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Nobody’s Girl

Nobody’s Girl

Un anno fa moriva Virginia Roberts, attivista contro il traffico sessuale e una delle più note accusatrici di Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell. Nel libro “Nobody’s Girl” racconta la sua storia.

Mercoledi, 22/04/2026 - «Questa non è una sordida storia di sesso, bensì una storia di traffico sessuale, una storia di abusi». È bene ricordarlo ad ogni pagina del libro di Virginia Roberts, pubblicato pochi mesi fa a cura di Amy Wallace. È proprio la curatrice a spiegare quanto sia stato difficile scrivere questo libro, sia perché rievocare le violenze subite era devastante per Virginia, sia perché gli uomini coinvolti sono ricchi e potenti e perciò in grado di costituire una seria minaccia per la sua incolumità. Tacere sarebbe stato più facile e più sicuro, ma Virginia ha scelto di parlare per aiutare le sue «sorelle sopravvissute» e chiunque sia mai stata vittima di crimini sessuali.
Purtroppo le sofferenze di Virginia iniziarono molto prima di incontrare Epstein, già da bambina aveva subìto abusi e violenze sessuali, talmente tanti da essersi rassegnata a pensare che «forse gli uomini sono tutti così», a partire da suo padre. Quando incontra per la prima volta Ghislaine Maxwell, nella tenuta di Mar-a-Lago dove lavora come cameriera, Virginia ha sedici anni e non riconosce in quella donna bella ed elegante una predatrice «avida e implacabile», anzi, abbagliata dalla sua raffinatezza, spera un giorno di poterle assomigliare e vede in quella donna una possibilità di riscatto. Invece sarà lei che la condurrà da Jeffrey Epstein e insieme la ridurranno ad un oggetto sessuale al loro servizio. «Negli anni passati con loro mi hanno dato in pasto a decine di persone ricche e potenti. Sono stata ripetutamente usata e umiliata, in qualche caso soffocata, picchiata e ferita. Ho temuto di morire schiava sessuale». Tutte le violenze che le venivano inflitte la facevano sentire «una persona priva di valore». Epstein e Maxwell sono abilissimi manipolatori, esperti nell’individuare ragazze vulnerabili, che spesso hanno già subito violenze: le convincono di essere i loro salvatori, che si prenderanno cura di loro e realizzeranno i loro sogni, come in una favola. Ma della favola la vita con Epstein non ha proprio nulla: violenze, sopraffazioni, minacce, francamente inimmaginabili. «Sono stata vittima di violenze sessuali. Il mio corpo è stato usato in modi che mi hanno creato danni tremendi. Ma il danno peggiore che Epstein e Maxwell mi hanno inflitto non è stato fisico, bensì psicologico. Fin dall’inizio mi hanno manipolata per farmi partecipare ad atti che mi consumavano, minando la mia capacità di comprendere la realtà e impedendomi di difendermi. Fin dall’inizio mi hanno addestrata in modo che fossi complice della mia stessa devastazione. Di tutte le terribili ferite che mi hanno causato, quella complicità forzata è stata la più disruttiva. Avrei trascorso oltre due anni nell’orbita di Epstein e Maxwell. Il mio lavoro era fare qualsiasi cosa mi chiedessero in qualsiasi momento. Non c’erano sbarre alle finestre né lucchetti alle porte. Ma ero una prigioniera intrappolata in una gabbia invisibile».
Virginia è stata venduta come oggetto sessuale a decine di uomini, «fra cui reali, politici, accademici, imprenditori». E leggendo il suo racconto, mi viene in mente la stessa riflessione che la filosofa Manon Garcia ha fatto a proposito degli uomini che hanno violentato Gisèle Pelicot, drogata e messa a disposizione come corpo inerte da suo marito: nessuno di quegli uomini ha denunciato Dominique Pelicot, nessuno di quegli uomini ha denunciato Epstein, nessuno di quegli uomini ha sollevato la minima critica o il minimo rimprovero alla condotta di Pelicot e di Epstein, aderendo ad una specie di cameratismo virile votato alla sottomissione delle donne. Vogliono quindi questo gli uomini? Una donna religiosa mi dice che chi compie queste azioni è indemoniato. No, non c’è bisogno di immaginare l’esistenza del demonio, gli esseri umani sanno essere malvagi. «Oggi so che per Epstein le donne erano solo “supporti viventi per una vagina”, come amava ripetere ai suoi amici» spiega Virginia. Eccolo, il cameratismo virile degli uomini. Quando nel 2018 il procuratore di New York Geoffrey Berman incriminò Epstein per aver abusato sessualmente di decine di giovani ragazze chiedendo loro anche di reclutare altre donne, commentò che «le condotte contestate scuotono la coscienza». Davvero? Davvero le azioni di uomini come Epstein scuotono la coscienza degli uomini abitanti in questo mondo? Di quanti? Di quelli che al bar commentano la scollatura della cameriera vantandosi con l’amico della bonazza conosciuta su Tinder? Di quelli che fanno ridere una platea di spettatori e spettatrici raccontando che rispetto al costo di un appuntamento a cena avrebbero speso meno andando sull’adriatica per portarsi a letto una donna? Davvero le coscienze di queste persone sono scosse dalle azioni di uomini come Epstein? Quanti uomini sapevano in tutti quegli anni ciò che Epstein faceva? Quanti uomini e donne vedevano le foto di donne appese alle pareti delle sue case e le ragazze con cui si accompagnava Epstein? Lo vedevano che erano ragazzine, anche perché parte del piacere e del potere di Epstein era proprio mostrare ciò che faceva, eppure le pacche sulle spalle sottintendenti “ben fatto” erano più frequenti dei rimorsi di coscienza. È Virginia a dircelo chiaramente nelle ultime pagine del suo libro: «Alcuni pensano ancora che Epstein fosse un’anomalia, un’aberrazione. Quelle persone si sbagliano. Anche se forse il numero delle sue vittime lo colloca in una classe a sé, Epstein non era un’anomalia. Il modo in cui vedeva le donne e le ragazze – come giocattoli da usare e gettare via – è piuttosto diffuso tra certi uomini di potere che credono di essere al di sopra della legge. E molti di quegli uomini continuano a vivere come hanno sempre fatto, godendosi i privilegi della loro posizione. Epstein è morto, ma l’atteggiamento che gli ha permesso di fare ciò che ha fatto? Quello è vivo e vegeto».
Nonostante l’enormità inqualificabile delle violenze subite, nel 2002 Virginia è riuscita a fuggire dai suoi sfruttatori, fuggire per sopravvivere. Poi, per tanto tempo, Virginia ha sperato solo di chiudere nel passato quanto accaduto, pur consapevole che sarebbe stato impossibile dimenticarlo; per tanto tempo ha voluto solo ricostruirsi una vita con la sua nuova famiglia e crescere i suoi figli e sua figlia. Ma dopo la gioia provata per la nascita di sua figlia Ellie – consapevole che «quando nasci femmina i pericoli sono ovunque» - e dopo l’indignazione provata nell’aver saputo che Epstein aveva patteggiato un ridicolo accordo con il dipartimento di giustizia statunitense che in pratica non lo puniva affatto, Virginia ha deciso di agire per «risparmiare ad altre ragazze le sofferenze che erano toccate a me». Ha deciso non solo di denunciare pubblicamente i suoi abusatori, ma anche di contestare i tanti modi in cui il sistema legale li protegge. Virginia spera di aver fatto del bene col suo ruolo pubblico: «Quando ero una schiava sessuale non avevo voce. Ho giurato a me stessa di non permettere più a nessuno di togliermela». Come ogni vittima di violenze maschili sa, la denuncia pubblica ha causato a Virginia una seconda vittimizzazione, è stata accusata di mentire dalla stampa e dagli avvocati, di cercare solo notorietà e denaro, ma lei non si è scoraggiata, e ha anche fondato l'organizzazione no-profit Victims Refuse Silence – in seguito rinominata Speak Out, Act, Reclaim (SOAR) -, dedicata a supportare le vittime di crimini sessuali. Qualche anno fa, la maestra di uno dei suoi figli gli ha chiesto che lavoro facesse la mamma; ritenendo che la verità fosse troppo complicata da spiegare, Virginia e suo marito proposero come risposta “la mamma lotta contro i cattivi”.
In una sua istanza di causa civile si legge che «la querelante ha subìto la perdita della capacità di godersi la vita». La vita è stata rubata a Virginia, come viene rubata a tutte le bambine e i bambini vittime di abusi sessuali. Virginia, con grande coraggio, ha provato a riprenderselo quel diritto alla vita, ma evidentemente non era possibile riscattarsi dall’enormità dei mali che aveva subìto e che disgraziatamente si ritrovava a subire anche nel suo matrimonio, e così alla sua vita ha scelto di rinunciare. Prima di rinunciare alla vita, però, ha voluto con decisione che il suo libro venisse pubblicato: «Quanto contenuto in questo libro è di importanza cruciale, perché il suo scopo è gettare luce sui fallimenti sistemici che permettono il traffico di individui vulnerabili oltre confine. È imperativo che questa realtà venga capita e che i problemi relativi alla questione vengano affrontati, ai fini sia della giustizia sia della sensibilizzazione. Se io dovessi morire, voglio essere certa che Nobody’s girl uscirà lo stesso».
Cosa possiamo fare noi? Leggere la storia di Virginia, anche se è difficile, lei ce lo ha chiesto prima di morire: «So che la mia storia è dura da sopportare. Le violenze. L’abbandono. Le decisioni sbagliate. L’autolesionismo. Immaginate che un simile trauma vi rigiri di continuo dentro la testa, come accade nella mia, invece di essere raccontato dalle pagine di un libro che in qualsiasi momento potete mettere da parte, per riprendere fiato. Però, vi prego, non smettere di leggere». E possiamo anche imparare ad aprire gli occhi sulle persone che ci circondano per lasciare «un piccolo segno su questo grande mondo che viviamo», perché il male è vicino a noi, è in noi. L’ultima parte del libro di Virginia – intitolata “Guerriera” – si apre con una citazione dell’antropologa Margaret Mead, la prima studiosa a dimostrare con la ricerca sul campo la costruzione culturale delle differenze di genere tra uomini e donne: «Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini coscienziosi e impegnati possa cambiare il mondo». E il mondo che Virginia sperava di contribuire a costruire per sua figlia e i suoi figli è «un mondo in cui i predatori vengano puntiti, non protetti; in cui le vittime vengano trattate con compassione, non denigrate; e in cui i potenti affrontino le stesse conseguenze di chiunque altro». Voi che mondo volete?

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