicologa ha cercato gli istituti più adatti ai bisogni dei figli, trovando ambienti preparati e una rete professionale capace di sostenerla: «Certo, mi è capitato di dover difendere e mediare, ma sono stata supportata molto dalla psicologa e dalla neuropsichiatra, anche durante i GLO.»
Michela è cresciuta all’interno di una forte educazione cristiana, ma il suo rapporto con la religione non è stato sempre lineare.
Quando sua madre si ammalò pregò molto. Quando morì, a soli 61 anni, provò invece una rabbia profonda e si allontanò da quella fede che fino ad allora aveva fatto parte della sua vita.
Negli anni successivi, accanto all’uomo che sarebbe diventato suo marito, quella dimensione è tornata ad appartenerle.
La scelta di sposarsi in Chiesa ha corrisposto a qualcosa di radicato nella sua educazione e nel suo modo di concepire la famiglia, senza tuttavia trasformarsi nel desiderio di imporre ai figli le proprie convinzioni.
La fede per lei è importante, ma altrettanto importante è lasciare ai figli la libertà di scegliere. È accaduto con il loro percorso religioso ed è accaduto anche quando hanno dovuto decidere quale scuola superiore frequentare. Anche quando non condivideva completamente le loro decisioni ha cercato di rispettarle in accordo con suo marito.
Alla domanda su che cosa desideri per il loro futuro, infatti, Michela non parla di successo, di risultati o di traguardi particolari ma risponde: «Vorrei che stessero bene e fossero felici. Vorrei che facessero le loro scelte con la testa. Vorrei soltanto che si sentissero realizzati e felici.»
A questo punto la storia di Michela mi riporta al suo punto di partenza: da bambina soffriva quando vedeva gli altri fissare sua madre e ridurla alla sua disabilità e oggi prova lo stesso dolore quando sente che i suoi figli vengono guardati attraverso uno sguardo che li giudica prima ancora di comprenderli.
Cambiano le generazioni, cambiano le diagnosi, cambiano le parole, ma quello sguardo discriminatorio Michela lo riconosce subito perché lo conosce bene.
E, da quanto emerge dal suo racconto, io credo che sia anche la sua storia personale, fatta di legami, responsabilità e vita vissuta a non permetterle di fermarsi di fronte a un comportamento difficile, a una diagnosi o a una fragilità, spingendola a volgere lo sguardo alla persona.
Marina Morelli