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Perché interrogare i microdati sulla violenza maschile?

Perché interrogare i microdati sulla violenza maschile?

I femminicidi sono solo la punta dell'iceberg, ripetiamo e sottolineiamo sempre. Ma quanto siamo ancora lontani da un approccio sistematico e scientifico a tutto questo? Quanta distanza c'è ancora da colmare affinché ogni aspetto venga analizzato, evide

Venerdi, 20/03/2026 - Il fenomeno della violenza maschile sulle donne è sotto gli occhi di tutti e tutte, innegabile nella sua portata distruttiva e nella sua pervasività. Ciò che oggi evidenziamo è che di fronte a un fenomeno siffatto, quotidiano, che miete vittime e distrugge vite, si proceda ancora a tentoni, con metodi e provvedimenti non sempre omogenei e certi, ancora come se fosse il destino di una donna, ancora senza voler approfondire tutti i meandri di qualcosa che va conosciuto a fondo per essere prevenuto e contrastato a sufficienza. Intanto viviamo immerse in forme di rivittimizzazione delle sopravvissute e delle vittime, senza voler veramente capire le radici di qualcosa che ha responsabilità individuali certo, ma anche collettive, a cui la comunità tutta non può sottrarsi, pena l'indifferenza e la complicità con atti criminali tanto gravi e diffusi. I femminicidi sono solo la punta dell'iceberg, ripetiamo e sottolineiamo sempre. Ma quanto siamo ancora lontani da un approccio sistematico e scientifico a tutto questo? Quanta distanza c'è ancora da colmare affinché ogni aspetto venga analizzato, evidenziato, collocato sotto la giusta luce, prevenuto e interessato da politiche mirate? Il rischio di generalizzare e di non entrare nel merito è troppo grave. Ne abbiamo voluto parlare con la dottoressa Anna Caterina Leucci, ricercatrice e docente di statistica sociale presso il Dipartimento di Scienze Statistiche dell'Università di Padova e che sta provando a sollecitare il dibattito pubblico su questi aspetti.


Com'è costruita la raccolta dati istituzionale oggi e quali sono i limiti?

"La raccolta dati istituzionale usa come fonte principale la Banca Dati delle Forze di polizia e le informazioni che pervengono dai presidi territoriali di Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri, questi dati vengono trasmessi al Ministero degli Interni che trasmette a sua volta ad ISTAT. I dati istituzionali che abbiamo sono aggregati e riguardano gli omicidi di donne, non i femminicidi. ISTAT dal 2019 stima i femminicidi basandosi sullo Statistical Framework di UNOCD (1). Quindi al momento i femminicidi nei dati istituzionali in realtà non sono costruiti come fenomeno autonomo, ma vengono ricostruiti a posteriori a partire dagli omicidi di donne. Con l’introduzione del reato di femminicidio questo dovrebbe cambiare qualcosa, questo sicuramente impatterà sulla raccolta dei dati sui femminicidi. Altro aspetto importante da non trascurare sul dato istituzionale è che si tratta di un dato aggregato, mentre per studiare bene il fenomeno avremmo bisogno di dati dettagliati, quelli che chiamiamo microdati. Parliamo di un fenomeno complesso e come tale si caratterizza per relazioni di vario tipo che lo determinano, senza un approccio che consideri questi aspetti simultaneamente non possiamo capire le dinamiche che portano a questi episodi di estrema violenza. Raccogliere microdati e analizzarli con rigore scientifico potrebbe fornire un vantaggio informativo in grado di fare la differenza rispetto alle politiche preventive.

Al momento le informazioni che abbiamo sono descrittive e si concentrano su una o al massimo due aspetti alla volta, forniscono una fotografia statica di un fenomeno fortemente dinamico".


Come nasce l'idea di approfondimento di storie e dati sui femminicidi? Com'è nato lo studio in corso presso il Dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università di Padova?

"L’idea di questo filone di ricerca in realtà nasce fuori dal contesto accademico, leggendo la cronaca cercavo di capire se alcune dinamiche che mi erano saltate all’occhio su alcuni femminicidi fossero supportate da studi scientifici e cercando le risposte nella letteratura scientifica ho scoperto che in realtà studi in grado di rispondere alle mie domande non ce n’erano, perché la letteratura scarseggia di studi sui femminicidi quantitativi che usano microdati e allora questo è diventato un mio argomento di ricerca principale, ho scoperto che questi studi non esistono non perché la comunità scientifica non abbia interesse ma perché non ci sono i dati sui cui basare questi studi

Nella mia ricerca di microdati mi sono imbattuta nel mondo degli attivisti dei dati e in particolare nei dati che raccoglie NUDM (2). Si tratta di uno dei dataset più completi per dimensione rilevate, si tratta ovviamente di microdati e i dati sono presi dalla stampa, con tutti i vantaggi e i limiti derivanti da questo metodo di raccolta. Non sono sempre direttamente confrontabili con i dati istituzionali, perché in alcuni casi il conteggio istituzionale diverge da quello attivista, penso ad esempio ai suicidi di donne che rientrano nei dati di NUDM, parliamo di suicidi legati alla violenza di genere, suicidi che sono seguiti a violenze sessuali, a matrimoni forzati, a storie familiari di violenza. Qui emerge un’altra questione aperta, la definizione di femminicidio, questa è una questione ancora dibattuta. Anche qui la disponibilità di microdati potrebbe aiutare a dare delle chiavi di lettura".


Cosa manca culturalmente all'approccio metodologico italiano?

"E' una questione di cultura del dato, siamo abituati a guardare conteggi di totali, medie e percentuali singolarmente ed erroneamente siamo portati a pensare che siano sufficienti a spiegare il fenomeno, ma non è così. Il fenomeno invece è complesso, non possiamo trattarlo come unitario, omogeneo, statico, quindi con l’ottica di programmare prevenzione l’approccio corretto è necessariamente multidimensionali, sia per quanto riguarda la raccolta del dato sia per quanto riguarda la sua analisi".


Perché misurare i dati sui femminicidi diventa un presidio importante per fare prevenzione?

"Misurare e analizzare. In sanità lo facciamo da tanto e in questo contesto questo approccio si è dimostrato vincente. È come cercare una strategia per contenere un’epidemia e limitarsi a contarne le morti. Infatti non si fa. Si tratta di sviluppare politiche sulla base di evidenze scientifiche di cui parlavamo all'inizio. Oggi come comunità scientifica abbiamo conoscenze e strumenti che ci consentono di interrogare in maniera approfondita i dati, pensi agli strumenti di intelligenza artificiale che abbiamo oggi, possiamo individuare relazioni tra aspetti che dall’osservazione del dato aggregato non emergerebbero mai e possiamo anche quantificare la forza di queste relazioni. Questa capacità è potentissima in termini di pianificazione di politiche preventive perché consente di capire quali sono le dinamiche che con più forza portano a questi episodi letali e quindi di determinare anche le priorità degli interventi, questo consente di massimizzare sforzi e risorse".


Quali sono gli elementi al momento emersi dalla ricerca?

"Sono emersi essenzialmente tre pattern di femminicidi:

1. il primo gruppo in cui i femminicidi avvengono in un contesto familiare, dove le motivazioni sono legate a fragilità economica e sociale, a contesti marginalità. Si tratta del gruppo più numeroso, composto per lo più da vittime e assassini italiani, tra gli assassini ci sono partner, ma anche figli, nipoti e altri parenti

2. Nel secondo gruppo rientrano i femminicidi di carattere passionale, quelli che avvengono nella coppia o nella ex-coppia, sono motivati dalla gelosia, dalla non accettazione delle fine della relazione. Qui vittima e assassino sono mediamente molto più giovani rispetto al primo gruppo e sono per lo più stranieri.

3.E infine c’è il terzo gruppo, il gruppo opaco, casi accomunati dalla mancanza di informazioni. Da qui emerge forte la necessità di una raccolta dati più profonda e completa. Questi femminicidi magari avrebbero contribuito ad individuare un altro pattern ma non lo sapremo mai.

Ciò che ne ricaviamo e che va evidenziato è che non esiste “il” femminicidio, ma esistono i femminicidi; esistono configurazioni differenti, radicate in contesti sociali, economici e demografici specifici che richiedono interventi di politica profondamente diversi e infine i risultati ci ribadiscono la necessita di raccogliere dati".


Come spingere le istituzioni a una raccolta dati puntuale, periodica e disaggregata?

"Gioca la collaborazione tra istituzioni, la ricerca scientifica che deve divulgare, le realtà che lavorano sul campo. Un esempio: il Rapporto sui femminicidi della casa delle donne di Bologna patrocinato dalla Regione Emilia Romagna, un presidio territoriale importante, sicuramente da diffondere e da cui prendere esempio. Anche il lavoro di noi ricercatori ha un peso importante, tocca a noi diffondere, divulgare queste necessità di analisi".


Secondo lei manca una seria volontà politica in questo caso?

"Non so se le istituzioni percepiscono pienamente la mancanza del dato disaggregato e l'importanza di colmare il gap. C'è un potenziale informativo enorme ancora da sfruttare".



Quanto un approccio femminista intersezionale può aiutare nella raccolta e nell'analisi dei dati?

"E' fondamentale per riuscire a spiegare un fenomeno con tante sfaccettature. Se non le misuro, non le analizzo, non le interrogo, avrò delle soluzioni parziali.

Abbiamo bisogno di svelare i meccanismi a monte della violenza maschile. Quando parliamo di fenomeni come i femminicidi e la violenza maschile contro le donne abbiamo bisogno di evidenze basate sui dati".

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