Login Registrati
Non solo assistenza: una vita fuori casa

Non solo assistenza: una vita fuori casa

Per anni in questo territorio del Lazio i servizi mancavano. Oggi il Centro Diurno permette a Domiziana e ad altre famiglie di immaginare una quotidianità diversa

Venerdi, 20/03/2026 - È timida Domiziana. Per molto tempo il suo mondo è stato la famiglia e il suo spazio di libertà la sua stanza. Da qualche tempo, però, le sue mattine sono cambiate: si alza presto, sceglie gli abiti da indossare, prepara la borsa con le sue cose e si veste da sola per uscire.
La aspetta il suo Centro Diurno.

Domiziana è una persona con sindrome di Down, ha quasi trent’anni e vive con la sua famiglia in una zona del Lazio che per molto tempo è rimasta scoperta di servizi. Per anni, infatti, nel distretto è esistito un solo Centro Diurno, a Pomezia. Una struttura che però non riusciva ad accogliere le richieste provenienti da due città: Ardea e Pomezia. Per questo gruppi di famiglie e cittadini hanno iniziato a chiedere alle istituzioni l’apertura di un nuovo Centro proprio ad Ardea.
«Nella zona in cui viviamo con la nostra famiglia, un Centro Diurno non c’era. Adesso sì, e la giornata di Domiziana ha finalmente un ritmo, degli orari, un luogo dove recarsi», racconta Barbara, sua madre, che con Franco, suo marito, ha altri due figli: Flavio e Marzio.
«Prima dell’apertura di questo Centro, poco distante da casa, ogni attività per mia figlia richiedeva tempi lunghi e una continua organizzazione. Io ero quasi completamente dedicata a lei, che dipendeva da me: la sua qualità della vita era legata in gran parte alla mia presenza».
«Le giornate si costruivano tra il bisogno di stimolarla e quello di lasciarle i suoi spazi: in questo Domiziana è come tutti i suoi coetanei. Sente il richiamo del mondo».
«Le occasioni di socialità non mancavano, ma erano quasi sempre organizzate dalla famiglia. È capitato che uscisse qualche volta con i fratelli e i loro amici, ma di certo non gestiva la sua vita sociale in maniera autonoma».
«A parte i momenti di svago, la difficoltà più grande era proprio questa: dover pensare continuamente ad attività adatte a lei, affidandosi soprattutto al buon senso, con il dubbio costante di stare facendo la cosa giusta. A questo si aggiungeva la distanza dai servizi: ogni attività significava prendere la macchina, accompagnarla, organizzare gli spostamenti».
Oggi qualcosa è cambiato.
«Adesso lei ha uno spazio suo e io ho più tempo per me», dice Barbara.
Questa è una condizione che riguarda molte famiglie, in cui la vita quotidiana del caregiver familiare e quella della persona fragile finiscono per intrecciarsi completamente. Le giornate scorrono una dietro l’altra, fino a diventare vite che stanno l’una dentro l’altra, quasi fossero una sola.
All’inizio, mamma Barbara non era del tutto convinta: il Centro Diurno era un servizio che conosceva poco e non sapeva quale impatto un cambiamento così strutturato potesse avere sulla vita di Domiziana.

Poi è arrivato il primo giorno di prova.

«Fu una rivelazione. Domiziana si trovò subito a suo agio in quel nuovo ambiente, tra attività condivise e relazioni con altre persone. Le operatrici notarono subito la sua disponibilità a partecipare e la serenità con cui si inseriva nel gruppo».
Ma anche per sua madre quel momento segnò un cambiamento importante. Vedere la figlia muoversi in uno spazio che non era più soltanto quello familiare le fece capire quanto fosse giusto, per lei, avere un’esperienza propria: fatta di relazioni, attività e tempi che non dipendessero più soltanto dalla famiglia.
Oggi quel Centro rappresenta molto più di un servizio. È un luogo dove Domiziana può costruire relazioni, acquisire autonomia e vivere una parte della sua giornata fuori dalla dimensione domestica, mettendo alla prova le capacità che ha conquistato nel tempo.
A questo si aggiunge un aspetto che spesso si dà per scontato, ma che invece fa una grande differenza: il Servizio di Trasporto. Per Domiziana non è solo un modo per raggiungere il Centro, ma un’ulteriore occasione di relazione e di autonomia. Nel tempo ha imparato a riconoscere i compagni, i loro indirizzi, le tappe del percorso. Quando è in giro con me, mi indica le strade: Qui sale questo, qui quell’altro, e questo mi diverte sempre tanto».
A me viene da dire che in quel riconoscere luoghi e persone c’è molto più di un percorso: c’è un pezzo di autonomia che cresce, quasi senza farsi notare.
«Fortunatamente questo Centro si propone di svolgere una parte delle proprie attività anche fuori dalle mura della struttura,» osserva Barbara. «Ed è un aspetto molto importante, perché i Centri Diurni non dovrebbero restare spazi chiusi, ma confrontarsi con il territorio e con la vita della città: è lì che passa davvero il lavoro più difficile e necessario, quello dell’inclusione sociale».

A questo proposito emerge anche un confronto con altre realtà europee.

«Ho un’amica che vive in Irlanda e lavora in un Centro Diurno che accoglie persone con sindrome di Down e persone con autismo. Quello che colpisce è proprio la cultura del sociale: anche in una piccola provincia esistono strutture e interventi che qui, perlomeno sul nostro territorio, possiamo solo immaginare. Offrono attività integrative nel pomeriggio e nei periodi estivi, e la cittadinanza è abituata a interagire con gli utenti dei Centri, che insieme ai loro operatori stanno spesso in giro, nei luoghi della vita quotidiana».

«Nonostante anche lì ci sia una crisi abitativa generale, la mia amica dice che si riesce quasi sempre a trovare soluzioni affinché le persone possano vivere in modo indipendente o in contesti residenziali. E in più alcune attività, negozi o ditte, offrono opportunità per fare esperienza lavorativa. Certo, non tutte queste esperienze si trasformano in un lavoro vero e proprio, retribuito, ma, del resto, anche qui da noi accade lo stesso. La differenza è che lì possono contare su maggiori risorse».

E proprio qui si apre una riflessione più ampia.

«In Italia so che la presenza dei servizi sul territorio è ancora disomogenea. Inoltre resta molto da fare sul piano dell’inclusione sociale, perché, se è vero che esistono luoghi dedicati, non possiamo immaginarli solo come spazi protetti: l’isola felice, quando c’è, è importante, un modello, ma il confronto con la realtà, secondo me, resta l’obiettivo di qualsiasi intervento riabilitativo,» dice con convinzione Barbara».
Non si tratta dunque soltanto di avere un servizio vicino casa, ma di riconoscere un diritto: quello a una vita che non sia confinata entro mura, a partire da quelle familiari.
«Il Centro Diurno rappresenta per Domiziana uno spazio suo, per noi genitori la possibilità di vederla crescere».
E forse è proprio questo il punto: crescere. Anche quando per farlo basta qualcosa di semplice e normale: un luogo dove andare, relazioni da costruire, un pezzo di mondo da abitare.
 

Lascia un Commento

©2019 - NoiDonne - Iscrizione ROC n.33421 del 23 /09/ 2019 - P.IVA 00878931005
Privacy Policy - Cookie Policy | Creazione Siti Internet WebDimension®